Presentazione

La Logica di Russel, il Coraggio di Camus e la Fede di Chesterton.

martedì 5 novembre 2013

Le leggi fondamentali della stupidità umana - Carlo (M.) Cipolla

Da WikiPedia:

Cipolla si divertì ad "approfondire" il tema della stupidità umana formulando la famosa teoria della stupidità, enunciata nel suo arguto libello intitolato The Basic Laws of Human Stupidity (stampato per la prima volta nel 1976 come regalo di Natale per gli amici) poi pubblicato in italiano nel 1988 come Allegro ma non troppo (Il Mulino, 1988) e tradotto in almeno 13 lingue.
Questo volume riunisce, insieme al saggio sulla teoria della stupidità, un altro libriccino stampato dalla stessa casa editrice nel 1973, sempre in inglese e sempre come regalo natalizio.
La prima vera edizione inglese arriva soltanto nel 2011.
Essa vede gli stupidi come un gruppo di gran lunga più potente delle maggiori organizzazioni come le mafie o le lobby industriali, non organizzato e senza ordinamento, vertici o statuto, ma che tuttavia riesce ad operare con incredibile coordinazione ed efficacia.
Nello stesso libro si trovano le cinque leggi fondamentali della stupidità:
  • Prima Legge Fondamentale: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
  • Seconda Legge Fondamentale: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa.
  • Terza (ed aurea) Legge Fondamentale: Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un'altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita.
  • Quarta Legge Fondamentale: Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore.
  • Quinta Legge Fondamentale: La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.
Corollario: Lo stupido è più pericoloso del bandito.
Come si vede dalla terza legge, Cipolla individua due fattori da considerare per indagare il comportamento umano:
  • Danni o vantaggi che l'individuo procura a se stesso
  • Danni o vantaggi che l'individuo procura agli altri
Creando un grafico col primo fattore sull'asse delle ascisse e il secondo sull'asse delle ordinate si ottengono quindi quattro gruppi di persone:
  • Intelligenti: fanno il proprio vantaggio e quello degli altri
  • Sprovveduti: danneggiano se stessi e avvantaggiano gli altri
  • Banditi: danneggiano gli altri per trarne vantaggio
  • Stupidi: danneggiano gli altri e se stessi


Da WikiQuote:

Stupidità

  • Alcuni scienziati affermano che l'idrogeno, poiché sembra essere ovunque, è la sostanza basilare dell'universo; non sono d'accordo. Io dico che c'è molta più stupidità che idrogeno, e che quella è la vera sostanza costitutiva dell'universo. (Frank Zappa)
  • Chiunque può sbagliare; ma nessuno, se non è uno sciocco, persevera nell'errore. (Cicerone)
  • Ci sono imbecilli superficiali e imbecilli profondi. (Karl Kraus)
  • Ci sono sciocchezze ben presentate come ci sono sciocchi ben vestiti. (Nicolas de Chamfort)
  • Contro la stupidità anche gli dei sono impotenti. Ci vorrebbe il Signore. Ma dovrebbe scendere lui di persona, non mandare il Figlio; non è il momento dei bambini. (John Maynard Keynes)
  • Di quando in quando uno sciocco deve pur azzeccarci, per combinazione. (William Cowper)
  • Di volta in volta possono cambiare gli argomenti, ma la stupidità terrà il suo tribunale in eterno. (Ernst Jünger)
  • Dietro la frase: "Mio figlio è un piccolo genio" c'è sempre un genitore idiota. (Ivan Della Mea)
  • Fanfare, bandiere, parate. Uno stupido è uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica. (Leo Longanesi)
  • I cretini sono sempre più ingegnosi delle precauzioni che si prendono per impedire loro di nuocere (Legge di Murphy)
  • I mariti delle donne che ci piacciono sono sempre degli imbecilli. (Georges Feydeau)
  • I test d'intelligenza cui venne sottoposto diedero risultati sorprendenti: messo davanti a un cubo di Rubik impiegò solo dieci secondi a inghiottirlo. (Gino & Michele)
  • Il dialogo di due deficienti è uguale al monologo di due semideficienti. (Stanislaw Lec)
  • Il dominio vergognoso e schiacciante che la stupidità ha su di noi è dimostrato da come molti sono sorpresi quando si evoca il nome di questo mostro. Come ho potuto consatare anche quando, nella mia ricerca di predecessori nella trattazione della stupidità, ne ho trovati incredibilmente pochi. (Robert Musil)
  • Il genio può avere le sue limitazioni, ma la stupidità non ha tale limitazione. (Elbert Hubbard)
  • Il saggio muta consiglio, ma lo stolto resta della sua opinione. (Francesco Petrarca)
  • Il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l'imbecille, mentre il contrario è del tutto impossibile. (Woody Allen)
  • Infinita è la turba degli sciocchi, cioè di quelli che non sanno nulla! (Galileo Galilei)
  • Io prima di mangiare mi sento sempre un po' stupido. (Totò)
  • L'imbecille finisce dove comincia l'eroe. (Alfredo Accatino)
  • L'intelligenza artificiale si definisce come il contrario della stupidità naturale. (Woody Allen)
  • L'uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori, e guardate quanto è stupido! (Elias Canetti)
  • La bellezza serve alle donne per essere amate dagli uomini, la stupidità per amare gli uomini. (Coco Chanel)
  • La causa principale dei problemi è che al mondo d'oggi gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi. (Bertrand Russell)
  • La malattia più diffusa è la salute degli imbecilli. (Eros Drusiani)
  • La stupidità è una sorta di cecità, di sconnessione dagli altri. E in quest'atmosfera la malvagità si radica. (Tilda Swinton)
  • La stupidità non è per nulla diversa dall'intelligenza, non ne differisce assolutamente. (Henryk Sienkiewicz)
  • Ma il cuore di certa gente non si domanda mai se valga la pena di fare tanta fatica per pompare sangue fino al cervello? (Paolo Cananzi)
  • Ma poi mi rendo conto che il problema della Stupidità ha la stessa valenza metafisica del problema del Male, anzi di più: perché si può persino pensare (gnosticamente) che il male si annidi come possibilità rimossa del seno stesso della Divinità; ma la Divinità non può ospitare e concepire la Stupidità, e pertanto la sola presenza degli stupidi nel Cosmo potrebbe testimoniare della Morte di Dio. (Umberto Eco)
  • Neanche gli Dei possono nulla contro la stupidità umana. (Friedrich Schiller)
  • Nell'arte c'è una finezza che apprezzo: il lieto fine che ci consola dell'esistenza quotidiana. La vita è delusione, tanto spesso ci defrauda dell'atto finale. Ma questa non è forse la stupidità della naturalezza?... (Robert Musil)
  • Nessuno è così stupido da credersi tale. (Roberto Gervaso)
  • Non bastano le disgrazie a fare di un fesso una persona intelligente. (Italo Svevo)
  • Non bisogna farsi mai ricattare dalla stupidità altrui. (Umberto Eco)
  • Non dico che voglio essere stupido, ma secondo alcuni la stupidità è una benedizione. Non conosci niente, non vuoi di più e non hai bisogno di nient'altro. (Janko Tipsarević)
  • Non esiste una sola idea importante di cui la stupidità non abbia saputo servirsi, essa è pronta e versatile e può indossare tutti i vestiti della verità. La verità invece ha un abito solo e una sola strada, ed è sempre in svantaggio. (Robert Musil)
  • Non prendertela se ti considerano mezzo scemo. Si vede che ti conoscono solo a metà. (Tiziano Sclavi)
  • Non è detto che gli intelligenti arrivino in alto e gli stupidi rimangano in basso. Ascesa e caduta non costituiscono affatto un processo razionale. (Virginia Woolf)
  • Ogni grande idea è al confine con la stupidità (Michel Gondry)
  • Ogni imbecille tollerato è un'arma regalata al nemico. (Mino Maccari)
  • Ogni minuto muore un imbecille e ne nascono due. (Eduardo De Filippo)
  • Passare per idiota agli occhi di un imbecille è una voluttà da fine gourmet. (Georges Courteline)
  • Per arrivare alla stupidità di un altro bisogna partire dalla propria, e qui, in questa cerchia di velleitari creativi ma di ruolo statale o partitico sicuro che non è il caso di mettere a repentaglio, nessuno è disposto a considerarsi stupido, non dico ideologicamente, ché questo è impensabile, ma emozionalmente stupido e quindi semplicemente umano. (Aldo Busi)
  • Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza; il male porta sempre con sé il germe dell'autodissoluzione, perché dietro di sé nell'uomo lascia almeno un senso di malessere. Ma contro la stupidità non abbiamo difese. (Dietrich Bonhoeffer)
  • Per lo stupido il cretino è sempre l'altro. (Fruttero & Lucentini)
  • Più l'uomo è stupido e meglio capisce il suo cavallo. (Anton Cechov)
  • Più so, più so di non sapere. (Socrate)
  • Preferisco i mascalzoni agli imbecilli, perché a volte si concedono una pausa. (Alexandre Dumas (figlio))
  • Quando a 205 km orari un coglione ti precede di 5 centimetri e non ti fa passare, ricordati, figlio mio, che i coglioni stanno sempre in coppia. Quando a 205 km orari il coglione che ti sta dietro a 5 centimetri ti lampeggia perché vuole passare e tu sfiori il pedale del freno, ricordati, figlio mio, che i coglioni stanno sempre in coppia. (Daniele Luttazzi)
  • Quello che al mondo ascolta più cretinate è probabilmente un quadro in un museo. (Edmond e Jules de Goncourt)
  • Questo telegiornale va in onda in forma ridotta per adattarlo alle vostre capacità mentali. (Daniele Luttazzi)
  • Se un milione di persone crede a una cosa idiota, la cosa non cessa di essere idiota. (Anatole France)
  • Secondo la teoria del prof. Cipolla in ogni gruppo umano esiste una determinata percentuale di individui stupidi. È strano che Bush non ne abbia individuato nemmeno uno. (Maurizio Crozza)
  • Sei così imbecille che se facessero le olimpiadi degli imbecilli tu arriveresti secondo. Come perché? Perché sei imbecille. (Walter Matthau)
  • Sin da Adamo i cretini sono stati in maggioranza. (Casimir Delavigne)
  • Solo due cose sono infinite, l'universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima. (Albert Einstein)
  • "Solo gli stupidi non hanno dubbi!". "Ne sei sicuro?". "Certo, non ho dubbi!". (Luciano De Crescenzo)
  • Solo gli stupidi sollevano pietre che poi ricadono sulla loro testa. (Mao Tse-tung)
  • Solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione. (James Russell Lowell)
  • Solo un cretino è pieno di idee. (Leo Longanesi)
  • Sono sempre stato molto precoce. Una volta ho terminato un puzzle in meno di quattro giorni. E pensare che sulla scatola c'era scritto "Dai 2 ai 5 anni". (Claudio Bisio)
  • Stupido è chi lo stupido fa. (Forrest Gump)
  • Sì, sì, la terra, il cielo, gli astri, l'infinito! Ci si sente schiacciare. Ma c'è un infinito ancora più stupefacente: quello della stupidità umana. (Alexandre Dumas (padre))
  • Trovandosi immersi nell'ignoranza, sicuri di sé; ritenendosi saggi, gli sciocchi si aggirano urtandosi a vicenda, come ciechi guidati da un cieco. (Muṇḍaka Upaniṣad)
  • Un fesso erudito è più fesso di un fesso ignorante. (Molière)
  • Un imbecille non si annoia mai: si contempla. (Rémy de Gourmont)
  • Una sola cosa mi meraviglia più della stupidità con la quale la maggior parte degli uomini vive la sua vita: l'intelligenza che c'è in questa stupidità. (Fernando Pessoa)
  • Una volta ogni 4,2 secondi un uomo dice una stupidaggine... una donna lo sente e lo punisce. (Scrubs - Medici ai primi ferri)
  • Uno sciocco trova sempre uno più sciocco che l'ammiri. (Nicolas Boileau)
  • Uno stolto che non dice verbo non si distingue da un savio che tace. (Molière)
  • Viviamo in una società dove nessuna legge proibisce di guadagnare denaro diffondendo ignoranza o, in qualche caso, stupidità. (Tom Hanks)

Carlo Maria Cipolla

  • La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.
  • Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
  • Una persona è stupida se causa un danno a un'altra persona o ad un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno.

Ennio Flaiano

  • È un cretino illuminato da lampi di imbecillità.
  • L'evo moderno è finito. Comincia il medioevo degli specialisti. Oggi anche il cretino è specializzato.
  • La stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia.
  • La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé.
  • Quando mai uno stupido è stato innocuo? Lo stupido più innocuo trova sempre un'eco favorevole nel cuore e nel cervello dei suoi contemporanei che sono almeno stupidi quanto lui: e sono sempre parecchi. Inutile poi aggiungere che niente è più pericoloso di uno stupido che afferra un'idea, il che succede con una frequenza preoccupante. Se uno stupido afferra un'idea, è fatto: su quella costruirà un sistema e obbligherà gli altri a condividerlo.

George Bernard Shaw

  • Il potere non corrompe gli uomini; e tuttavia se arrivano al potere gli sciocchi, corrompono il potere.
  • Quando uno stupido fa qualcosa di cui si vergogna, dice sempre che è suo dovere.
  • Tra gli stupidi gli infelici sono rari.
  • Un fesso non sa niente ma ritiene di sapere tutto. Un buon inizio per una carriera politica.

Gustave Flaubert

  • Il sogno della democrazia è di innalzare il proletariato al livello di stupidita che ha gia raggiunto la borghesia.
  • Imbecilli sono tutti quelli che non la pensano come noi.
  • Non c'è nulla di così umiliante come vedere gli sciocchi riuscire nelle imprese in cui noi siamo falliti.
  • Stupido è chiunque non la pensi come me.
  • Tre cose occorrono per essere felici: essere imbecilli, essere egoisti e avere una buona salute. Ma se vi manca la prima tutto è finito.

Jonathan Swift

  • L'adulazione è il cibo degli sciocchi; tuttavia, di tanto in tanto, gli uomini d'ingegno condiscendono ad assaggiarne un po'.
  • Quando un vero genio appare in questo mondo, lo si può riconoscere dal fatto che gli idioti sono tutti coalizzati contro di lui.
  • Un fesso fa sempre domande, ha una domanda per tutto, ha più domande di quante risposte ci possono essere.

Oscar Wilde

  • Agli esami gli sciocchi fanno spesso domande a cui i saggi non sanno rispondere.
  • Essere anormali spesso vuol dire essere grandi, essere normali spesso vuol dire essere stupidi.
  • La coerenza è degli sciocchi.
  • Noi viviamo nell'epoca in cui la gente è così laboriosa da diventare stupida.
  • Non esiste altro peccato che la stupidità.
  • Quando un uomo si comporta in modo veramente sciocco, lo fa sempre per i motivi più nobili.
  • Solo gli ottusi sono brillanti la mattina a colazione.
  • Jack – L'intelligenza, non la posso più soffrire. Al giorno d'oggi sono tutti intelligenti. Non si può andare da nessuna parte senza incontrare gente intelligente. È veramente una calamità nazionale. Darei non so che cosa perché ci fosse ancora un po' di gente stupida.
    Algernon – Oh, ce n'è.
    Jack – Mi piacerebbe molto conoscerne qualcuno. Chissà di che cosa parlano?
    Algernon – Gli stupidi? Oh, delle persone intelligenti, naturalmente.
    Jack – Che stupidi!

Perchè le Università? - Umberto Eco

Da "http://www.magazine.unibo.it/Magazine/Universita/2013/09/30/Perche_le_universita.htm" :

Umberto Eco
PERCHÉ LE UNIVERSITÁ?

Il 18 settembre del 1988, 388 rettori provenienti da tutta Europa e oltre, avevano firmato la Magna Charta Universitatum. Da allora, quel testo è divenuto l’essenziale punto di riferimento circa i valori e i principi fondamentali dell’istituzione universitaria.
A dispetto dei mass media, spesso critici nei confronti del ruolo dell’università in un mondo in cui il Web sembra prossimo a soppiantare le vecchie istituzioni di formazione, credo che la funzione delle università sia oggi più che mai rilevante.
Viviamo un momento storico in cui, nonostante l’ormai lunga vita dell’Unione Europea come istituzione, in molti paesi d’Europa qualcuno dubita che la creazione dell’unità economica per mezzo di una moneta unica sia sufficiente a sviluppare e sostenere l’idea di un’identità europea.
Vorrei ricordare che l’idea stessa di una possibile identità europea nasce nel 1088, con la fondazione della prima università del mondo occidentale. A quell’epoca l’Europa era solo un’espressione geografica che designava la porzione centrale dell’universo conosciuto, sicuramente meglio nota delle ancora fiabesche terre d’Asia e d’Africa, ma non portatrice di valori politici o culturali. C’era il Sacro Romano Impero, allora incarnato da Federico Barbarossa; c’era la Chiesa di Roma, c’erano i regni di Francia e Inghilterra, in feroce competizione tra loro, e i piccoli regni cristiani di Spagna, in lotta contro il dominio arabo; le prime Repubbliche marinare e i primi comuni in Italia, e il primo nucleo della Lega Anseatica: tutti divisi da interessi e idiomi diversi, e uniti solo da una lingua veicolare, il latino medievale, che tuttavia era parlato esclusivamente dagli eruditi.
Fu proprio su questo pidgin culturale che nacquero le università, unico caso di migrazione pacifica di studiosi e studenti: i clerici vagantes che si spostavano di ateneo in ateneo, di città in città, di nazione in nazione, cosicché nei secoli a venire troveremo Erasmo, Copernico, Goffredo di Vinsauf, Paracelso e Dürer a Bologna, e Bonaventura e Tommaso d’Aquino a Parigi. Tutti parlavano la stessa lingua; i problemi dibattuti dagli averroisti a Bologna erano i medesimi discussi alla Facoltà delle Arti a Parigi, e Marsilio da Padova dissertava con Guglielmo da Occam e Giovanni di Jandun su questioni politiche di importanza capitale per l’Impero germanico.
Le università formarono così il primo nucleo di una futura identità europea: l’Europa delle università cessò di essere solo un’espressione geografica, per divenire una comunità culturale. E anche venendo ai nostri giorni, e pensando alla globalizzazione (indubbiamente frutto di numerosi sviluppi politici, militari, scientifici e tecnologici), non dovremmo dimenticare che fu anche attraverso la rete universitaria che Fermi e i suoi colleghi italiani portarono i risultati delle loro ricerche negli Stati Uniti, così come Einstein riunì le esperienze scientifiche europee e americane delle tre università di Berna, Berlino e Princeton.
Credo che questi brevi cenni siano sufficienti per rispondere alla domanda “perché le università?”. Negli ultimi novecento anni, esse sono state crogiuolo di un’identità internazionale, e artefici dei capitoli più creativi nella storia della cultura occidentale.
Possono ancora svolgere un ruolo nel mondo globalizzato di oggi?
Innanzitutto permettetemi una citazione biblica.
Nel primo libro dei Re, capitolo 19, quando Elia si trovava nella caverna del Monte Oreb, allorché fu chiamato alla presenza del Signore, ci fu “un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce”; ma non in vento Dominus, recita la Vulgata, il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto; ma non in commotione Dominus, il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco; ma non in igne Dominus, il Signore non era nel fuoco.
Non si può trovare Dio nel rumore; Dio si palesa solo nel silenzio. Dio non è mai nei mass media, Dio non è mai sulle prime pagine dei giornali, Dio non è mai in TV, Dio non è mai a Broadway. Dio è, dove non c’è agitazione. Questa massima vale anche per chi non crede in Dio, ma pensa che da qualche parte esista una Verità da scoprire, o un Valore da creare. Non si possono trovare verità e creatività in un terremoto, solo in una ricerca silenziosa.
  Nel tumulto del mondo odierno, gli unici luoghi del silenzio, accanto alle sedi di meditazione religiosa, restano le università. Sono ancora fra i pochi luoghi in cui è possibile un confronto razionale fra diverse visioni del mondo. Da noi universitari ci si aspetta che combattiamo, seppure privi di armi mortali, l’interminabile lotta per il progresso del sapere e della pietas. Non sono così ingenuo da dimenticare che la conoscenza non porta automaticamente pace e misericordia: la storia ci ha mostrato come le persone possono amare Brahms o Goethe, e allo stesso tempo essere capaci di organizzare campi di sterminio. Ma quelle stesse persone, prima di realizzare la loro soluzione finale, dovettero cacciare dalle università, una per una, tutte le menti critiche: l’università rappresenta da sempre un pericolo per ogni genere di dittatura.
Non di rado, gruppi di accademici hanno avallato il colonialismo, il razzismo e l’intolleranza. Ciò non toglie che è proprio nell’alveo delle università occidentali e delle accademie che il mondo moderno ha concepito quel nuovo approccio alle culture e alle civiltà che va sotto il nome di antropologia culturale. È grazie agli studi degli antropologi culturali del XIX secolo (che a loro volta si rifacevano a idee introdotte da Montaigne, Locke, e ai filosofi dell’Illuminismo) che oggi sappiamo dell’esistenza di altri modelli culturali, autonomi e  organici, che vanno riconosciuti, compresi nella loro logica interna, e rispettati. L’antropologia culturale, sostituendo il concetto di cultura a quello di razza, ha lavorato in profondità per renderci tutti più consapevoli delle altre culture, e del diritto di ogni cultura a sopravvivere.
L’antropologia culturale non ha cambiato il mondo. Mentre gli antropologi ci insegnavano a riconoscere e rispettare comportamenti culturali, religioni e costumi etnici diversi dai nostri, il mondo occidentale fabbricava i Protocolli dei Savi di Sion, mentre i primi mezzi di comunicazione di massa, attraverso i romanzi popolari e i film di Hollywood, diffondevano l’idea dell’Altro come Cattivo: il feroce indiano, il nero stupido condannato a un destino di eterna schiavitù dalla sua irrimediabile inferiorità, il cinese col codino, eccetera.
Ma allo stesso tempo, i medesimi stereotipi venivano smontati proprio all’interno dell’ambiente universitario.
L’università è ancora il luogo in cui sono possibili confronti e discussioni, idee migliori per un mondo migliore, il rafforzamento e la difesa di valori fondativi universali, non ordinati negli scaffali di una biblioteca, ma diffusi e propagati con ogni mezzo possibile.
L’università è una Forza di Pace! Basta pensare al progetto Erasmus, che prevede la creazione di una nuova rete internazionale di clerici vagantes, i quali spesso si sposano fra di loro, preparando così, almeno in Europa, una nuova generazione di cittadini bilingui, immuni alle seduzioni di qualsivoglia nazionalismo.

Ma permettetemi anche di citare, a proposito dei doveri dell’università oggi, due compiti che ritengo urgenti e fondamentali.
Spesso ci viene detto che uno dei rischi a cui si espone chi è cresciuto con i mass media, specie le generazioni più giovani, è una crisi della memoria storica. Senza memoria non c’è sopravvivenza. Le società si sono sempre affidate alla memoria per conservare la loro identità, fin da quando gli anziani delle tribù sedevano ogni sera sotto un albero, narrando le imprese degli antenati. E quando, con un atto di censura, si cancella una parte della memoria sociale, la società entra in una crisi di identità.
In questo senso, le università sono ancora luoghi in cui le memorie comuni possono essere inventariate e conservate.
Ma la memoria non è solo inventario, è anche filtro. La memoria storica non è fatta solo di ciò che crediamo sia importante ricordare, ma anche di ciò che pensiamo debba essere dimenticato. Una delle funzioni della memoria sociale e culturale è fare da crivello.
Una cultura, in quanto memoria storica, non è solo un deposito di dati: è anche il risultato del loro filtraggio, e della capacità che abbiamo di scartare tutto ciò che riteniamo inutile o non indispensabile.
La storia di una civiltà è fatta di milioni di dati che sono stati sepolti. Spesso ci accorgiamo che questo processo ha comportato una perdita, e per recuperare le informazioni scomparse ci vogliono secoli. I nostri antenati greci avevano perso memoria della matematica egizia, e il Medioevo non ricordava buona parte della scienza greca. Analogamente, noi oggi abbiamo dimenticato il significato delle statue dell’Isola di Pasqua, e molte delle tragedie citate da Aristotele nella sua Poetica sono andate perdute per sempre.
Nondimeno, a prescindere da questi incidenti indesiderati, una cultura deve eliminare molte informazioni. Quali erano i nomi di tutti i soldati che combatterono a Waterloo? Che ne fu di Calpurnia, moglie di Cesare, dopo le Idi di Marzo? La cultura ha eliminato questi dati per non sovraccaricare la nostra memoria storica.
Peraltro questo processo di cancellazione non agisce solo nella cultura, ma anche nelle nostre vite personali. Jorge Luis Borges ha scritto un bel racconto, Funes el memorioso, su un personaggio che ricordava tutto: ogni foglia che aveva visto da bambino, ogni parola sentita nel corso della sua vita, ogni soffio di vento che gli aveva sfiorato la pelle, ogni frase che aveva letto. E proprio a causa di questa memoria totale, Funes era un idiota, paralizzato dall’incapacità di filtrare e scartare i risultati delle sue esperienze. Il nostro inconscio funziona perché rimuove. Se poi qualcosa ci turba, andiamo a chiedere al nostro psicanalista di recuperare ciò che avevamo rimosso, perché troppo imbarazzante. Ma è importante eliminare tutto il resto: l’anima è frutto di questa memoria selettiva; se la nostra memoria fosse come quella di Funes, saremmo animali senz’anima, cioè senza identità. La nostra identità non è fatta solo delle cose che ricordiamo, ma anche di ciò che riusciamo a dimenticare.
E tuttavia, una cultura non si limita a suggerire agli individui di dimenticare ciò che andrebbe rigettato perché inutile, ma spesso nasconde ciò che essi dovrebbero ricordare. È il ruolo della censura, che assume molte forme, fino alla damnatio memoriae. Una cultura però può censurare non solo per cancellazione e reticenza, ma anche per eccesso di informazione. Ho sempre sostenuto che c’era poca differenza fra la Pravda stalinista e l’edizione domenicale del New York Times: la Pravda censurava le informazioni indesiderate, il Sunday Times invece conta ben 600 pagine, che sicuramente contengono All the News that’s Fit to Print, tutte le notizie che vale la pena stampare, ma che con altrettanta sicurezza nessuno riuscirà a leggere per intero, neppure nell’arco di una settimana. Rischiamo di restare sommersi da un eccesso di informazioni, e la differenza fra il silenzio e il troppo rumore è davvero minima.
Indubbiamente, per quanto concerne il Sunday Times, il lettore ben informato è in grado di selezionare le informazioni pertinenti e di cestinare i supplementi che non gli interessano, ad esempio quelli su mercato immobiliare, sport, casa e giardinaggio, o magari l’inserto letterario. Ma che cosa sta accadendo oggi a quell’eccesso di informazioni che è Internet? Il rischio è che diventi come il cervello di Funes. Finora la società filtrava per noi i contenuti attraverso libri di testo ed enciclopedie; con il web, tutta la conoscenza e le informazioni possibili, anche le meno utili, sono lì a nostra disposizione.
Provate a interrogare il web su un argomento, ad esempio la Shoah. Non esiste alcun criterio che ci dica, a un primo sguardo, se un sito è opera di storici responsabili oppure di un gruppo filonazista negazionista. E se una persona di cultura riesce comunque a capire di che genere di sito si tratta, come se la cavano invece i meno informati che, per la prima volta, cercano sul web alcune nozioni di base sull’evento? L’incapacità di filtrare comporta l’impossibilità di discernere.
Solo le università (e più in generale le istituzioni di formazione) possono insegnarci come selezionare. Occorre inventare, e diffondere, una nuova arte della decimazione. Altrimenti, senza un’Enciclopedia Unificata delle Scienze, tutti avranno diritto a costruirsi la loro enciclopedia: avremo l’Enciclopedia New Age, l’Enciclopedia Nazista, l’Enciclopedia Astrologica, eccetera. Con una tale frammentazione della conoscenza, i sette miliardi di abitanti di questo pianeta potrebbero produrre altrettanti metodi di selezione ideologica, e sette miliardi di lingue diverse, tra loro intraducibili. Il web potrebbe diventare una torre di Babele, in cui si parlerebbero non settanta ma sette miliardi di lingue individuali.
La presenza delle università può costituire una garanzia per i tanti giovani (e meno giovani) che sono alla ricerca di un’enciclopedia affidabile. Creare un’Enciclopedia Comune non equivale a imporre un pensiero unico. È un terreno condiviso su cui verificare e comparare ogni differenza portatrice di ricchezza. L’università è l’unico luogo in cui si può applicare correttamente un approccio unificato alla diversità.
Ma le università sono anche un modo per offrire un eccesso di filtraggio. Le culture (o quantomeno la nostra cultura occidentale, con la sua impostazione filologica) hanno interesse a recuperare dati la cui perdita ci sembra una sventura. Per questo abbiamo bisogno del lavoro di specialisti, storici o archeologi: a loro chiediamo di risuscitare concetti ed esperienze che sono accidentalmente sprofondati nell’oscurità. Con quest’atto, la memoria collettiva può far riaffiorare i dati perduti e può risistemarli, se non in un’Enciclopedia Comune, almeno in una settoriale.
In questo modo, una cultura matura sceglie di mettere alcune informazioni in stato di latenza. Le informazioni in eccesso vengono, per così dire, congelate in modo che, al bisogno, gli esperti possano riscaldarle in un ideale forno a microonde e farle rinvenire, allo scopo di, ad esempio, decifrare un antico documento appena scoperto.
I luoghi di latenza sono assimilabili al modello della biblioteca o dell’archivio, indispensabili contenitori di una sapienza che può essere rivisitata, anche se non è stata frequentata per secoli. Le università, quindi, non sono solo luoghi di indispensabile filtraggio, ma anche, con le loro biblioteche e i loro archivi, custodi di indispensabili informazioni latenti.

Vorrei terminare con l’ultima ragione per cui il ruolo delle università è ancora fondamentale, soprattutto in un mondo che diventa sempre più virtuale: le università sono fra i pochi luoghi in cui le persone si incontrano ancora faccia a faccia, in cui giovani e studiosi possono capire quanto il progresso del sapere abbia bisogno di identità umane reali, e non virtuali.

[Traduzione di Elisabetta Zoni]

lunedì 4 novembre 2013

Cioran, falso Profeta

Da "http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/03/20/cioran-falso-profeta.html" :

Con l' aria che tira, verrebbe naturale abbandonarsi ad apocalittiche previsioni. Se ne sta andando un secolo pieno di orrori, il futuro pare non promettere nulla di buono. E in aggiunta, l' Apocalisse è sempre un' ipotesi esteticamente molto attraente. Oltre che meno faticosa, nella sua univoca tragicità, rispetto a chi voglia accollarsi il peso dell' intrinseca ambiguità del mondo. Maestro indiscusso di questo annoiato sguardo sull' abominio della vita, è un signore rumeno, brillante e mondano come pochi, che da oltre quarant' anni vive a Parigi: E.M. Cioran. Il quale non ha mai lesinato autodefinizioni narcisisticamente denigratorie: "velleitario del Nirvana", "stilita senza colonna", "cortigiano del vuoto", "depresso per decreto divino". A volerne riassumere in due parole il pensiero, Cioran ritiene che l' universo sia il frutto di un dio tarato che ha trascinato l' uomo dall' originaria innocenza dell' inerzia, a una frenesia istigatrice d' eventi. Che si ritorce fatalmente contro chi la mette in movimento. Perché la Storia, lavora sì, ma all' incontrario: gli uomini della Rivoluzione per Bonaparte, Bonaparte per i Borboni, i Borboni per gli Orléans. Dunque, contro questa assurda spinta ad agire, contro l' "inconveniente di essere nati", altro non resta che travestirsi da demiurgo alla rovescia, nell' illusione di disporre finalmente del mondo per affrettarne la rovina. Chiaro che un illuminista un po' grossier, chiederebbe ragione a Cioran del perché, allora, non l' abbia fatta finita una volta per tutte, visto che già dal suo primo libro il suicidio era indicato come l' unico "pensiero davvero originale" di cui l' uomo sia dotato. E gli chiederebbe pure come mai, a quel testo, che doveva essere l' ultimo, ne siano seguiti invece infiniti altri (alcuni dei quali, va detto, bellissimi). Ma sempre definitivi. Naturalmente fino alla successiva uscita editoriale (l' ultima, indiretta, sono le Conversazioni con Cioran di Sylvie Jaudeau, pubblicato da Guanda). Queste però, sono obiezioni inutilmente acide. Molto più consistenti, quelle che gli rivolge Constantin Noica ne L' amico lontano (a cura di Lorenzo Renzi, Il Mulino, pagg. 80, lire 12.000), esordio nel panorama editoriale italiano di quest' altro pensatore rumeno, animatore intellettuale - sin dagli anni Trenta - di una Bucarest che pur essendo già destinata al baratro della dittatura comunista, era comunque in grado di sfornare menti vivacissime. Come senz' altro furono la sua, quella di Cioran, di Mircea Eliade, di Eugene Ionesco. E dello stesso Paul Celan, che in rumeno scriverà alcune delle sue liriche più belle. Per tornare ai due amici. Nel 1937 Cioran vince una borsa di studio a Parigi e lascia definitivamente la patria, oltre che la lingua natale: "da oggi scrivo in francese, che è un misto di camicia di forza e salotto". Noica invece rimane in Romania, optando per un volontario isolamento. Rifiuta di intraprendere la carriera universitaria. Campa con traduzioni di libri gialli e lezioni private ("pure di salto in lungo"). Introduce nel suo paese i classici della filosofia (da Aristotele a Agostino, da Cartesio a Kant), elaborando nel frattempo un suo personale pensiero stoico-diagnostico di cui Sei malattie dello spirito contemporaneo (pure pubblicato da Il Mulino, per la cura di Marco Cugno in questi giorni) è un primo, significativo assaggio. Ama dire di sé, "non ho biografia, ho solo libri", ma in realtà pure lui deve fare i conti con la storia: l' omaggio del dittatore Ceausescu alle sue eccessive curiosità culturali sono dieci anni di confino e sei di prigione. Dopodiché, tornato in libertà, si ritira definitivamente sui Carpazi, dove attorniato da un piccolo manipolo di adepti, vagheggia fino alla sua morte (1987) una filosofia della storia indifferente alle brutture della dittatura comunista. E tutta tesa alla salvaguardia dell' idioma e della cultura nazionale. Anche di tutto questo si parla ne L' amico lontano, che consta di uno scambio di epistole, e di due ritratti incrociati, pieni di miele e di fiele. Ora, lasciando perdere il miele, Cioran racconta dell' amico come di un irriducibile pedagogo, di un "boia in paradiso", di un "brillante torturatore", di un "aguzzino seducente". E l' altro? L' altro individua in Cioran un tono di scrittura corroborante al punto che è "molto improbabile qualcuno si sia suicidato con un suo libro fra le mani". Considerarlo rinnegato solo perché ha abbandonato la Romania? E perché mai. Curioso, piuttosto, è che dopo aver maledetto la filosofia e la sua fissazione per le "idee chiare e distinte", abbia scelto proprio la lingua cartesiana per eccellenza, quel francese che incarna la perfetta salute dello spirito e nella quale gli è piaciuto poi trasfondere il succo delle proprie morbosità crepuscolari. Le "sue parole, abbaglianti come un lampo non accompagnato da alcun tuono", parlano di una società occidentale dove il dubbio imperversa, dove si invoca la libertà ma nessuno rispetta la forma di governo che la difende e la incarna. Attenzione però, lo ammonisce Noica dal suo imbuto di orrore dei Carpazi. Le cose sono un po' più complesse. E' vero. Perisce l' Europa dell' esprit de finesse e trionfa quella dell' esprit de géometrie. Scompare l' intuito e si impone la razionalità. Questo dramma - di nuovo e sempre quello di Pascal - ha però ben poco da spartire con lo svillaneggiare l' eccesso di libertà davanti a persone che non ne hanno neanche un briciolo. Con lo sputtanare un mondo "vanamente dinamico" agli occhi di chi patisce l' immobilità assoluta della dittatura comunista, "talmente compresa di sé che ha paura per quello che pensa di fare, e pertanto - con la psicologia del debole - vive incutendo paura nel prossimo". Dunque, conclude Noica. Caro amico esiliato, "libellista senza oggetto". Dovremmo invidiarvi, noi "professionisti del destino senza oggetto"? Mica poi tanto. "C' è un po' di banalità nella vostra avventura. Persino il vostro scialbo esilio che rischia di spingervi verso la nostalgia e il sentimento, ci sembra poca cosa se paragonato col nostro, di esilio". Il comunismo è finito, e "al di sopra delle nostre teste di uomini, indaffarati o oziosi, costruttori o demolitori, torreggia qualcosa di cui ignoro l' aspetto, ma di cui conosco il nome: Europa". Dimenticavo la data: 1957. Ecco perché la maieutica socratica di Noica è meglio dell' estenuato estetismo apocalittico di Cioran. Non soltanto perché è più generosa, ma anche perché è più preveggente. Pure il "cortigiano del vuoto" se ne deve essere in qualche modo accorto, se in un soprassalto di sincerità, è costretto ad ammettere: "non ci si apparta sui Carpazi per fuggire il mondo, ma per conquistarlo da lontano".

di FRANCO MARCOALDI

Cioran, l’orrore e l’estasi della vita. Dialogo con Massimo Carloni

Da "http://www.orizonturiculturale.ro/it_incontri_Massimo-Carloni-intervista.html" :

La figura del grande pensatore romeno, il suo rapporto con la tradizione filosofica e religiosa, come pure la ricezione della sua opera in Italia sono al centro del dialogo tra Ciprian Vălcan e Massimo Carloni, studioso del filosofo di Răşinari. «Di Cioran – rivela Carloni – mi seduce la sincerità con la quale abborda le problematiche della vita. La chiave decisiva per comprendere la sua figura la fornisce lui stesso, riprendendo una formula di Baudelaire: l’orrore e l’estasi della vita, sentiti simultaneamente. Occorre sempre tenere insieme questi due atteggiamenti».

Massimo Carloni, com’è arrivato a conoscere l’opera di Cioran?
Nella prima metà degli anni ’90 m’imbattei in qualche suo aforisma, riportato in un libro sul Pensiero negativo e la nuova destra, dove Cioran era frettolosamente annoverato tra gli scrittori del tramonto, sulla scia di Nietzsche, Spengler, Bataille, ecc. Furono sufficienti due o tre formule, da cui emanava una luce particolare, miracolosa, per decidere di approfondire l’opera di questo scrittore a me sconosciuto, definito magiaro (sic!) in quel saggio. Così, ammaliato dal titolo, scelsi la Tentation d’exister. La vera folgorazione, tuttavia, avvenne quando da Parigi mi portarono in regalo il volume delle Opere edito da Gallimard. Il contatto diretto col suo francese, ad un tempo levigato e dirompente, fu decisivo. Mi commossero poi le foto della sua mansarda. Quest’uomo – mi dissi – non si limita a meditare intorno all’essenziale: lo vive.

Qual’è la sua interpretazione dell’opera di Cioran?
Innanzitutto, vorrei proporre una distinzione. Durante gli anni romeni, Cioran è essenzialmente un pensatore che scrive, laddove le idee e l’urgenza di liberarsene prevalgono sulla forma espositiva. Durante quel periodo di frenesia intellettuale divora di tutto, ma la febbre emotiva e la disperazione gli impediscono di elaborare pienamente ciò che assimila. Ciò a detrimento della scrittura, che risulta verbosa e sfiancante per il lettore. Il Cioran francese, al contrario, è soprattutto uno scrittore che pensa, quindi l’esigenza dello stile è avvertita come primaria, tanto più in un Paese, la Francia, che vanta una tradizione letteraria secolare, dove l’arte del bon mot assurge ai vertici dell’esperienza umana.
Parallelamente al cambiamento idiomatico, non bisogna sottovalutare il rovescio esistenziale verificatosi in quel periodo. Da intellettuale engagé in Romania, coinvolto nelle turbolente vicende politiche del suo Paese, Cioran si ritrova emigrante in Francia, a vivere d’espedienti come uno studente fuori corso. In patria, credeva ancora nella Storia, nella possibilità di incidere sul corso degli eventi, esercitando magari un ruolo a livello ideologico. In Francia è un signor nessuno, uno straniero socialmente emarginato, posizione ideale per osservare con disincanto la decadenza d’una civiltà. Qui, recupererà lo scetticismo tanto denigrato in gioventù, così come il buddhismo, filosofia a-storica per eccellenza. Attraverso un’analisi spietata affilerà le armi del dubbio, per mettere a nudo le contraddizioni d’una società ancora impregnata di visioni utopiche e religiose. Tuttavia, la prospettiva da cui osserva gli eventi rimane sempre metafisica: la Storia è il frutto di una caduta originaria, ontologica, che noi tutti continuiamo a perpetuare nel tempo.
Questa visione lo spinge a cercare altre vie di salvezza, al di fuori del Cristianesimo, la cui rozza mitologia, incentrata sulla figura d’un Dio creatore, ai suoi occhi aveva ormai i secoli contati… Della Bibbia ammira tuttavia la Genesi, il racconto della caduta, della separazione dalla pienezza originaria. La mistica cristiana lo tenta, ma è ancora troppo impregnata di Dio per sedurlo. Le filosofie orientali, decisamente antidogmatiche, gli parlano ancora. Alla loro saggezza empirica, medicale, si rivolgerà per curare le ferite di quella grande malattia che è la vita.

Quali aspetti dell’opera di Cioran hanno attirato la sua attenzione ad una prima lettura e quali continua a considerare importanti ancora oggi?
Ciò che inizialmente mi ha attirato, e continua tutt’ora a sedurmi, non è un aspetto in particolare, quanto piuttosto la libertà, ovvero la sincerità con la quale abborda le problematiche della vita, dall’insondabile all’aneddoto, per dirla con le sue parole. L’approccio di Cioran è sempre esistenziale, non per niente i suoi primi maestri furono Pascal, Kierkeegard e Nietzsche, pensatori sui quali anch’io, molto più modestamente, mi sono formato. Ciò ha indubbiamente favorito l’istaurarsi di un’immediata affinità spirituale con Cioran. Insomma, ci siamo intesi subito. Il sonner vrai delle sue ossessioni si sposa inoltre con uno stile sobrio, antiaccademico, a tratti confidenziale, che fa assomigliare la lettura dei suoi opuscoli ad una gradevole passeggiata notturna con un amico, dove si parla liberamente di tutto.
Mi piace rilevare ciò che ritengo essere la chiave decisiva per comprendere la figura di Cioran. La fornisce lui stesso, riprendendo una formula di Baudelaire: l’orrore e l’estasi della vita, sentiti simultaneamente. Occorre sempre tenere insieme questi due atteggiamenti apparentemente inconciliabili. Di norma i critici tendono a sottolineare il primo aspetto, l’orrore della vita, facendo di Cioran un campione di nichilismo, un misantropo amatore di catastrofi; il che rappresenta solo una parte della sua personalità. Ad ogni modo le testimonianze, l’epistolario che lentamente sta riaffiorando, mostrano l’altro Cioran: passionale, premuroso, generoso, amante della natura. L’opera, pertanto, andrebbe letta in filigrana, tenendo sempre a mente quell’arte di pensare contro se stesso, così elegantemente esibita nei suoi aforismi.

Quale scrittore del XX secolo potrebbe essere paragonato a Cioran per quanto riguarda i temi della riflessione e lo stile?
Limitandomi al panorama letterario italiano, a livello di stile mi piace accostarlo a due «scrittori per caso», che impugnarono la penna per attenuare le loro amarezze, quali furono Leo Longanesi ed Ennio Flaiano, anche loro maestri nell’aforisma lapidario, di derivazione francese.
Quanto ai contenuti, il pensiero va a Guido Ceronetti, poeta, filosofo, scrittore e opinionista, nonché traduttore, drammaturgo, teatrante e marionettista, che, com’è noto, è stato amico di Cioran. Questi gli dedicò un insolito ritratto, contenuto in Exercices d’admiration. Direi che i due hanno parecchi tratti in comune, non ultima, una concezione gnostica del mondo, permeata di venature apocalittiche. Entrambi anti-moderni, hanno in orrore l’epoca della tecnica e guardano con sospetto l’idea di progresso. Ceronetti, da raffinato esegeta e traduttore di molti libri dell’Antico Testamento, condivide con Cioran la passione per Giobbe e Qhoelet. E poi lo stile: Ceronetti, al pari di Cioran, è un incisore, un cesellatore della parola. La loro scrittura si muove secondo un ritmo che tende naturalmente all’epigramma. Altro tratto comune è l’uso della prosa corrosiva, tipica dei moralisti, che sferza e fustiga i costumi dei contemporanei, abitatori delle tenebre. Infine una curiosità: qualcuno in Italia ha proposto addirittura la fusione dei loro cognomi in… Cioranetti!

Considera giusta l’opinione degli esegeti che considerano Cioran il principale continuatore di Nietzsche nel XX secolo?
Da un punto di vista filosofico Cioran, almeno agli inizi, s’inserisce nel varco aperto da Nietzsche. Il filosofo tedesco taglia i ponti con il pensiero a lui contemporaneo, con la cultura accademica e il suo gergo, proponendo uno stile dinamitardo del tutto innovativo. Cioran lo riconosce: «Nietzsche è stato eminentemente liberatore… Un attentato all’idea di sistema… dopo di lui si può dire tutto». Nietzsche stesso attinse alla tradizione moralistica francese, salvo poi allontanarsene per vestire i panni del profeta Zarathustra, e del riformatore con gli scritti sulla trasvalutazione di tutti i valori.
Dal punto di vista dell’esaltazione interiore, si può dire che Cioran inizia dove Nietzsche finisce: in un’euforia eccessiva, senza pause, che trova compiacimento nella distruzione delirante. Tuttavia, se da un lato Nietzsche sfocia nella follia, la demiurgia verbale cioraniana si raffredda, trovando la misura a contatto con lo scetticismo prima, e con il vuoto buddista poi, per assestarsi infine in una tonalità in minore.
Quanto ai contenuti, Cioran non coltiva mai l’illusione di un’umanità migliore, un ubermensch a venire. La condizione umana, per lui, è il frutto d’una caduta irrimediabile e senza sbocchi. A tal proposito, occorrerebbe parlare piuttosto di un untermensch, la cui saggezza si riduce a bricoler dans l’incurable…

Attualmente a che punto è la ricezione dell’opera di Cioran in Italia?
Il pubblico italiano ha conosciuto tardivamente Cioran, agli inizi degli anni ’80, per iniziativa del prof. Mario Andrea Rigoni, amico e traduttore di Cioran, e dell’editore Adelphi, che ne pubblicò l’opera. Nel corso d’un decennio furono dati alle stampe i più importanti testi, sia francesi che romeni. Dopo la traduzione dei Cahiers, tuttavia, le pubblicazioni si fanno sempre più sporadiche e senza un ordine preciso.
Quanto alla ricezione del pubblico, inizialmente Cioran ha avuto un impatto notevole sul milieu culturale italiano, conquistandosi l’ammirazione di una nutrita schiera di intellettuali e scrittori: da Citati a Ceronetti, da Calvino a Carmelo Bene, solo per citarne alcuni tra coloro che lo hanno accolto e riconosciuto come un grande maestro di pensiero e di stile. Il mondo accademico tuttavia, soprattutto in ambito filosofico, lo ha rigettato come un corpo estraneo. D’altronde questo non sarebbe certo dispiaciuto a Cioran… Da sottolineare invece la presenza di un nutrito gruppo di fedeli lettori, difficilmente classificabile, socialmente trasversale ed in gran parte sommerso, che aspetta avidamente ogni nuovo scritto del pensatore romeno. A questo riguardo, sono coinvolto in un progetto editoriale per la pubblicazione degli inediti di Cioran in Italia.  
A livello universitario, da qualche tempo, emergono studi e ricerche, concernenti la giovane generazione degli intellettuali romeni degli anni ‘30, e il loro coinvolgimento politico. In un Paese come l’Italia in cui, anacronisticamente, la contrapposizione tra destra e sinistra è ancora molto sentita, si tende ancora a classificare gli scrittori secondo una certa coloritura politica che, nel caso di Cioran, appare francamente ridicola, considerati gli sviluppi successivi della sua opera. Per certi versi, e concludo, Cioran può essere considerato un vero e proprio antidoto contro il virus del fanatismo ideologico e religioso.

Intervista realizzata da Ciprian Vălcan
(n. 7, Luglio 2012, Anno II)

Linee di Seta

Da "http://aforisticamente.com/linee-di-seta/" :

La presente edizione di Linee di seta è una profonda revisione testuale della raccolta Linee di seta apparsa nel 2012 presso Lietocolle di Como attraverso l’inserimento di molti aforismi inediti.
Insegno di protesta contro un certo genere di editoria che, in una vera e propria crisi di autorevolezza, continua a pubblicare cantanti, attori, vallette, blogger cuochi e politici che si fanno passare per romanzieri e filosofi, questo libro è stato stampato presso una tipografia in 50 copie di tiratura e ha una copertina completamente “bianca”.
Questo “bianco” vuole essere un momento di riflessione contro chi sta condannando la letteratura all’irrilevanza, e il genere aforistico alla totale marginalità.

FABRIZIO CARAMAGNA - LINEE DI SETA

Occorre del tempo per fare un breve filo di seta: il gelso fiorisce tardi e la digestione della foglia è lenta

paginabianca

Prologo

L’aforisma: l’implosione delle parole, l’esplosione del senso
Nella creazione di un aforisma, migliaia di pensieri sono occupati a crearne uno
Un libro di aforismi: un parallepipedo in cui vengono tracciate linee leggere
Una linea dimentica di continuo di andare a capo e toccare il fondo della pagina. E talora le manca la voglia di andare in profondità
Il poeta sogna di far giungere la parola a un livello tale di perfezione da farle perdere per sempre ilsuo senso. L’aforista sogna di far giungere il senso a un livello tale di perfezione da fargli perdere per sempre la parola
L’aforisma è una introduzione, ma a quale libro?

 Linee di seta

Ogni giorno il sole si leva e tramonta, il vento soffia, l’uccello canta. Ma l’uomo, che cosa fa l’uomo?
Quando un cane vede una stella cadente, vorrebbe riportarla indietro ma non sa a chi
Ci sono due fiori dentro il fiore. Uno è girato verso di noi, l’altro verso l’infinito
**
Ci sono stelle che sono viste anche dai grilli, e stelle che sono viste solo dai grilli
Il futuro è avvolto nel silenzio. Anche se ci urla addosso non riusciamo a sentirlo.
Lettere del libro che si aprono una dopo l’altra, quando vi passa sopra lo sguardo, e diventano fiori
**
Il sì ci è dato dalla nascita. Il no viene creato nel tempo
Ridere è far vibrare tutto lo scheletro. Anche il cranio, solitamente rigido, non fa altro che vibrare
Nei sogni: essere reali senza bisogno di esistere. O anche: essere vivi senza bisogno di essere reali
**
Animali, piante, fiori ogni mattina giocano al gioco dell’essere
Anthurium, Paphiopedilum, Pelargonium, Cryptanthus. Dalla incoerenza delle sillabe si sprigiona l’armonia dei profumi
Gli occhi della bellezza: occhi che non fanno che farsi vedere
**
Il mare, incurante dell’uguaglianza dei diritti, cancella dalla sabbia ogni impronta che non è sua
Ma anche:
Il mare, infrangendosi sulla pietra, cambia ogni volta le sue forme per essa
**
Si stirò per un attimo fino a diventare nuvola, ma poi si intrecciò su se stesso fino a a diventare gabbia
La timidezza è come un colibrì che ha paura del fiore, vibra e sta sempre indietro anziché baciarlo
Dove siamo nell’universo? Chi dirà la posizione, dirà tutto
**
Quando Dio volta pagina, tutti i fogli di carta del mondo vibrano
Il giorno ansima nell’urgenza. Solo la notte si lascia respirare
Il vento accarezza l’albero e la montagna, ma chi accarezzerà la sua carezza?
**
Ah, poter intrecciare in un’unica sensazione il vedere dell’aquila, il sentire dell’albero, il toccare del vento
Guerre melodiose: la rana, il grillo, la civetta difendono il loro territorio con il canto
Che cosa possiedi di te stesso dentro un bosco? La tua anima è nelle foglie.
**
Il cielo azzurro è proprietario del viso di tutti i bambini
L’infinito talvolta si specchia in una goccia per dimenticare la sua immensità quotidiana
Che leggerezza i gusci delle cicale, finalmente liberi dal peso di cantare a squarciagola tutta l’estate
**
Nessuno sceglie che cosa immaginare: l’immaginazione sceglie se stessa
Che nome ho, quando un albero mi chiama?
Una pietra messa qui nello spazio dalla mano di un altro. Superstite di quale movimento?
**
L’uccello fermo nel prato – non caccia, non è cacciato – che cosa pensa?
Si può non sapere Dio, ma sentirlo. Si può non sentire la morte, ma saperla
Un cammello può stare dieci giorni senza bere. Un asino tutta la vita senza sognare
**
Il paradiso: un giardino dove ci sono tutti i semi dell’universo
E se ci fossero tempeste e terremoti che accadono solo per rendere felice un granello di sabbia
Gli uomini escono vuoti dai grandi magazzini. Solo il vento ha comprato i colori della sera
**
Appena nati, i bambini tengono l’aldilà ancora stretto nelle loro manine rinchiuse
L’infanzia: stare sulla riva del tempo, in attesa di immergersi
Una madre nasce contemporaneamente a suo figlio. Un padre a volte aspetta degli anni prima di nascere
**
Misuriamo le cose, ma il petalo del fiore sa meglio di noi a quale distanza si trova il sole
Credi di sapere tutto sulla Natura? Aspetta di sentire le formiche che il Giorno del Giudizio si alzeranno a cantare
Ci sono animali muti, animali canori, ma c’è soltanto una specie che riesce a balbettare
**
Il mio niente, prima di nascere, era niente come il niente di una mosca?
Nessuno prende le misure della verità con così tanta precisione come chi prende le misure della bellezza
L’infinito. Sempre in vantaggio di un pensiero, avanti di una galassia rispetto alla nostra immaginazione
**
L’acqua lava se stessa solo nei ruscelli. L’aria pulisce se stessa solo sulle cime delle montagna
Come i bambini, i fiori nascono con la testa già grande
La formica è instancabile, ma chi è più generoso di una cicala che dona diecimila note in un pomeriggio?
**
Nel bosco appena tagliato, l’ombra parla meno e parla male
Il ragno non sa se è primavera o estate: aspetta la stagione delle mosche
Il cordone ombelicale: la prima catena che abbiamo conosciuto, l’unica che rimpiangiamo
**
Il mondo: una foglia appesa all’albero dell’universo
I genitori vengono stampati nei bambini, ma un tipografo misterioso ne ha mischiato il testo
E se l’amore fosse una respirazione bocca a bocca con l’universo, un rianimare qualcosa ed un essere rianimati?
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Quante mani fuori dal loro mestiere non sanno stringere nulla
Due corpi brutti che si amano rompono lo specchio, ne fabbricano un altro
La cosa facile è così difficile da dire. La cosa difficile, è così facile da pensare
**
La realtà: un lucchetto d’acciaio. La parola: una fragile chiave di carta
Dentro l’anima c’è anche una scheggia di nulla. A volte preme così forte da farci perdere l’orientamento
Solo la mente di un bambino ha i suoi porticati luminosi e il futuro vi passeggia sereno
**
Incatenati a volte dal giorno e liberati dai sogni. Incatenati a volte dai sogni e liberati dal giorno
La menzogna appartiene al sempre. La verità all’istante.
L’ultimo pensiero della farfalla, prima di morire, è sempre il più colorato
**
Un uomo che prova a vendere delle foglie enormi di una quercia, perché gratis non riceverebbero attenzione
L’amore: una pianta che ha bisogno d’acqua. L’amor proprio: una pianta che ha bisogno di aridità
La giovinezza, nella vecchiaia, ci ricorda continuamente di dimenticarla
**
Nel pomeriggio assolato la grande notte, furtivamente, abita l’ombra di un melo
Non ascoltato, un uccello sul ramo fa risuonare una nuova Iliade
Quante grucce tengono il peso dei nostri abiti senza mai alzare le spalle
**
Le stelle si raccontano i loro ricordi e ognuna crede che il suo sia il più antico
Le mani dell’albero hanno le unghie sporche di azzurro a furia di scavare dentro il cielo
Prendere il volo in un cielo che abbiamo dentro. Come uccelli mìgratori passare da un emisfero della mente a un altro, dalla rigidità del cranio alla morbidezza del diaframma
**
Nella giovinezza è facile nuotare controcorrente, quando si è ancora vicini alla fonte
A un certo punto i nostri anni non aumentano più. Si adagiano uno sopra l’altro, come le pieghe di una veste
Nella vecchiaia, per vedere la morte in faccia, è sufficiente uno specchio
**
Se ci si fermasse ad ascoltare il lavoro delle radici, chi riuscirebbe a dormire?
La luce passa tutto il tempo a giocare. Ha mai avuto un momento di serietà?
Un cielo dove le costellazioni sono segrete, e i grilli quando si fidano dell’uomo le indicano
**
Giochi mattutini: la foglia si immerge nell’aria, la nuvola si bagna nello stagno
Siccome non siamo giaguari o tucani o orchidee dai fiori bianchi, il nostro aspetto cambia ogni giorno
Le mani di una donna non sono splendide che quando carezzano l’invisibile che noi non vediamo
**
Al risveglio le piante non hanno l’ebetudine dei nostri volti
Il filo d’erba che si piega dolcemente nel vento: sembra pesare l’aria
Nel fiore, un petalo di un colore diverso dagli altri, ci segnala l’anima
**
Ogni giorno l’invisibile invita l’immaginazione a battersi a duello
I fiori: se corressero in una unica direzione come i fiumi, ci sarebbe un solo giardino nel mondo
Ci sono paesaggi che esaudiscono il senso del dove e paesaggi che esaudiscono il senso del quando
**
Grande coraggio ha il gallo che va in cima al tetto. Il vento non è metodico come l’alba
La libertà della foglia che abbandona il ramo è la responsabilità di tornare ogni primavera
Il cielo riceve imprecazioni e in cambio offre stelle
**
Si scrive come si respira o come si soffoca?
Nella vita non c’è un filo. Ci sono solo dei tagli
Tutti parlano alle tue spalle. Solo il cielo ti parla in pieno viso
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Dentro il cuore dell’uomo sono intrecciati vermi e foglie delicate
L’imbarazzo di una finestra. Pensa di essere uguale al cielo azzurro ma un moscone continua a battere contro i suoi vetri
Le stelle si avvicinerebbero a noi se fossero chiamate per nome, ma chi conosce il loro nome?
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Il colombo caca sul monumento: non sa che l’originale è nella cantina di un museo
Le meraviglie dello stile ci fanno dimenticare che l’acqua di una pozza è la stessa di una cascata
Come voler essere candido come un giglio senza arrossire per aver voluto esserlo?
**
Angeli caduti, angeli poeti, angeli bambino: all’angelo non si può attribuire la moderazione di un saggio
Nella giovinezza si cerca, invece dell’uscita, l’entrata del labirinto
Il manto che avvolge la nostra vergogna è sottilissimo, come un soffio
**
Nel verde paradiso Dio era il predatore dell’uomo
Un dio diabolico ha dato al diavolo delle ali per volare
La porpora dei papi ha riempito di ruggine i Vangeli
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Si costruisce il capitello prima della colonna: l’ossessione di incoronare qualcosa che ancora non esiste
La vecchiaia: il nodo è sempre più ingarbugliato, le dita sempre più tremanti
Nella quiete della sera anche la grande montagna sembra ripiegare le sue ali
**
Lo sguardo di un bambino: un buon conduttore che lascia passare la sua anima senza dispersione
L’immaginazione: tentativo inutile di pensare lontano dal proprio cervello
La spropositata lettera O della parola IO: un continuo invito a essere riempita
**
Nel deserto un granello di sabbia tra milioni e solo il vento lo nota e lo porta via
e anche
Milioni di ombre nella sera e ilvento ne prende una e la assegna a un uomo
**
Di notte, sfogliamo le pagine dei sogni o sono le pagine dei sogni che ci sfogliano?
Lo specchio: dono all’uomo degli occhi per contemplare un cieco
Il ricordo: tante prove nella camera oscura per non trovare mai la fotografia definitiva
**
Al tramonto che cosa c’è più lento del sole e che cosa più impaziente di una stella?
Il granello di sabbia dentro l’ostrica. L’arte di perseverare sopra un difetto permette di raggiungere la perfezione
Quando una formica impara a contare le stelle invece che le briciole la fine del mondo è vicina
**
Anche questa è una possibilità: se si lancia un boomerang ricoperto di zucchero, torna indietro uno zucchero filato
Le prima vocali nei bambini: un cielo aperto, un flusso d’aria. Le consonanti arrivano dopo come rondini
L’ultimo punto del libro: un buco nero dove cadono tutte le parole
**
Il passato ci spaventa per la sua insistenza, il futuro per la sua inesistenza
Anime fatte più di carne che di luce. Corpi fatti più d’aria che di sangue
Un bambino sulle spalle di sua padre: nessuna piramide o colonna dell’antichità è più alta
**
Le bocche della fontana: pronte ogni giorno a sputarsi addosso per questioni coreografiche
Oggi nel prato un fiore, non visto, sta ideando una macchina per volare. Forse un giorno si avrà la vera storia delle invenzioni del XIX e XX secolo
Immaginare la montagna come una grande campana triangolare. Dentro un invisibile battaglio la fa vibrare una volta ogni milioni di anni
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La bussola, con l’ago perennemente rivolto a nord, non si accorge dell’arrivo della primavera
La pozzanghera: si sente ancora più sporca pensando di essere stata neve
Realismo: per dipingere il lupo bisogna farlo più grande di quello che è
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I grilli che nella notte si chiamano e non si vedono. Gli uomini che si vedono e non si chiamano
La felicità tracima appena, l’infelicità inonda
Il cervello: la parte più razionale dell’uomo è nata dentro le viscere di una madre
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Sulla bilancia del dolore la cosa più pesante è il cranio. Sulla bilancia della gioia la cosa più leggera è la pancia
Un mondo in cui le banconote dormono sotto le foglie, e nessuno le nota e le usa
La giovinezza: cadere, spezzarsi, frantumarsi, ma brillare ogni volta come diamanti sfaccettati
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Fine estate: giorni brevi, venti lunghi
Andare a vivere tra la collisione del vento e del mare
L’albero ignora ogni mattina in che lingua parlerà: aspetto l’uccello per saperlo
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Le scarpe per camminare sono le prima che al buio ci fanno lo sgambetto
Il linguaggio: non si vestono le parole senza spogliare le cose
Una montagna sullo sfondo del cielo: eternità contro eternità
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La corrente del fiume non può portare con sé le nuvole che si specchiano. Ha conosciuto una libertà più grande della sua
Ma anche:
La corrente del fiume porta tutto con sé, anche le lacrime di Eraclito
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Quando il camaleonte vede l’arcobaleno, gli dice sprezzante: “Non hai che sette colori!”
Il lago: la sua capacità di aspettare supera il desiderio di arrivare fino al mare
Quando si descrive la neve, si dovrebbe cominciare dalle risate dei bambini
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Leggere un libro è sporcarsi gli occhi di inchiostro. Guardare il cielo è sporcarsi le mani e le labbra di azzurro
Se le citazioni sparissero all’improvviso, conosceremmo il vero peso delle biblioteche
Talora il sacco del corpo si rompe e ne esce una polvere di parole taciute
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Dentro la clessidra dell’infanzia c’era anche un granello di eternità
Le campane di tanto in tanto sognano di prendersi una giornata di libertà da Dio
Mattine in cui si alza dal letto e c’è tutto. Le labbra per respirare, il corpo per avanzare, gli occhi per guardare. Manca solo l’anima
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Come i gatti, la nostra anima vede meglio al buio
L’ipocrisia, le banconote e la moda sono una invenzione recente. Ma l’anima, isogni e il tremolio dell’erba ci sono sempre stati
A essere morti si perde il vedere, ma non ancora il dire
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Oggi le parole hanno lasciato i loro ingranaggi per seguire la corrente del fiume
Vuoi alterare l’ordine del mondo? Attribuisci i più grandi riconoscimenti a uno scarabeo muschiato
La ragione sa molte cose, ma la follia ne sa una più grande
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Viene il vento. Qualcuno tra gli alberi del mondo lo ha invitato e non sapremo mai chi
Amare una persona e ogni volta, in tanto amore, accumulare un grammo invisibile di odio. Alla fine quell’odio è diventato una montagna
Le pietre respirano. Una volta ogni mille anni e la nostra vita è troppo breve per accorgersene
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Nel sangue di Cristo crocifisso scorre l’acqua di Ponzio Pilato
Ci sono angeli che fanno un nodo alle loro ali come se temessero di dimenticare Dio
Prima della vita sulla terra, l’unica forma di saggezza era quella della pietra
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Dove è l’eternità? Nel giallo del sole o nel giallo del pulcino appena nato?
Pomeriggio d’estate. Il cielo ha una chiave d’oro sulla schiena che i bambini di divertono a girare
Tra il Tic e il Tac solo il pazzo sente un altro suono?
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L’estate nasce dall’aria o dal fuoco? La primavera dall’acqua o dalla terra?
Chi ha creato miliardi di galassie è stato valutato solo trenta denari
Nella notte l’albero si gira al contrario. Le sue radici affondano nel cielo stellato
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Marzo gelido. L’inverno mette le sue mani ghiacciate sugli occhi della primavera per impedirle di guardarsi intorno
Affidare l’orologio della propria vita nelle mani di un figlio, in un pomeriggio di giochi: quando lo si riprende è di nuovo luminoso e segna tutti i secondi
La notte. E se Dio l’avesse inventata solo per vedere gli occhi dei gatti?
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Le conchiglie: più sono vuote, più credono di mormorare come il mare
Tutto si trasforma. L’oro della corona finisce nella dentatura del plebeo
Il giaciglio delle nuvole: il luogo dove si depositano tutte le forme del mondo
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Anche le onde hanno i loro amori, così differenti da quelli di un banchiere
La ragnatela è simbolo di leggerezza. Eppure è formata da migliaia di invisibili catene
Nel prato un albero fiorito indica l’uscita verso l’invisibile
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Un poeta che, prima di scrivere poesie, si dedica per anni ad ascoltare il canto della libellula
Un uomo buono, che manda cerchi concentrici a ogni battito del cuore
L’albero: uno Stato presieduto in basso dalla tirannia delle radici, ma governato in alto dalla libertà del vento
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Inutile salire su un piedistallo: la nostra ombra in basso ci prende in giro ancora di più
Chi avrebbe detto che zoppicare e volare mette in moto gli stessi muscoli?
Credere nelle parole come sandali e non come chiodi fissati al muro
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La memoria dell’albero: se la porta con sé l’ultimo uccello che vola via in autunno
Nel prato la farfalla concepisce che il tempo possa finire, ma non lo spazio
L’edera: un’erbaccia con degli ideali
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Chi cerca giustizia in cielo ignora che anche lassù c’è un Piccolo Carro e un Grande Carro
Il bene lascia una traccia, il male una piaga
Il male si infila anche nella sottile fessura tra la testa e l’aureola
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Le nuvole, bianche e soffici metastasi che guardano le nere metastasi quaggiù
Il sottofondo dei grilli attende invano una voce solista nel prato, ma quale?
La luce impietosa della pagina non fa che evidenziare la cenere di cui siamo fatti
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Morti che si mettono sopravento per non sentire più l’odore della vita
Un giorno spostare il cielo come la lastra di un sepolcro e trovare i cadaveri degli angeli
Di notte anche le lettere dell’alfabeto tornano nelle loro tane. Non c’è che il silenzio
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L’uomo abbandonerebbe il blu della terra per le pietraie deserte della luna
Per la felicità l’uomo non ha che dei fini. Per l’infelicità non ha che dei mezzi
Gesù che muore a 33 anni, ci ha insegnato a morire, non a invecchiare
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Non si sfiora la purezza di un fiore che con un dito irrorato di sangue
Peccato che un crisantemo debba sporgersi da un carro funebre per mostrare al mondo la sua bellezza
I paradossi: quanti cigni neri si incontrano nel bianco di una pagina
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Nell’ultimo secondo prima dell’eternità la lancetta farà Tic o Tac?
La suprema ambizione: trasmutare il tempo in oro o l’oro in tempo?
Prendetevi cura delle onde: il mare un giorno scomparirà
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Le parole si parlano, ma i silenzi si toccano
L’età, che ha più saggezza di noi, trasforma il riso in una tosse secca
Toccare la propria ombra sembra la prima cosa, invece è l’ultima
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Epilogo

La mia opera ha due lettori e migliaia di farfalle stupite: pubblico ovviamente privo di interesse per un editore
Quando scrivo un aforisma, la pagina bianca non è altro che un bozzolo da cui spero che esca un piccolo filo di seta
I Re Magi portano in dono all’aforisma la malinconia, la meraviglia e l’ironia. E la meraviglia sta sempre in centro
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Chi scrive aforismi è povero di suoni melodiosi. Imita il guizzo del colibrì e non il canto dell’usignolo.
L’aforista è come il coltivatore di gelso: dalla leggerezza del filo di seta misura il peso del suo patrimonio
Beati gli aforisti di altri tempi. Faticavano la metà e l’applauso era garantito quando scrivevano aforismi come: “La fortuna aiuta gli audaci” o “Se vuoi essere amato, ama
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State cadendo? Scrivete qualcosa sull’ultima foglia!

  1. Riporto qui di seguito la recensione di Stefano Elefanti, autore del libro “Origini e sviluppo dell’aforisma poetico nel Novecento”.
    L’ultima opera di Caramagna appare fin da subito insolita e volutamente oltre gli schemi; quella copertina, completamente bianca e priva di ogni indicazione, è il segno di uno strappo profondo tra l’autore e un certo mondo editoriale che ancora oggi, ostinatamente, continua a ignorare la pur florida e viva letteratura aforistica.
    Questo gesto di protesta apre la strada alle nuove Linee di seta, una versione ampliata e ampiamente modificata della precedente opera omonima, pubblicata nel 2012 da Lietocolle. Il titolo resta invariato ed è un bene: l’immagine dell’aforisma tramutato in esile, e pur prezioso filo di seta, illumina la silloge. Invece, già da una prima lettura si può intuire un cambiamento: la raccolta, infatti, sembra rivelare molto dell’animo dell’autore e, al contempo, appare più libera e immediata della precedente; ciò avviene, probabilmente, poiché essa ha avuto la fortuna di vedere la luce senza doversi mai scontrare contro alcun filtro editoriale.
    Le sensazioni che questo libro suscita sono molteplici e profonde, così come sono continuamente diversi i temi affrontati, tanto da rendere impossibile una vera e propria definizione; tale attitudine evoca il meccanismo con cui si generano le idee, quando sono ancora in noi, fluttuanti e mutevoli poiché ancora inespresse. Una traccia di questa suggestione si può scovare nella consuetudine di inserire due aforismi in successione, ambedue dalla struttura simile eppure con senso differente:
    «Il mare, incurante dell’uguaglianza dei diritti, cancella dalla sabbia ogni impronta che non è sua.
    Ma anche:
    «Il mare, infrangendosi sulla pietra, cambia ogni volta le sue forme per essa».
    Ciò indica come l’autore abbia scelto di aprire ai lettori le porte della sua fucina creativa, svelando le contraddizioni, i dubbi e le possibili varianti che hanno anticipato la stesura di quei pensieri. Chi è avvezzo alla scrittura sa che, nell’atto creativo, ogni pensiero è sempre potenzialmente accompagnato da un concetto gemello e contrario e da tanti altri ancora, tutti differenti eppure ugualmente affascinanti e sensati. Caramagna incarna e fa propria questa teoria, mostrando al lettore come la medesima realtà possa assumere contorni diversi, talvolta persino opposti, se scrutata da due o più punti di vista differenti.
    Un elemento centrale, come già si palesa negli altri scritti di Caramagna, resta l’osservazione della natura; proprio la contemplazione della realtà naturale, più volte personificata, è il punto di partenza ricorrente da cui scaturiscono i diversi pensieri e le fervide immagini che articolano gli aforismi. Anche il titolo stesso della raccolta, come si è detto, riflette questa concezione: è la sintetica, e quanto mai poetica, immagine scorciata dello sforzo dell’aforista che, chino a digerire quelle foglie, lavora perché, a tempo debito, esse divengano esili fili preziosi.
    «L’aforista è come il coltivatore di gelso: dalla leggerezza del filo di seta misura il peso del suo patrimonio».
    L’altro elemento portante della silloge è l’uomo, che è fotografato in tutte le sue fasi vitali e soprattutto nei suoi momenti di curiosa interazione con l’ambiente e gli animali; è un uomo che cerca il senso stesso della sua esistenza partendo dalla concezione che, in natura, ciascuno vive in funzione di qualcosa:
    «Ogni giorno il sole si leva e tramonta, il vento soffia, l’uccello canta. Ma l’uomo, che cosa fa l’uomo?».
    Molti aforismi della raccolta nascono proprio da constatazioni intuitive e semplici, simili a quelle dei bambini. I fanciulli sono l’emblema della curiosità e del perpetuo stupore e quindi, sembra dirci l’autore, è bene che alberghi in noi una parte di essi lungo tutta la vita. Di fatto, il protagonista della raccolta è l’uomo, ogni volta che, bandendo il pudore tipico degli adulti, riscopre il suo io infantile; ma non è sempre facile riuscirci, come avverte Caramagna in due aforismi:
    «Nella giovinezza è facile nuotare controcorrente, quando si è ancora vicini alla fonte».
    «La vecchiaia: il nodo è sempre più ingarbugliato, le dita sempre più tremanti».
    Questa nuova edizione di Linee di seta appare, alfine, più sciolta dai legacci editoriali e, anche per questo, più affascinante; è un libro capace di emozionare per la sua pittoricità e di suggestionarci mediante un linguaggio semplice, diretto eppure onirico; sotto questo punto di vista Caramagna si conferma un autore capace di scrivere aforismi poetici, pur sapendo alternarli con altri pensieri più ironici e disincantati:
    «Morti che si mettono sopravento per non sentire più l’odore della vita».
    E spesso è proprio da questi ultimi aforismi che trapela un’aura di pacata ironia, un certo sottile sarcasmo, amaro e disilluso, che è una delle caratteristiche principali delle penne migliori.
    Stefano Elefanti