Presentazione

La Logica di Russel, il Coraggio di Camus e la Fede di Chesterton.

martedì 4 febbraio 2014

Intossicazione Ermetica

Da WikiPedia:

Un aspetto molto interessante della psicologia di Hillman è appunto la sua attenzione, accentuatasi dal ritorno negli USA, alla manifestazione del mito nella società moderna, sia nell'esperienza dei singoli che nelle opinioni collettive.
Gli dei non sono scomparsi, benché noi abbiamo creduto di essercene disfatti.
Ad esempio: Ermes-Mercurio oggi è dovunque. Vola per l'etere, viaggia, telefona, è nei mercati, e gioca in borsa, va in banca, commercia, vende, acquista, e naviga in Rete. Seduto davanti al computer, te ne puoi stare nudo, mangiare pizza tutto il giorno, non lavarti mai, non spazzare per terra, non incontrare mai nessuno, e tutto questo continuando a essere connesso via Internet.
Questa è Intossicazione Ermetica.

Il Codice dell'Anima di James Hillman

Da "http://leggereconpiacere.blogspot.it/2009/06/il-codice-dellanima-james-hillman.html" :

 

La tesi dell’autore è che ciascuno di noi ha una vocazione interiore, un talento, che lo rende unico e potenzialmente una persona di successo.
Questa vocazione è “il qualcosa in più” che spezza il binomio ereditarietà-ambiente come spiegazione dei comportamenti e della storia di ognuno di noi.
Se fossimo infatti il solo frutto del patrimonio genetico trasmessoci dai nostri genitori, delle influenze positive o negative delle persone che ci circondano, degli eventi che ci accadono, saremmo delle vittime, senza alcuna voce in capitolo, invischiati in un destino che altri ci hanno scritto addosso.
La nostra vocazione, se individuata e opportunamente assecondata, può farci fare il salto di qualità.

Tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada. Alcuni di noi questo qualcosa lo ricordano come un momento preciso dell’infanzia, quando un bisogno pressante e improvviso, una fascinazione, un curioso insieme di circostanze, ci ha colpiti con la forza di un’annunciazione.
(…)
Esiste un motivo per cui la mia persona, che è unica e irripetibile, è al mondo, esistono cose alle quali mi devo dedicare al di là del quotidiano e che al quotidiano conferiscono la sua ragion d’essere.
(…)
Dobbiamo prestare particolare attenzione all’infanzia, per cogliere i primi segni della vocazione all’opera, per afferrare le sue intenzioni e non bloccargli la strada. Una vocazione può essere rimandata, elusa, a tratti perduta di vista. Oppure può possederci totalmente. Non importa: alla fine verrà fuori.
(…)
Il mito platonico della discesa dice che l’anima discende in quattro modi: il corpo, i genitori, il luogo, le condizioni esterne. Possiamo prenderli come istruzioni per completare l’immagine che ci siamo portati con noi al nostro arrivo. Il corpo: discendere, cioè crescere, significa ubbidire alla legge di gravità, assecondare la curva discendente che accompagna l’invecchiamento (Josephine Baker incominciò a dire che aveva sessantaquattro anni quando ancora ne aveva dieci in meno; si vestiva con indumenti usati e aveva smesso di nascondere la calvizie). Secondo: accettare di essere un membro della tua famiglia, di far parte del tuo albero genealogico così com’è, con i suoi rami contorti e i suoi rami marci. Terzo: abitare in un luogo che sia adatto alla tua anima e che ti leghi a sé con doveri ed usanze. Infine restituire con gesti che dichiarino il tuo pieno attaccamento a questo mondo, le cose che l’ambiente ti ha dato.
(…)
Il più delle volte l’angelo non chiama a gran voce, si limita a dirigere la lenta e silenziosa rivelazione del carattere.
(…)
Io sono il mestiere che faccio e se faccio un mestiere mediocre, come tagliare bistecche in un supermercato, quello non è avere una vocazione.
Il carattere non è quello che faccio, ma il modo come lo faccio.

lunedì 3 febbraio 2014

Il Bambino è la guida migliore (Chesterton)

Da "http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=258&id_n=28787&pagina=1&fo=" :

All'uomo è chiesto dunque di farsi piccolo, non per scomparire, ma per esistere.
Di questo il bambino è l'emblema e il modello, e ad esso Chesterton si richiama spesso, non per una esaltazione dell'infantilismo, ma proprio perché il bambino è l'esemplificazione migliore di questa condizione morale.
Quella condizione di dipendenza che abbiamo visto essere la natura stessa dell'uomo è nel bambino evidente e incontestabile.
Per il bambino il chiedere non è umiliazione anche se è riconoscere la propria insufficienza; non è umiliazione perché è l'unica condizione per crescere.
Poiché crescere è il compito che la sua stessa natura gli impone, il bambino ricerca ciò di cui ha bisogno per crescere e obbedisce alle condizioni che il mondo impone alla sua ricerca.
Egli è così anche il modello della ricerca intellettuale; la sua stessa natura lo pone nella posizione più idonea alla scoperta della verità; la sua povertà lo lascia senza nulla da difendere.
Per il bambino il mondo è nuovo ed egli lo accetta senza pregiudizi, per quello che è, senza potervi proiettare le sue anticipazioni e senza doverlo costringere in uno schema preconcetto, che stabilisce cosa può o non può accadere.

Per questo l’infanzia è il regno della chiarezza intellettuale:

Per me, tutta la mia fanciullezza possiede una certa qualità, che può essere difficile a descriversi, ma che non è in nessun modo vaga. E' alquanto più determinata della differenza che passa fra il nero pece e la luce del giorno, o tra l'avere il dolore di denti e il non avere il dolore di denti. [...]. L'attributo più generale di questa qualità positiva era la chiarezza.
E qui non sono d'accordo, ad esempio con Stevenson, che ammiro tanto caldamente, e che parla del ragazzo come colui che si muove con la testa in una nube. Egli discorre del fanciullo come colui che vive, di regola, in un sogno ad occhi aperti, che lo stordisce e nel quale non può distinguere la fantasia dal fatto [...] La mia memoria mi presenta una specie di luce bianca su ogni cosa, che staglia ogni cosa chiarissimamente, piuttosto intensificandone la solidità. In quella luce bianca v’era un che di meraviglioso, quasicché il mondo fosse nuovo come me: ma non quasi che il mondo fosse tutt'altro che reale. (GKC, Autobiografia, pag. 50)

Il sintomo di questa semplicità di cuore è la meraviglia.
La più grande preoccupazione dello scienziato e del filosofo dovrebbe essere quella di salvaguardare la propria capacità di meravigliarsi; senza la meraviglia non vi è autentica scienza né autentica filosofia; ai sostenitori della vita semplice che si preoccupavano della dieta e degli abiti che potessero aiutare l'uomo nella sua elevazione spirituale, Chesterton replicava che l'unica cosa che conta è la semplicità del cuore, salvaguardata la quale, le condizioni materiali nulla importano:
Non è molto importante che si mangi un pomodoro cotto o crudo; quello che conta è l'animo con cui lo si mangia. 
Il solo genere di semplicità che si deve conservare è quella del cuore, quella che sa accettare tutto con gioia [...]
C'è più semplicità nell'uomo che mangia caviale, per impulso, che nell'uomo che mangia una pagnotta, per principio. (GKC, Eretici, pag. 108)

Di lì alla pagina seguente, ritornano le stesse parole, con una aggiunta significativa: la salvaguardia della semplicità di cuore che è capacità di meravigliarsi richiede un cambiamento, un mutamento interiore che porti a vedere le cose dal giusto punto di vista. 

La sola semplicità che conta è quella del cuore [...] Il bambino è in verità, in questo e altri casi, la guida migliore. [...] La nostra conclusione è che in sostanza è necessario un mutamento nei punti di vista, nella filosofia e nella religione, e non un cambiamento esteriore [...] Abbiamo bisogno di una esatta visione del destino e della società umana. (GKC, Eretici, pag. 109)

Con questo sfioriamo già i contenuti del prossimo capitolo; c'è ancora da fare una ulteriore sottolineatura, che è una conseguenza di metodo e di stile: se il bambino è il paradigma dell'intellettuale perché è in lui naturale l'atteggiamento della meraviglia, in quanto le cose sono per lui nuove, per recuperare l'innocenza intellettuale uno dei metodi potrà essere recuperare il senso della novità delle cose.
Ci sono infatti due modi per realizzare appieno il significato di una cosa, per esempio di un cavallo: il primo è esservi cresciuto in mezzo e conoscere e amare i cavalli fin dalla più tenera infanzia; il secondo è fingere di non averne mai veduto uno e descriverlo come un fantastico quadrupede con il collo più lungo della testa e ornato da un cresta di peli come una barba fuori posto, e il piede tutto d'un pezzo.
L'unico atteggiamento sbagliato in quanto impedisce la ricerca è ritenere di saper già tutto ciò che conta sui cavalli, senza in verità saperne quasi nulla.
Allora è piuttosto meglio: vedere nel cavallo un mostro che un cattivo surrogato dell'automobile. (GKC, L'uomo eterno, pag. 13)
Quando l'uomo ha una visione sana del mondo, nata dall'esperienza ed in accordo con essa, come l'uomo cresciuto in mezzo ai cavalli sa tutto dei cavalli e ne ha una visione esatta, allora questa forzatura di cercare di vedere le cose come inconsuete e mostruose non è necessaria; ma quando le teorie in voga hanno confuso la situazione, impedendo di arrivare ai fatti, allora: bisogna sforzarsi di riacquistare il candore e lo stupore dei fanciulli, il realismo e l'obiettività dell'innocenza; e se questo non è possibile dobbiamo almeno scuotere la nuvolaglia delle abitudini e vedere le cose come nuove. (GKC, L'uomo eterno, pag. 11)
Questo spiega certi virtuosismi di Chesterton nel descrivere le cose più comuni rivestendole di un aria di stravaganza e di bizzarria, che spesse volte i suoi critici hanno trovato pesante: tutto in Chesterton si rivela però ordinato al pensiero, anche certe stravaganze di stile che avrebbero potuto anche apparire gratuite.
Egli cerca di risvegliare nell'annoiato uomo moderno la meraviglia propria dell'infanzia, quale sprone ad una ricerca irrinunciabile nella quale è contenuta la possibilità della gioia e della chiarezza intellettuale.

La Volontà di Potenza (Chesterton)

Da "http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=258&id_n=28261&pagina=1&fo=" :

Non c'è quindi una legge di natura che costringa l'uomo nelle sue catene di causalità necessaria. Il determinismo è confutato innanzitutto sul piano della esperienza concreta e poi su quello più propriamente scientifico.
La difesa della libertà umana condotta da Chesterton affronta però anche un altro opposto avversario. Il determinismo era un clima consolidato contro cui si ergevano anche alcune teorie che Chesterton ugualmente contesta. Egli le fa risalire a Nietzsche e per certi altri aspetti a Tolstoj; i loro seguaci inglesi, contro cui più strettamente polemizza sono principalmente G. B. Shaw, il poeta John Davidson e per certi aspetti H.G. Wells.
Il punto comune delle loro teorie era l'affermazione, contro il razionalismo deterministico, della Volontà, ma della volontà intesa come sostrato divino del mondo, Volontà di potenza come nuovo principio etico opposto alla morale corrente, volontà come autoaffermazione e autoesaltazione dell'uomo.
Questi autori, dice Chesterton
Sono dei fanatici, e ne hanno ben donde: con questa dottrina della divina autorità del volere, essi si illudono di poter uscire dalla dannata fortezza del razionalismo. Pensano di poter evadere.
Ma non possono. Questo orgoglio della Volontà finisce nello stesso sfacelo e nello stesso vuoto del puro procedimento logico
”. (GKC, Ortodossia, pag. 54)
Queste dottrine della Volontà infatti fraintendono profondamente la natura della volontà.
Non si può ammirare la volontà in generale perchè l'essenza della volontà è di essere particolare. [...] Tutti costoro parlano della volontà come qualcosa che erompe, che si espande. Ma è proprio vero il contrario: ogni atto di volontà è un atto di auto limitazione. [...] Scegliendo una cosa, voi rifiutate tutte le altre.
L'obiezione che i fautori di questa teoria sogliono fare all'atto del matrimonio, è un’ obiezione a qualunque atto. Ogni atto rappresenta una scelta e un'esclusione irrevocabile. Quando sposate una donna, rinunziate a tutte le altre, così come quando prendete una decisione rinunciate a prendere le altre. Se diventate Re d'Inghilterra, voi rinunciate al posto di bidello a Brompton. Se ve ne andate a Roma, sacrificate una ricca e attraente vita a Wimbledon
”. (GKC, Ibidem, pag. 55 e 56)
E' questa deficienza di analisi razionale che condanna le dottrine della Volontà: come l'esaltazione della ragione razionalista ha condotto alla paralisi del pensiero, così l'esaltazione della volontà e quindi dell'azione per sé stessa conduce alla paralisi fisica
Il volere del Tolstojano è reso frigido da un istinto buddista che ogni azione determinata sia male; il volere del nietzschiano è ugualmente immobilizzato dalla sua stessa idea che ogni determinata azione sia bene; giacché se ogni azione è bene nessuna azione si distingue da un'altra. Sono fermi, l'uno e l'altro, a un crocevia, dove l'uno rifiuta tutte le strade e all'altro invece piacciono tutte.
La conclusione non è difficile ad immaginarsi: rimangono fermi al crocevia
”. (GKC, Ibidem, pag. 59 e 60)
In parole povere, quella libertà o volontà che essi esaltano non ha nulla a che vedere con la reale libertà umana, che è capacità di scelta tra possibilità diverse ma pur sempre finite. La libertà umana pur possedendo una sorta di onnipotenza, non permette all'uomo di evadere dall'ambito del finito; ogni scelta infatti lega l'uomo più strettamente alla sua finitudine, determinandolo in un particolare. L'errore che accomuna la dottrina della volontà di potenza con il pacifismo tolstoiano è il loro identico atteggiamento di ripulsa verso il finito.
Poiché il loro errore nasce da una mancanza di analisi razionale, vale a dire di realismo, il loro rifiuto dell'intellettualismo finisce precisamente nell'intellettualismo: rinunciare alla ragione non è ragionevole e conduce allo stesso risultato cui conduce ogni posizione irragionevole: il fallimento
Questo estremo tentativo per sfuggire all'intellettualismo finisce nell'intellettualismo e perciò nella morte. La liberazione non c'è stata.
L'anarchismo sciolto da tutte le leggi e il materialismo costretto nei lacci di una legge fatale arrivano allo stesso risultato negativo
”. (GKC, Ibidem, pag. 59)
Nella polemica contro queste posizioni su un solo aspetto della definizione della libertà Chesterton insiste: la libertà non è mancanza di limiti. La libertà non è qualcosa che supera un limite, espandendosi, ma qualcosa che fissa un limite, determinandosi.
Ebbi l'impressione che il mondo concepisse la libertà come qualcosa che agisce verso l'esterno. lo l'ho sempre concepita come qualcosa che agisce verso l'interno”. (GKC, Autobiografia, pag. 106)

Padre Brown

Da "http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=111&id_n=7780" :

“No”- oppose Padre Brown -“la ragione è sempre ragionevole, anche nell'ultimo limbo, anche al limite ultimo delle cose. So bene che si accusa la Chiesa di abbassare la ragione, ma è il contrario, invece. Sola, sulla terra, la Chiesa fa la ragione veramente suprema. Sola, la Chiesa afferma che Dio stesso è legato alla ragione”. Fin dal primo episodio delle sue avventure, le prime parole che ascoltiamo dalla bocca di Padre Brown sono una difesa della ragione. Flambeau, il ladro internazionale, che grazie a lui poi si convertirà, e diventerà poliziotto, si è travestito da prete per derubare Padre Brown di una preziosa reliquia, e sotto questo travestimento, chiacchiera del più e del meno, credendo di trascinarsi dietro l'ingenuo prete in un luogo tranquillo per derubarlo. Scoprirà che il tutt'altro che ingenuo prete lo ha individuato subito, ha messo in salvo la reliquia, e ha disseminato il loro tragitto di indizi che hanno guidato la polizia sulle loro tracce: ma quando il poliziotto, dal cui punto di vista di inseguitore è narrata la storia, si avvicina per la prima volta ai due preti queste sono le parole che ascolta, le prime parole che ascoltiamo da Padre Brown: “No”- oppose l'altro prete -“la ragione è sempre ragionevole, anche nell'ultimo limbo, anche al limite ultimo delle cose. So bene che si accusa la Chiesa di abbassare la ragione, ma è il contrario, invece. Sola, sulla terra, la Chiesa fa la ragione veramente suprema. Sola, la Chiesa afferma che Dio stesso è legato alla ragione”. L'altro prete alzò il volto austero al cielo stellato e disse: “Però chi sa se in quell'infinito universo...” “Soltanto fisicamente infinito”- l'interruppe il piccolo prete – “Non infinito nel senso che sfugge alle leggi della Verità”. (GKC, I racconti di Padre Brown, pp. 25 e 26).
Mentre viene arrestato Flambeau allibito chiede come possa Padre Brown averlo immediatamente riconosciuto sotto il suo travestimento ed egli risponde, lapidario:
"Voi attaccaste la Ragione. Questa è cattiva teologia". (Ibidem, pag. 30).
Farsi tutte le domande e rispondere a tutte quelle che può, questo è ciò che contraddistingue l'uomo. Le teorie si giocano nei fatti, sono sempre sollecitate a rendere conto di ciò che accade. Se dieci false filosofie possono spiegare il mondo, come dice Padre Brown in un'altra avventura, ma si vuole quella vera, l'unico criterio di cui si dispone è l'esperienza stessa. Ecco perchè un prete-investigatore: la scienza investigativa di Sherlock Holmes vinceva le sue piccole battaglie, costringeva i riluttanti indizi a svelare il nome del colpevole; la fede di Padre Brown compie con sconcertante facilità le stesse imprese e ne compie anche di più grandi: non cattura il colpevole, lo converte; non mette nel sacco la polizia con la sua superiore abilità, ma persino i famosi investigatori. Il metodo ristretto di Sherlock Holmes funziona solo nell'ambito dell'indagine: non ha nulla da dire al resto della vita, abbandonato all'insignificanza e alla noia, di cui la droga è la spia e l'inefficace rimedio. La fede di Padre Brown è innanzitutto la sua pace, e poi la soluzione del caso e infine il rimedio al male, il perdono. E' un criterio che può guidare tutta la vita e che giocato nello stretto ambito di una indagine poliziesca, dà i migliori risultati, semplicemente perché giocato in qualsiasi altro ambito darebbe comunque i migliori risultati, poiché essendo vero, rende conto di tutto. Rende conto anche del male, lo scoglio su cui la ragione spesso inciampa. Perché se è vero che "Tutte le cose vengono da Dio; e sopra tutte la ragione e l'immaginazione. E i grandi doni dello Spirito sono buoni in sé stessi." (Ibidem, pag. 542), è anche vero che "Non è difendere un uomo, dire che è un genio". (Ibidem, pag. 545).
Quando è usata con proprietà, cioè semplicemente quando è usata fino in fondo, la ragione è buona.


Da "http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=111&id_n=7821" :

L'origine del male è nella scelta della volontà, che Dio creò e volle libera. La dottrina della Caduta risponde all'interrogativo di Giobbe; certo non in maniera esauriente, poiché si tratta comunque di un Mistero: ma essa dice all'uomo tutto ciò che egli ha bisogno di sapere: che è libero, libero di tenere occhi e cuore spalancati alla Sua Presenza, o chiusi e ciechi, di guardare gli angeli con occhi di bambino o di ornitologo, di fare il male, oppure di non farlo. Certamente una falsa dottrina rende più facile il delitto: "L'uomo che effettivamente vive soltanto per questo mondo, e non crede in nient'altro, e per il quale il successo ed i piaceri mondani sono tutto quello che egli può trarre dal nulla, è colui che effettivamente sarebbe capace di qualunque cosa se corresse il pericolo di perdere tutto il suo mondo e di non poter salvare nulla. Non è l'uomo rivoluzionario, ma l'uomo rispettabile che commette ogni sorta di crimini". (GKC, I racconti di Padre Brown, pag. 751).
Tuttavia il mistero del male ha la sua sorgente nella volontà. Padre Brown si scaglia contro la superstizione magica, quando si imbatte in una famiglia che trema sotto il peso di una maledizione, secondo la quale uno dei suoi membri impazzirebbe uccidendo la moglie, per poi uccidere se stesso: "Un uomo non può essere costretto da nessun destino a cadere nel più piccolo peccato veniale (per non accennare nemmeno a delitti come il suicidio e l'assassinio). Non potete esser forzato a fare cose cattive contro la vostra volontà". (Ibidem, pag. 559).
Quando il medico di famiglia legge la leggenda della maledizione in chiave di ereditarietà, come un tipo di follia provocato dalla consanguineità, Padre Brown insorge contro le false filosofie che nascondono sotto il loro manto fumoso la realtà del delitto: "Io non saprei scegliere tra la vostra superstizione scientifica e quell'altra, quella magica. Mi sembra che tutte e due riducano la gente allo stato di paralitici nell'impossibilità di muovere braccia e gambe, o di salvare se stessi, né quanto al corpo, né quanto all'anima. [...]. E non voglio scegliere tra due strade sotterranee di superstizione, che entrambe finiscono nel buio. E la prova è questa: che siete tutti completamente all'oscuro di quel che realmente accadde in questa casa. [...]. Fu un delitto; ma il delitto dipende dalla volontà, e Dio la creò libera." (Ibidem, pag. 564).
Mette appena conto notare che Padre Brown interpreta l'incapacità di leggere la realtà del dottore come un effetto della sua superstizione scientifica. La chiave di tutto sta in quell'ultima frase: Dio la creò libera.
L'origine del male è nella scelta della volontà, che Dio creò e volle libera. La dottrina della Caduta risponde all'interrogativo di Giobbe; certo non in maniera esauriente, poiché si tratta comunque di un Mistero: ma essa dice all'uomo tutto ciò che egli ha bisogno di sapere: che è libero, libero di tenere occhi e cuore spalancati alla Sua Presenza, o chiusi e ciechi, di guardare gli angeli con occhi di bambino o di ornitologo, di fare il male, oppure di non farlo. Libero e quindi responsabile delle dottrine che elabora e delle conseguenze che ne scaturiscono. Libero quindi di usare o meno la sua ragione e responsabile dell'uso che ne fa. La consapevolezza del mistero della volontà che Dio ha creato libera, dona a Padre Brown l'ultima caratteristica che lo distingue da Sherlock Holmes, per tornare alla nostra tormentata pietra di paragone. Per quest’ultimo i criminali sono come la preda per il cacciatore, cioè sostanzialmente qualcosa di altro da sé. Ben diversa è la posizione di Padre Brown: egli non dimentica mai di essere egli stesso potenzialmente, in quanto uomo, un criminale, poiché peccatore. Dalla consapevolezza di condividere con tutto il genere umano il peccato originale nasce da un lato un superiore realismo nel giudicare la gente, per cui nessuno è "insospettabile" e dall'altro la pietà. Abbiamo già visto come proprio sull'identificazione col colpevole si basa il metodo di Padre Brown; quando il suo intervistatore gli chiede un po’ scandalizzato se questa identificazione non sia moralmente ambigua e pericolosa, egli risponde: “Nessun uomo può essere veramente buono finché non conosce la propria malvagità, o quella che potrebbe avere; finché egli non ha esattamente compreso quale diritto egli abbia di esprimere tutti quei giudizi e questo disprezzo, e di parlare di "criminali" come se fossero scimmie in una foresta lontana mille miglia; [...] finché egli non ha spremuto dalla sua anima l'ultima goccia dell'olio dei farisei; finché la sua unica speranza è proprio di aver catturato, in un modo o nell'altro, un criminale e di tenerlo chiuso al sicuro nel suo stesso corpo”. (Ibidem, pag. 599).