Presentazione

La Logica di Russel, il Coraggio di Camus e la Fede di Chesterton.

lunedì 6 gennaio 2014

E' possibile una Teodicea nel 2014?

Da "http://lunariaesistenzialismo.blogspot.it/2014/01/e-possibile-una-teodicea-nel-2014.html" :

Riporto qualche stralcio preso da Adriano Fabris,"Tre domande su Dio", pagina 145 e successive, dedicate a Dio e al problema del Male.

Sono molte le forme nelle quali il male s'annuncia alla coscienza dell'uomo. [...] Accanto al male inteso come dolore vi è il male di cui noi stessi siamo responsabili come le nostre azioni, quello che ci può essere imputato e che dunque è suscettibile di una valutazione "morale". [...] Dobbiamo chiederci perchè la presenza del male nel mondo viene messa in relazione con la sfera del divino e può costituire uno dei motivi che inducono "l'insipiente"
(qui Adriano Fabris si riferisce alla famosa prova ontologica di Anselmo d'Aosta dell'esistenza di Dio; chi non crede in Dio [Fallo] per Anselmo è "insipiente", ovvero stolto) ad affermare che non vi è Dio alcuno [...] perchè se il male è qualcosa di reale, Dio - l'essere onnipotente e buono - ne viene considerato in qualche modo responsabile. (Nota di Lunaria: non c'è da stupirsi che il Dio dei maschi sia da ritenersi responsabile dei misfatti dei maschi: tale padre, tali figli...). Oppure lo si deve difendere dall'accusa di aver consentito dolore e sofferenza, lo si deve giustificare per aver creato un mondo intriso di malvagità (più che altro, lo si dovrebbe giustificare di aver creato il maschio, una femmina malriuscita, mal formata, non completa... Nota di Lunaria d'Aquina). Come dice un personaggio di Daniel Pennac: "Se Dio esiste, spero che abbia una scusa valida".
   
Questa "scusa" è stata ricercata dall'uomo soprattutto nell'ambito della Teodicea, cioè di quella riflessione filosofica che mira - (Theos, "Dio"; dikaioo, "giustifico") a produrre una vera e propria "giustificazione" di Dio.

Oggi, tuttavia, questi tentativi filosofici di sollevare Dio dall'accusa di essere responsabile della presenza del male nel mondo non vengono più sentiti come modi adeguati di affrontare il problema. [...] Oggi, dopo le esperienze tragiche del Novecento, dopo Auschwitz (nota di Lunaria: chiedete al simpatico don Floriano "Gott mit uns" Abrahamowicz, amichetto dei lefebvriani - tutti fans dell'Aquino - che dopo aver affermato candidamente che le camere a gas non hanno mai ucciso nessuno, abbellisce le sue frasette da peace&love con tante belle invocazioni a Cristo Re...) ma anche dopo i genocidi della Bosnia e del Ruanda, ci si è resi conto che la capacità di produrre il male è divenuta smisurata, che le sue manifestazioni risultano insopportabili [...] Il male appare oggi più che mai gratuito, ingiustificato, eccessivo. E, nel contempo, ci si è resi conto che una tale situazione - che può essere paragonata a quella di chi si trova sull'orlo di un abisso - non sempre suscita l'orrore che ci si potrebbe aspettare, ma piuttosto viene accettata, sempre più spesso, come un elemento abituale del vivere quotidiano. Il male, cioè, si è fatto ormai "banale", per usare l'appropriata espressione di Hannah Arendt.

Riporto anche la frase fortissima di Giovanni Cenacchi, morto nel 2006, a causa di un cancro.

"Dio crudele e distratto, quando verrà per te la resa dei conti?
Quando dovrai rispondere del tuo creato? Chi ti infliggerà la condanna che meriti?"

Se la strada della Teodicea si rivela impercorribile, sembra non restino altre soluzioni se non quelle rappresentate dalle figure di un Dio "malvagio", o di un Dio "indifferente", o addirittura di un Dio "impotente", oppure di un Dio "inesistente". [...] Rimane dunque - accanto all'eventualità della sua inesistenza - l'idea di un Dio che risulta "impotente": un Dio che partecipa del male del mondo, che soffre con l'uomo e nell'uomo (nota di Lunaria: u-o-m-o, appunto) ma che, in definitiva, contro il male non è in grado di prevalere. Un famoso brano dello scrittore ebreo Elie Wiesel, che narra di un'esperienza vissuta nel campo di concentramento di Buna, ci consente di riflettere ulteriormente sulle questioni che stiamo esaminando.

"Ho visto altre impiccagioni [...] i tre condannati salirono insieme sulle seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei tre nodi scorsoi. "Viva la libertà!", gridarono i due adulti. Il piccolo, lui, taceva. "Dov'è il Buon Dio? Dov'è?" domandò qualcuno dietro di me. A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte. Silenzio assoluto. All'orizzonte il sole tramontava. [...] Dietro di me udii il solito uomo domandare: "Dov'è dunque Dio?" E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: "Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca...". Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere."

Tutto il Dolore del Mondo

Da "http://rozmilla.wordpress.com/2012/05/27/tutto-il-dolore-del-mondo/" :

Tutti noi, intuitivamente, sappiamo cosa sia il male. Facciamo esperienza del male fisico, innanzitutto, in modo immediato e basilare, e  del male come sensazione di mancanza del bene, o benessere, che desideriamo raggiungere per colmarne l’assenza, la distanza che ci separa.
Ma a voler guardare le cose un po’ più per il sottile, tramite la parola “male” il linguaggio intende cose molto diverse, e ci servirebbero molti più vocaboli per designare un concetto di simile portata. Centinaia.
Ad esempio, la lingua tedesca distingue per lo meno tra Böse e Übel. Böse essendo il male cattivo e Übel il male incidentale, della malattia, ecc.. “Er ist böse” significa “è cattivo”, e Übelkeit “un malessere”. L’uso però non rispetta sempre le definizioni, e si dice per esempio, “übel Nachrede” per “maldicenza”, o “es sieht böse aus”, “ha un brutto aspetto”, alla vista di una ferita infettata. Lo stesso per schlecht e schlimm. Tuttavia la distinzione resterebbe valida tra male fisico e male morale, ed equivarrebbe a dissociare il male dai mali: da un lato la colpa, il peccato, la perversità, l’odio, il crimine, ecc., dall’altro la malattia, la sofferenza, l’incidente, la difformità, la vecchiaia, ecc..  Al punto che alcuni vorrebbero separare completamente la malvagità e la sofferenza, contrapporli in una sorta di economia di compensazione. E non dubito che sarebbe quasi consolante poter fare questa distinzione – netta – se il male subito non apparisse come lo specchio appannato del male agito, o in atto, e non formassero insieme un nesso inestricabile. Il male è soffrire, ed è far soffrire. Il male è invasivo e pervasivo. Hanna Arent lo descrive come un fungo che invade e devasta la superficie del mondo.
I due principi di bene e male, ripresi insieme e all’ingrosso, sembrerebbero formare un tutt’uno, come ogni categoria di opposti – luce e buio, caldo e freddo, amore e odio. I cinesi lo hanno espresso mirabilmente con il concetto di Yin, il principio oscuro, e Yang, il principio luminoso.  Osservando come le cose procedono in natura, avrebbero dedotto che quando cresce l’uno, l’altro cala, in un processo incessante di tensione dialogica, così che quando l’uno è al massimo dell’espansione si dovrebbe capovolgere inevitabilmente nel suo opposto, o l’altro “risalire dal basso” – pulsioni di vita e di morte che si susseguono ininterrottamente, intrecciate in un macabra danza. Per quanto il male non sarebbe il principiò oscuro in senso assoluto, quanto piuttosto l’eccesso di un principio sull’altro, la perdita di equilibrio e armonia fra gli opposti.
In modo non troppo diverso, anche se ancor più da brivido, per san Tommaso ci sarebbe una necessità del male, se non addirittura una utilità del male, che spingerebbe il bene a schiudersi e trionfare.
Il condizionale è d’obbligo, perché purtroppo temo che questa visione delle cose sia persino ottimista, e poco realista, in generale quando osservo che non sempre le cose procedono in tal senso. Quasi mai.
E in particolare quando si considerino situazioni di talora impreviste e intense condizioni di sofferenza fisica o psicologica, di cui non si vede un termine presumibile. Condizioni che suscitano una situazione di malessere e sgomento profondo.
Simon Weil ne ha parlato avvalendosi della parola “malheur” , composta da mal (cattivo, funesto, mortale) e heur (presagio sorte) e traducibile con sventura.
“Il grande enigma della vita umana” scrive la Weil, “non è la sofferenza, è la sventura. Non c’è da stupirsi che degli innocenti siano uccisi, torturati, ridotti in schiavitù, chiusi in campi di concentramento o in carcere, dal momento che esistono i criminali capaci di tali azioni. (…) Ma c’è da stupirsi che Dio abbia dato alla sventura il potere di afferrare l’anima degli innocenti e di appropriarsene da padrona assoluta”.
Un simile potere rende il malheur un dimensione ultimamente enigmatica ed indefinibile sul piano concettuale; di tale forza l’uomo può solo percepire gli effetti, che si verificano indipendentemente dal suo volere. È l’inferno su questa terra, e chiunque abbia provocato una sofferenza così grande, a causa di guerre, crimini, conquiste, porta la responsabilità di un male irrimediabile.
Ma anche per la Weil il malheur, la sventura, può tramutarsi in bonheur, in felicità. Questa trasformazione alchemica può realizzarsi, in casi rari, ma non è affatto detto né scontato che le cose vadano così: fra i motivi della delicata sensibilità con cui la Weil ha trattato il tema della sventura, vi è la partecipe comprensione della sofferenza inutile, che distrugge nello sventurato ogni dignità e ogni stima di sé, e per la quale non vi è alcuna riparazione possibile. Tuttavia, al tempo stesso, rimane aperto uno spiraglio per la speranza: è la possibilità di passaggio dal malheur al bonheur, è il varco che la capacità d’amare, nonostante l’odio e il risentimento che lo sventurato si porta dentro, lascia aperto per il passaggio della “grazia”.
Che questo passaggio sia rischioso, raro e difficile, lo dimostra il fatto che, per lo più, chi subisce il male tende a trasmetterlo, a difendersi dalla sofferenza che patisce facendo a sua volta del male agli altri, come sperasse di liberarsene: ma, in questo modo, il male si propaga e il gioco pendolare della violenza non ha fine.
“Ma non si può parlare di vera sventura se non sussiste una decadenza sociale, sotto una forma qualsiasi, o anche il timore di tale decadenza”, dice ancora la Weil. Il malheur è una condizione che investe tutta la storia umana, senza distinzioni né ideologiche né sociologiche.
Ma come si collocano nell’uomo – come portatore, sperimentatore e conoscitore – il bene e male?
Nel “La religione nei limiti della semplice ragione” nel primo libro  “Della coesistenza del principio cattivo col buono o del male radicale nella natura umana”, senza grandi giustificazioni, quasi fosse un dato dell’esperienza, Kant sostiene la tesi che l’uomo è cattivo per natura. E il cattivo, l’Hang zum Bösen, non può non fare il male, anche se teoricamente non è necessitato – poiché se é nella natura del lupo di di divorare l’agnello, non é nella natura del killer di ammazzare il suo simile.  Ovvero Kant afferma il male come qualcosa di universale e radicato nella libertà di ogni uomo, ma esclude che l’uomo possa essere indifferente, né che possa essere sia buono che cattivo, o per certi versi buono e per certi versi cattivo.
Non può essere “né buono né cattivo” perché, o si determina conformemente all’originaria disposizione al bene che è in lui e allora è buono, o resiste e si determina secondo gli impulsi sensibili ed allora è cattivo. Non può essere buono e cattivo, perché ciò implicherebbe l’esistenza di massime contraddittorie.
Quindi, a differenza di sant’Agostino, per il quale il male sarebbe semplice negatività e assenza di bene, con Kant fa capolino una tesi nuova nella storia della filosofia, quella della realtà positiva del male pur nella sua negatività.
Dire che l’uomo è cattivo per natura significa affermare che esiste nell’uomo una tendenza al male, una sorta di perversità, che riguarda il modo dell’agire umano, e che risulta incomprensibile riguardo l’origine.
È evidente che soltanto in una società umana si formano e si danno i concetti di bene e male. Al grado zero di consapevolezza e socialità non ci sarebbero i relativi concetti e giudizi di bene e male, e tutto sarebbe indifferentemente buono e cattivo nello stesso tempo, necessario alla natura come la vita e la morte. La natura non si cura della moralità, procede per il suo corso, indifferentemente, incurante dei destini individuali.
Forse quello che per Kant poteva risultare incomprensibile riguardo alla sua origine – l’origine del male – potrebbe essere spiegato purtroppo molto facilmente, osservando che essendo anche l’uomo costitutivamente parte della natura,  il suo modo di essere non esula né può staccarsi spontaneamente dal modo di essere e operare della natura.
Una fiera non può scegliere di non andare a caccia e sbranare la gazzella, nella prateria, per soddisfare il suo bisogno e la sua fame, per mantenersi in vita: la morte di un essere vivente in natura permette ad altri due di sopravvivere. La vita si nutre della morte, nelle prateria come nelle profondità del mare. Eppure non diremmo mai che la fiera è cattiva o crudele perché sbrana la gazzella. Esattamente come non diremmo di noi stessi di essere cattivi e crudeli quando compriamo una bistecca al supermercato. Ma a ben guardare non vedo come l’azione compiuta nella prateria possa essere affatto diversa da quella compiuta al supermercato – così come molteplici modalità dell’agire umano che non ci sogneremmo di bollare come crudeli e cattive, benché si muovano pur sempre sullo sfondo della necessità di sopravvivere, e di sopravvivere meglio, nel soddisfare i propri bisogni e colmare la distanza far la mancanza e il raggiungimento dello scopo. Di uno scopo, quale che sia.
La differenza fra l’uomo e la fiera, però, è che l’uomo, se volesse, o almeno fino ad un certo punto e per gradi successivi, potrebbe scegliere, e scegliere di darsi altri scopi. Nel senso che potrebbe essere determinato non soltanto dalla necessità, ma dalla libertà di scegliere di fare o non fare, o fare altrimenti, nonostante quello che Kant chiamava “male radicale”, che certamente è radicato in ogni uomo in forza della sua biologia. Forza biologica che non può essere elusa spontaneamente, ma che l’uomo potrebbe per lo meno mitigare, scegliendo di farlo.
La somma enorme, atroce, crescente dei mali sarebbe fortemente alleggerita se si togliesse la quantità dovuta al Böse Herz, alla cattiveria – il martirio che il simile infligge al simile, nonché le devastazioni causate dall’uomo all’ambiente naturale. Se si potesse eliminare l’homo homini lupus, lo scandalo sarebbe ammorbidito, la parola “male” potrebbe quasi sparire, se non come sinonimo di incidente e malattia. 
La più grande sventura dell’essere umano, a parer mio, è sapere di fare il male, e di non volere o non riuscire a fare altrimenti. Sapere di essere incatenati dalla necessità biologica, e sociale, da quel malheur invasivo e pervasivo, a perpetuare il malessere diffuso e generale, il cui denominatore comune è la morte.
Forse è per questo motivo che, diversamente da Kant, per Hanna Arendt “il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo”, e non possiede “né la profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare a radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”… solo il bene ha profondità e può essere integrale.”
Il male è l’ovvietà, è il già dato, il facile, il necessario, il non pensato, il superficiale, l’incoscienza, l’ignoranza, l’inconsapevole, l’inevitabile, l’ingiustificabile. Il male si dà da sé, arriva e va, viene e torna, imperversa e c’è, semplicemente ovunque.  Solo il bene può essere scelto e cercato. Faticosamente  amato.

giovedì 2 gennaio 2014

Bio combustibili legnosi

Da "http://federico-valerio.blogspot.it/2013/12/bio-combustibili-legnosi-il-modello.html" :

Il modello trentino 1

FIGURA 1 Percentuale di emissioni di inquinanti atmosferici nella provincia di Trento (2004) da dieci macro-settori

Il Piano Provinciale di Tutela della Qualità dell'aria, approvato nel 2007 dalla Provincia Autonoma di Trento  e redatto in collaborazione con l' Università di Trento, affronta in modo organico il problema delle fonti inquinanti presenti sul territorio e suggerisce diverse azioni finalizzate a garantire, su tutta la provincia, il rispetto dei limiti di legge per la qualità dell'aria.

Limiti che, nel 2005, risultavano poco rispettati su gran parte del territorio di propria competenza.
Ad esempio, nel 2005, tutte le sette centraline attive, in gran parte in aree definite "background urbano", segnalavano netti superamenti dei limiti di legge per le PM10,

Di seguito riportiamo, in corsivo,  alcuni stralci del Piano.
Nel settore dell'energia, il Piano prevede:
- promozione della conversione a metano di impianti civili ed industriali
- completare la rete di metanizzazione sul territorio provinciale
- promuovere la realizzazione di impianti e reti di teleriscaldamento (fonti rinnovabile e metano)
- promuovere la gestione e/o l'adeguamento degli impianti termici per il miglioramento della qualità ambientale, il contenimento dei consumi energetici e lo sviluppo di fonti rinnovabili.

Vediamo, in dettaglio, alcune delle  azioni previste:
- Promozione della conversione a metano di impianti termici civili ed industriali e il completamento della rete di distribuzione del metano per il riscaldamento (l'Università di Trento conferma che il metano è il combustibile meno impattante, in particolare per le polveri sottili (PM10) ndr)

Il metano è favorito in quanto può essere impiegato con caldaie ad alta efficenza termica e questo comporta risparmi di gas e ovviamente di inquinamento.

Le caldaie a metano ad alta efficenza sono da preferire in quanto inquinano molto meno degli impianti a combustibili liquidi e solidi. La nuova rete del gas si dovrà realizzare nelle zone dove l'inquinamento è maggiore e sostituirà il gasolio.


Poichè gran parte dei centri urbani sono metanizzati, il contributo alla riduzione dell'inquinamento globale della Provincia di questo intervento si "limiterà" a 8 tonnellate/anno di PM10.

- Incentivazione alla sostituzione di impianti a legna domestici più inquinanti con tecnologie ad alta efficenza
   La sostituzione degli impianti a legna tradizionali con altri alimentati a metano comporterebbe una drastica riduzione delle emissioni di particolato, ma la non completa copertura del territorio con la rete di distribuzione del metano e la notevole disponibilità di combustibile legnoso inducono a pensare che sia opportuno uno sfruttamento sostenibile di questa risorsa.
La sostituzione di tutti gli impianti a legna più inquinanti con impianti moderni, alimentati a legna comporterebbe la riduzione  di 1.145-1. 264  tonnellate/anno di PM10

- favorire la diffusione di impianti di teleriscaldamento a biomassa nelle località non raggiunte dalla rete del gas metano
   La realizzazione di impianti di teleriscaldamento alimentato con cippato, principalmente derivante da scarti di attività industriali (segherie, falegnamerie...) o agricole (residui di potature, ramaglie..) porta ad una riduzione delle emissioni se ubicati in zone non servite dal metano ed installati in sostituzione di apparecchi privati obsoleti.
Se ne dovranno valutare gli effettivi vantaggi in zone gia servite dalla rete del gas, in particolare per le emissioni di PM10 e SO2.
La realizzazione di reti di teleriscaldamento alimentate a biomasse potrebbero comportare la riduzione di 30 tonnellate/anno di PM10

COMMENTO
Dal 1995 al 2004, nella provincia di Trento (Figura 1) la principale fonte di PM10 sono stati gli impianti di combustione non industriali (riscaldamento domestico) che nel 2004 hanno prodotto 1.473 tonnellate di polveri sottili (il 55% delle emissioni totali di polveri). Nonostante che metano e gasolio siano le principali fonti energetiche utilizzate per il riscaldamento domestico, la maggior parte di queste polveri (stima: 1.145 - 1.264 tonnellate) sono prodotte dagli impianti di riscaldamento alimentate a legna di tipo tradizionale.
All'uso della legna per il riscaldamento sono da attribuire anche gran parte  dei 464 chili di benzopirene,  stimati essere emessi nel territorio trentino durante il 2004, su un totale di 489 chili di benzopirene emessi da tutte le fonti (4,15 kg di benzopirene sono attribuiti al traffico).
Pertanto, anche per la provincia di Trento, come in Lombardia e nel resto d'Europa, si conferma come l'uso energetico della legna sia stata la principale fonte di inquinamento dell'aria in particolare per le polveri sottili e il benzopirene.
Nella provincia di Trento, il traffico, nel suo complesso, è la seconda fonte di polveri sottili, con 944 tonnellate nel 2004, pari al 34% del totale delle emissioni di PM10.
Come già avvenuto in numerosi altri paesi come Svezia, Stati Uniti, anche nel Trentino, non potendo utilizzare il metano come fonte energetica, nei paesi non serviti dalla rete di distribuzione del gas, si cerca, in modo razionale, di ridurre il problema incentivando la sostituzione di impianti termici tradizionali con impianti più efficienti.

Sullo stesso argomento:

- Il crescente uso di biocombustibili preoccupa la UE
- La qualità dell'aria: bene comune disponibile alle leggi del mercato?
- Polveri sottili e caminetti in Baviera e Lombardia.
- La legna peggiora la qualità dell'aria: IPA
- La legna peggiora la qualità dell'aria: polveri sottili
- Centrali a biomasse: tutte illegali


3 commenti:

  1. A. S.
    Purtroppo dovendo lavorare, e anche tanto, non ho l’adeguato tempo di rispondere come si dovrebbe a questa campagna a favore delle fonti fossili e anti rinnovabili come la legna.
    Essendo un testardo, cerco comunque di proporre la verità. E siccome non mollo ecco che si cerca di colpirmi sulla pelle viva citando la mia terra che amo all’infinito.
    Respinto al mittente con estrema facilità: nonostante in Trentino si brucia molta legna la qualità dell'aria è migliore che nelle altri parti di Italia dove c'è più traffico veicolare e si brucia molta meno legna (Pianura Padana). Vedasi grafici di questo blog. Gli unici luoghi dove c’è qualche sforamento dei limiti sono le città : i luoghi tipici dove è tutto metanizzato e non si brucia per nulla legna.
    Ancora più macroscopico l’esempio dell’ Austria. Dove si brucia ancora più legna e la qualità dell’aria è ancora migliore!
    Come la mettiamo? Ma chi ci crede ancora a certe tesi? Cosa ci si inventerà "di scientifico"per cercare di confutare anche questa evidente verità?
  2. Anonimo
    Andrea ha nuovamente ragione, basta tifare per le fonti fossili!!! Qualcuno VOLUTAMENTE dimentica i veri costi delle energie fossili che sono chiamate “esternalità”, ovvero i costi reali che vengono pagati in termini ambientali, salutari, mondiali, sociali, ecc., che vengono pagati sia da NOI, che nei paesi che teniamo nel terzo mondo per sfruttarli. In Trentino, vista l'orografia del terreno avranno molte abitazioni isolate ed il riscaldamento andrà a gasolio, GPL, carbone, ecc. e quindi è auspicabile che venga sostituito con il metano, ma non vuol dire necessariamente che dobbiamo andare a tutto gas (il metano è più pericoloso della CO2 per il riscaldamento del globo!). In Italia ci dimentichiamo che vengono pagati sussidi ai combustibili fossili, anche attraverso agevolazioni fiscali che però vengono pagati dai cittadini e dalle imprese attraverso il bilancio generale dello stato.....

    http://www.qualenergia.it/articoli/20131104-report-ecba-italia-quasi-50-miliardi-di-euro-all-anno-di-esternalit%C3%A0-negative
    http://qualenergia.it/articoli/20130919-studio-esternalit%C3%A0-le-rinnovabili-costano-gi%C3%A0-meno-delle-fossili-

    Non è che qui c'è qualcuno che vuole fare campagna elettorale, senza santini, ma con un blog?
    Dei politici non si può dire che siano imparziali.....
    http://sinistragenova6.wordpress.com/2010/02/19/un-candidato-al-giorno-federico-valerio/

    http://sinistraelibertaliguria.com/2010/03/04/campagna-elettorale-senza-spreco-di-carta-per-federico-valerio-sel/

    Risposte



    1. Per tutte le fonti energetiche, comprese quelle rinnovabili occorre valutare le esternalità.
      E' un fatto certo, ben documentato che, tra tutte le fonti rinnovabili, le biomasse legnose abbiano il maggiore impatto ambientale a causa della emissione di pericolosi inquinanti. E questa esternalità interessa, in primo luogo, chi ospita l'impianto.
      Ho cominciato a studiare l'inquinamento domestico prodotto da stufe a legna alla fine degli anni '80 e con sorpresa nelle case di chi si riscaldava con la legna ho trovato alti livelli di benzopirene, benzene, formaldeide che, in seguito, molti altri colleghi hanno confermato a livello modiale. Quest contaminazione non l'ho trovata nelle case di chi si riscaldava con il metano.
      Quello che ho evidenziato nelle comunità rurali dell'entroterra ligure, che da sempre si riscaldano con la legna autoprodotta, è che i rischi aumentano anche per ignoranza. Ho certamente salvato la vita a due amici nella cui casa avevo rilevato elevate quantità di ossido di carbonio. Motivo dell'inquinamento era il fatto che la caldaia a legna di ultima generazione si collegava al camino con un lungo tubo orizzontale che si stava riempiendo di cenere. Se non avessi fatto le misure, di li a poco se ne sarebbero andati al Creatore, passando dal sonno alla morte, alla faccia delle energie rinnovabili naturali e non inquinanti.
      In tema di ignoranza, segnalo che il metano, una volta bruciato si trasforma in anidride carbonica con fattori di emissione decisamente inferiori a quelli della legna.
      Una caldaia di potenza termica inferiore a 50 Mwatt termici, per ogni Gigajoule di calore prodotto, immette in atmosfera 55 kg di CO2 se alimentata a metano, 83 kg se alimentata a legna ( da Inventario Emissioni Provincia Trento 2010).
      E' vero che il metano ha un potenziale clima alterante superiore alla CO2, ma nei fumi di un impianto a legna si trova anche del metano sottoprodotto dalla combustione. In questo caso i fattori di emssione sono 2,5 grammi di metano da una caldaia a metano, 400 grammi di metano da una caldaia a legna.
      E' un dato, questo nel metano nei fumi di impianti a legna, che quantomeno mette in discussione la pretesa neutralità della combustione delle biomasse nei bilanci dei gas serra.
      Infine se è vero che le fonti fossili ricevono sussidi dallo Stato, la stessa cosa si verifica per le centrali alimentate a biomasse. Se dipendesse da me abolirei subito gli attuali incentivi pubblici e , se necessario,valuterei forme di incentivazioni per le soluzioni meno impattanti localmente e globalmente.

      L'effetto delle vostre insinuazioni è che da oggi, non accetterò nessun commento anonimo.
      Le critiche, meglio se documentate sono e saranno ben accette, ma firmate con nome e cognome

      In quanto alla vostra "antipolitica" personalmente credo che tutti dovrebbero fare, obbligatoriamnete, una esperienza nelle istituzioni, come servizio civile, per capire come funziona uno Stato Costituzionale.
      Io questa esperienza l'ho fatta, con 5 anni nel consiglio comunale di Genova e mi sono bastati vista la fatica e il tempo sottratto al lavoro e alla famiglia.
      E se mi sono ricandidato recentemente, l'ho fatto per spirito di servizio a favore della comunità con l'intenzione di portare dentro le Istituzioni l'esperienza acquisita nel mio quotidiano lavoro di ricercatore pubblico a tutela dell'ambiente e della salute dei miei concittadini. Comunque ho scoperto che aprire un Blog non ti porta voti :-)

      Cordiali saluti e buon anno.

Italo Calvino: Come ridurre le nostre preoccupazioni

Da "http://www.brainpickings.org/index.php/2014/01/02/italo-calvino-worryability-new-years-resolution/" :

How to Lower Your “Worryability”: Italo Calvino’s 1950 New Year’s Resolution

by
 
“I would like this to signal the end of ‘wasted angst’ in my life.”
What does it mean to live well, live fully? For most of us, it’s an intricate balancing act that involves enough ambition to grow and enough equanimity to keep ourselves from worrying all the time, about everything. The latter is a mental fallibility especially detrimental amidst a culture entranced by constant worries about productivity and unable to find refuge in presence.
In a beautiful January 1950 letter to his friend Mario Motta, found in Italo Calvino: Letters, 1941-1985 (public library) — one of the best biographies and memoirs of 2013, which also gave us Calvino’s advice on writing, his prescient meditation on abortion and the meaning of life, his poetic resume, and his thoughts on America — the 26-year-old aspiring writer lays out this wonderfully timeless and universally resonant resolution for a better, more present and worry-free life:

I would like this to signal the end of “wasted angst” in my life: I’ve never regretted anything so much as having particular individual worries, in a certain sense anachronistic ones, whereas general worries, worries about our time (or at any rate those that can be reduced to such: like your problem in paying the rent, for instance) are so many and so vast and so much “my own” that I feel they are enough to fill all my “worryability” and even my interest and enjoyment in living. So from now on I want to dedicate myself entirely to these latter (worries) — but I am already aware of the traps in this question and that’s why for some time now my first need has been to “de-journalistize” myself, to get myself out of the stranglehold that has dominated these last few years of my life, reading books to review immediately, commenting on something even before having to time to form an opinion on it. I want to build a new kind of daily program for myself where I can finally get into something, something definitive (within the limits of historical possibility), something not dishonest or insincere (unlike the way today’s journalist always behaves, more or less). For that reason I make several plans for myself: … to maintain my contacts with reality and the world, but being careful, of course, not to get lost in unnecessary activities; and also to set up my own individual work not as a “journalist” any more but as a “scholar,” with systematic readings, notes, comments, notebooks, a load of things I’ve never done; and also, eventually, to write a novel.
That year, Calvino focused his efforts on The Cloven Viscount, which was published in 1952 — a fantasy novel Calvino remarked in another letter was “written to give [his] imagination a holiday after punishing it” with the ill-fated unpublished book that preceded it.
Complement Calvino’s meditation with this fantastic 1934 guide to the art of not worrying and F. Scott Fitzgerald’s letter to his daughter about what to worry vs. not worry about in life, then revisit other famous New Year’s resolutions from Jonathan Swift, Susan Sontag, Marilyn Monroe, and Woody Guthrie.

Calvino su Hemingway

Da "http://www.brainpickings.org/index.php/2013/11/19/europe-america-utopia-calvino-on-hemingway/" :

Europe, America, Utopia: Calvino on Hemingway

by
 
“In Hemingway one finds almost all of what was meant by America.”
“I continue to maintain that I have never loved any writer as much as Hemingway, even though his character can be vulgarized,” Italo Calvino wrote in one of his letters in 1964. In another letter, he pointed to Hemingway as the author who most influenced his own early work. In fact, the evolution of his relationship with Hemingway reveals a great deal about both writers and, beyond that, about some of the most central concerns in twentieth-century literature and in the writerly soul in general.
Calvino believed that the Russian-American engendered the “communistization” of Italian intellectuals in the avant-garde, and the dissolution of that alliance during the Cold War affected Italian culture just as profoundly. In a 1950 letter to the literary critic Mario Motta, found in Italo Calvino: Letters, 1941–1985 (public library) — which also gave us his thoughts on writing, America, abortion and the meaning of life, and his poetic resume — 27-year-old Calvino wrote that Russia and America, more than actual countries or political ideologies, functioned as placeholders for “a collection of Italian data and aspirations” and were “two utopian countries, two incomplete and complementary utopias,” the sum of which added up to what many intellectuals considered the true objective of the Italian Resistance. But it was Hemingway whom Calvino saw as the anchor of the American part of the equation. In the same letter, Calvino considers writing an article about Hemingway and cracks open his conflicted thought process:

In [Hemingway] one finds almost all of what was meant by America. The virginity of its history, its technique (knowing how to do things), freedom and fullness of love, the open air, a direct democracy in human relations, courage. And, as writing, one finds in it the maximum help for developing one’s technique: H.’s language is technical and functional, in which there is nothing that is without immediate, rational utilization, there is no abstraction, solipsism or fanciness (as had previously been the case in the great but obscure Faulkner). But H. is an “America” that fails to find its “Russia.” It finds instead (and the problem is it goes looking for it) its “Europe.” This is H.’s decadentism. And he finds it on the basis (and as a diversion and explanation) of the elements from the worst side of America (which is as real as the other side) that are in him: alcoholism, ignorance, emptiness. And, as a barbarian, he has highly refined intuitions regarding European barbarism-civilization; he enters the Olympus of our most refined irrationalism, he the “technical” writer: but what is that to us now? We could have sent any old Montherlant to see bullfights. It was something else we wanted from him, something else now that what comes back more and more to our eyes — to the point of covering the aspects we sought and loved in him and still seek and love in him — now that what comes back, as I was saying, are the other aspects. . . These matter to us less and less now, so it is something else, then, something that is now beyond him… beyond him (where?) that we are looking for now. As you can see, these are very difficult ideas to express. And note that these things came to my mind as I was writing, and every time I’ve begun writing about this damned man what came to mind were different things, and certainly when I come to write this article I’ll write things that are different again, and now I need to keep the rough copy of this letter otherwise I’ll forget everything.
In another letter to Motta a month later, Calvino revisits the subject of Hemingway:
Hemingway — notwithstanding (or rather precisely because of) the fundamental American emptiness that he notices all around him and of which he too is a part — Hemingway who feels the need to go back to the basic relationships of man with things: fishing well, lighting fires well, establishing relations between a man and a woman well, and between men and other men, blowing up bridges well (except that he lacks the general perspective, and becomes futile and gets bored; what do bull-fights matter to us, even when well done?)
Four years later, at age 31, Calvino formulated and formalized his thoughts on Hemingway in the essay “Hemingway e noi” (“Hemingway and Ourselves,”) found in the anthology Why Read the Classics?, which also gave us his 14 timeless definitions of what makes a classic.
For a first-hand impression of Hemingway’s literary convictions, see his thoughts on writing and the dangers of ego, his advice to aspiring writers, his short, somewhat embittered Nobel Prize acceptance speech, and his young self’s irreverent ideas of heaven and hell.