Presentazione

La Logica di Russel, il Coraggio di Camus e la Fede di Chesterton.

sabato 26 aprile 2014

Teoria del Multiverso RRD (ReRiD) - Schiocchezze in revisione!

Relazionato, Ripetitivo (ciclicamente infinito nel tempo) e Diverso (senza ripetizioni causali obbligate nello spazio).

Se si potesse viaggiare nel passato o nel futuro tutto diventerebbe un eterno presente, una immortalità dello spazio in un tempo sempre fisso e per cui "inesistente, senza discorso (epi), e senza senso (onto)". Non sarebbe possibile perchè sarebbe analogo al Nulla.

Tutto è fatto di relazioni e le relazioni sono il tutto.
Se scappi ti rincorri, ma ti vedresti cambiato e, nel senso psicologico/filosofico, pure e sempre in peggio.
Noi potremmo tornare come non tornare, dipenderebbe da fattori probabilistici immensi.
Ciò potrebbe parzialmente ammettere altre vite e fattori di reminiscenza.
Dio potrebbe anche esistere, ed essere pure sempre esistito, ma esso stesso sarebbe vincolato all'Universo anche se Onnipotente, in pratica non sarebbe in grado di creare soltanto il Nulla.

Gli stessi mondi alternativi, che possano esistere o meno (questione da risolvere...), dovrebbero sussistere a queste regole, in questi casi però essendo appunto alternativi non si arriverebbe a violare qualcosa nel voler viaggiare tra di essi ed esplorare altri vissuti proprio perchè comunque diversi.

Possiamo partire a capire l'Universo Spazio/Tempo ponendo degli assunti base "prioritari".

Esiste un qui ed ora, interpretabile temporalmente ma incontrovertibile fisicamente.

Sarebbe possibile il verificarsi di nuovo di un evento?
Certo, se non altro per il caso.
Caso che deriverebbe dall'assunto che siamo sempre esistiti per regole cicliche di creazione e morte dell'Universo/Multiverso.

Determinate regole potrebbero apparire sempre fisse ma proprio per il fatto che le relazioni si influenzano a vicenda il risultato potrebbe cambiare sempre.

E' tutto partito da un qualcosa?
No. SET, è "Sempre" "Esistito" "Tutto".

Esiste il Nulla?
No. Altrimenti nulla sarebbe potuto venire (paradosso fisico).

Il Nulla potrebbe essere creato?
No. Perchè è inesistente (paradosso linguistico).

Spiegare un Universo/Multiverso finito e che può anche implodere e riesplodere sarebbe più ammissibile di un qualcosa con un "bordo alla fine".

L'Universo che si ripiega su stesso curvandosi è infinito.
Nel senso che si potrebbe anche ritornare a re-incontrarsi se non fosse per il "fatto" che le nostre "rette-curve" non si potrebbero comunque incontrare mai per effetti di spostamenti spazio/tempo, per cui ci "scanseremmo" sempre.

LexMat

venerdì 25 aprile 2014

Perché non possiamo pensare alla vita come se fosse una partita a scacchi

Questo vorrebbe dire che il gioco della vita non può e non deve essere totalmente razionale, senza anima, come fosse una guerra.

Per la prima parte che rende la figura di come un buon attacco sia anche una buona difesa, mi sembra identica a quella del gioco del biliardo, dove effettivamente (ma in maniera decisamente visibile nell'immediato, cioè dopo aver tirato il proprio colpo in maniera impeccabile) un ottimo colpo che porta a punteggio deve presupporre anche in lascito un'ottima posizione di difesa.

E come se nel comportarsi nel gioco della vita in un determinato modo, non causale, ma con cognizione di causa, e si spera anche di effetto, si possa scatenare una sorta di "Effetto Butterfy" positivo.

LexMat


Da "http://giulionapoleoni.blogspot.it/2010/07/perche-non-possiamo-pensare-alla-vita.html" :

Mio padre mi ha insegnato a giocare a scacchi quando ero bambino.
All'inizio, naturalmente, perdevo sempre.
Poi, piano piano, ho cominciato a migliorare fino alla fatidica partita in cui sono riuscito a batterlo.
Nel periodo in cui stavo sensibilmente migliorando (quell'estate, ricordo, lessi L'idiota di Dostoevskij) a un certo punto mi sono reso conto di una cosa.
Se riuscivo a formulare un "piano di gioco", una strategia per arrivare alla vittoria o anche solo per guadagnare un pezzo, spesso capitava che le mosse fatte per realizzare quella strategia, mosse di attacco, fossero a mia insaputa anche mosse difensive che andavano a parare suoi piani di attacco nei miei confronti.
Giocando sempre con in mente un "piano" (che andava costantemente rivisto, aggiornato, riaggiustato) prevenivo possibili pericoli anche ignorandoli.
Ciò confermava quanto avevo letto nelle indicazioni preliminari di un antico manuale di scacchi (che sempre mio padre mi aveva messo in mano): l'autore raccomandava "Mai una mossa senza scopo!" (seguivano subito dopo considerazioni sul fatto che mosse casuali quasi certamente indeboliscono la propria posizione e costituiscono perdite di tempo di cui l'avversario può avvantaggiarsi).
Questa regola mi aveva subito affascinato, e avevo cominciato a pensare se fosse una regola che potesse valere anche per la vita in generale. In quel periodo, da ragazzo, ero ossessionato dal problema di individuare regole generali da seguire per vivere nel modo migliore.
La regola di vivere perseguendo un progetto o più semplicemente ponendosi degli obiettivi è certamente una regola degna di attenzione per chi sia alla ricerca di "formule" per un buon vivere.
Volendo seguire l'analogia con il gioco degli scacchi potremmo dire che se perseguiamo un progetto, se ci poniamo degli obiettivi e agiamo di conseguenza, le nostre azioni porteranno a uno sviluppo del nostro essere che potrà essere utile a rispondere anche a situazioni impreviste.
Molti anni dopo le prime esperienze scacchistiche di cui parlavo all'inizio, studiando filosofia e imbattendomi nelle teorie sull'azione (G.H. von Wright, Habermas, Bubner...) tornai a interessarmi della questione.
Aristotele definisce un'azione come un comportamento finalizzato a raggiungere un certo scopo.
Secondo von Wright agire significa provocare intenzionalmente un mutamento nel mondo.
Avere un'intenzione, un fine, sembra essere parte del concetto stesso di azione, e si può valutare un'azione in base all'efficacia con la quale riesce a realizzare il proprio scopo, oppure in base alla razionalità dello scopo rispetto a fini ulteriori (si apre qui tutto il discorso sulla razionalità pratica e sull'etica...).
Un'azione è razionale se realizza efficacemente il proprio scopo.
Uno scopo è razionale se è coerente con fini generali, cioè se rientra in un piano coerente di miglioramento delle proprie condizioni (e, meglio ancora, delle condizioni di tutto ciò che ci circonda...).
Ma chiediamoci: fino a che punto può essere utile agire sempre in modo razionale? Si può applicare la regola generale degli scacchi "Mai una mossa senza scopo!" alla propria vita, trasformandola in "Mai un'azione senza scopo!"??
A volte non ci è chiaro lo scopo per cui stiamo facendo qualcosa, ma è meglio così. In certi contesti lasciarsi "guidare dall'istinto" o "dall'intuizione" può essere meglio che farsi guidare dalla ragione. Quali sono questi contesti?
Pensiamo a cosa succederebbe se facendo l'amore pretendessimo di sapere esattamente perché facciamo una cosa piuttosto che un'altra.
Un altro contesto nel quale l'agire razionalmente può essere bloccante o controproducente è quello di una rilassata e intima conversazione tra amici o tra partner, dove il bello è proprio il "lasciarsi portare" dalle associazioni mentali, avendo anche la capacità di seguire quelle dell'altro (come del resto anche nel fare l'amore il bello non è solo il seguire i propri desideri ma anche il riuscire a sentire e seguire quelli del partner).
Qualcosa di analogo accade nella comunicazione fra paziente e terapeuta in una psicoterapia a orientamento psicoanalitico o più semplicemente nel cosiddetto "ascolto attivo" proprio di tutte le relazioni d'aiuto.
C'è poi tutto un ambito di situazioni nelle quali avere un obiettivo preciso può essere controproducente.
Penso alla creazione artistica, ma anche in certa misura alla ricerca scientifica. In questi contesti, per quel che ne sappiamo, si parte spesso con idee vaghe, intuizioni, problemi da risolvere di cui non si conosce la soluzione.
Si lavora proprio su questa vaghezza, sull'idea di qualcosa che vogliamo comunicare ma che non è a noi stessi chiaro, su un enigma che ci tormenta, su un nodo che non riusciamo a sciogliere.
La soluzione, l'opera compiuta, la si costruisce strada facendo, senza sapere prima esattamente dove ci condurrà il nostro lavoro (l'aveva già teorizzato Platone quando si era posto il problema di rispondere alla questione sofistica sulla impossibilità della ricerca di conoscenza: se so già non ho bisogno di conoscere, se non so non so nemmeno cosa cercare, e aveva risposto con la sua teoria del conoscere come ricordare...).
Un ultimo (ma non per questo meno importante!) contesto è quello del dialogo euristico, così definito da Franca D'Agostini in Verità avvelenata: "si ha un dialogo euristico quando A sostiene p e B sostiene non-p, e A e B sono interessati all'accertamento della verità, dunque si confrontano non tanto per avere ragione quanto per sapere chi ha ragione, e qual è la ragione migliore".
Tale tipo di dialogo è essenziale quando sono in gioco dispute sui valori, differenze culturali che portano a confronti fra culture. Sono temi tipici delle teorie sulla gestione nonviolenta dei conflitti (Gandhi, Capitini, Galtung, Patfoort e altri) ma anche della tradizione ermeneutica (della quale sempre Franca D'Agostini ha "distillato" alcune regole fondamentali nel suo recente Verità avvelenata).

Forse allora potremmo tornare alla questione della regola "Mai una mossa senza scopo!" e dire che se vogliamo mantenerla per applicarla alla vita dobbiamo trasformarla in "Mai un'azione senza consapevolezza del senso!".

Nei rapporti liberi e creativi con gli altri, nei contesti dove esercitiamo la nostra libertà e creatività possiamo (dobbiamo) abbandonare l'idea di uno scopo prefissato, di un chiaro piano d'azione, e accettare l'idea di un'azione senza scopo, o con uno scopo non chiaro, pur avendo però ben chiaro il senso di quello che stiamo facendo, anche proprio per distinguerlo dai contesti nei quali invece uno scopo preciso e un'azione razionale rispetto ad esso sono fondamentali.

Più in generale quindi è importante cercare sempre di riconoscere le esperienze che si stanno vivendo: l'essere presenti, dentro le situazioni, in sintonia o in contrasto con il contesto, ma essere comunque in rapporto con ciò che ci circonda e con noi stessi.

Sempre avanti e per tutti

Se non è possibile tornare indietro, è però possibile e doveroso, andare avanti.

Non si possono riportare in vita le persone o cambiare gli eventi del passato, ma se ne possono esaudire i desideri sognati e riposti in noi, e ricreare positivamente quelle condizioni, per costruire un futuro nuovo e finalmente sereno.

In questo modo i nostri avi sarebbero vendicati dalle nostre e loro malefatte, noi avremmo un riscatto dai rimorsi e dai rimpianti ed i nostri figli vivrebbero in un mondo migliore.

Non pensare più alla partenza o alla strada percorsa, pensa a raggiungere il traguardo.

LexMat

Intervista a Popper - Rai

Da "http://www.emsf.rai.it/dati/interviste/In_78.htm" :

1 Professor Popper, Lei è molto conosciuto per le sue idee sul metodo scientifico, che sono diametralmente opposte alla concezione, ancora oggi prevalente, secondo la quale il metodo scientifico consisterebbe nel metodo induttivo. Può illustrarci le Sue vedute sul metodo della scienza?
Secondo la mia personale concezione del metodo scientifico, non c'è effettivamente alcun bisogno di ricorrere all'induzione o a cose del genere. Per illustrare il metodo che io considero il vero metodo che usiamo per indagare la natura, partirei da Kant, il quale nella seconda edizione della Critica della ragion pura, più esattamente nella "Prefazione" alla seconda edizione, dice cose che trovo eccellenti. Cito: "Allorché Galilei fece rotolare lungo un piano inclinato le sue sfere, il cui peso era stato da lui stesso prestabilito, e Torricelli fece sopportare all'aria un peso, da lui precedentemente calcolato pari a quello di una colonna d'acqua nota [...] una gran luce risplendette per tutti gli indagatori della natura. Si resero allora conto che la ragione scorge soltanto ciò che essa stessa produce secondo il proprio disegno, e compresero che essa deve procedere innanzi coi princìpi dei suoi giudizi secondo leggi stabili, costringendo la natura a rispondere alle proprie domande, senza lasciarsi guidare da essa, per così dire, colle dande. In caso diverso le nostre osservazioni casuali, fatte senza un piano preciso, non trovano connessione in alcuna delle leggi necessarie di cui invece la ragione va alla ricerca ed ha impellente bisogno" (Critica della ragion pura, B XII-XIII, tr. it. Torino, UTET, 1967, p. 42).
È una citazione abbastanza lunga, ma importante soprattutto là dove Kant parla di Galilei e Torricelli e degli esperimenti da loro architettati, affermando che i filosofi della natura - cioè quelli che noi oggi chiamiamo fisici - compresero che noi dobbiamo costringere la natura a rispondere alle nostre domande, liberamente scelte da noi, piuttosto che aggrapparci alle gonne di madre natura e aspettare che sia lei a guidarci. Osservazioni fatte a casaccio, senza un piano elaborato in anticipo, non possono essere infatti connesse da leggi, mentre sono proprio le leggi ciò di cui la ragione va alla ricerca.
Questa concezione l'ho chiamata "teoria del faro", in quanto siamo noi a gettare, per così dire, dei fasci di luce sulla natura, ed è del tutto differente da quella che suppone che sia la natura a darci informazioni secondo il suo piacere. In breve, il metodo che tale teoria prefigura è il metodo ipotetico. Non per altro, la mia precedente citazione da Kant dimostra quanto bene egli avesse compreso che dobbiamo presentarci davanti alla natura armati delle nostre ipotesi, cercando risposte alle nostre domande, o, meglio ,ai nostri problemi. Infatti, noi lavoriamo sempre con ipotesi e con problemi. Senza il loro aiuto, potremmo solo fare osservazioni casuali, fuori da qualsiasi piano, incapaci pertanto di condurci alla formulazione di una legge naturale. In altre parole, già Kant vide con estrema chiarezza che la storia della scienza ha confutato quell'idea del metodo - che è un dogma infondato - stando alla quale noi dovremmo partire dalle osservazioni e derivare poi da esse le nostre teorie. In realtà, facciamo qualcos'altro: partiamo da un problema, con l'aiuto di un'ipotesi. È questo - io credo - il punto decisivo.
2  Ma, se questo è il metodo della ricerca scientifica, non potremmo spingerci ancor oltre, affermando che tutti coloro che apprendono qualcosa - anche la gente comune e persino gli animali o i bambini - di fatto adottano esattamente lo stesso metodo ipotetico che usano gli scienziati? Possiamo cioè sostenere che esso sia il metodo con cui in generale si arriva ad apprendere?
È esattamente ciò che penso: cioè che il metodo per tentativi ed errori, il metodo ipotetico-deduttivo, sia un metodo universale.
Se osserviamo un coleottero alla ricerca di cibo, lo vediamo muovere tutt'intorno le sue antenne: ogni movimento corrisponde all'ipotesi di poter trovare cibo, o qualsiasi altra cosa stesse cercando, in una certa direzione; quando poi muove le sue antenne in un'altra direzione, questa è una nuova ipotesi, cioè che quanto esso cerca si trovi in quest'altra direzione, che esplora, come se avvertisse che quella è la via giusta per trovare qualcosa. Talvolta ho fatto ricorso alla famosa storiella dell'uomo nero che cerca in una stanza buia un cappello nero che potrebbe non essere lì. Che cosa può fare? Può solo muovere la mano in una certa direzione e vedere se per caso il cappello è lì. Oppure muovere l'altra mano in un'altra direzione: ognuna di queste azioni corrisponde a un'ipotesi: precisamente che il cappello nero si trovi proprio in un punto o nell'altro. Il coleottero, in altre parole, deve essere attivo: non può aspettarsi che quel che cerca gli venga incontro o gli si mostri da solo. Tutto ciò che può fare è cercare attivamente, sfruttando il movimento. Quest'ultimo, infatti, è estremamente importante: è ancora più importante della vista. Ad esempio, un cieco, muovendosi, può trovare degli oggetti. Anche il guardarsi intorno equivale a muovere gli occhi in certe direzioni, che sono quelle in cui si cerca. La storiella dell'uomo nero rappresenta dunque bene la situazione in cui si trova chiunque non conosca già, ma voglia conoscere. La stessa situazione vale per tutti noi quando cerchiamo qualcosa e, soprattutto, per gli scienziati.
Anche i bambini che imparano la loro lingua madre, si comportano sostanzialmente nello stesso modo, ovvero per tentativi. Fanno delle congetture e, quando sbagliano, vengono corretti dalle persone che insegnano loro la lingua. Da bambini, infatti, tutti abbiamo dovuto imparare la lingua dagli adulti, in quanto essa esisteva già e non c'era altro da fare che impadronirsene. Per riuscirvi, bisogna prima di tutto imparare a produrre i suoni. Solo successivamente - e qui cominciano i primi tentativi e la conseguente selezione - proviamo a riprodurre precisamente i suoni emessi dai genitori - o comunque dagli adulti che ci parlano attorno. Nel cercare di riprodurre questi suoni, commettiamo degli errori che, in parte, correggeremo da soli, in parte verranno corretti dalle persone con le quali parliamo, che ci ripetono in forma esatta le parole che stiamo tentando di pronunciare.
Altrettanto vale per l’apprendimento delle regole della grammatica. Immaginiamo un bambino che stia imparando il participio passato dei verbi. Sa già che il participio del verbo "sedere" è "seduto" e del verbo "vendere" è "venduto"; pertanto, dinanzi al verbo "ledere", dirà "leduto" (invece di "leso") e dinanzi al verbo "fondere" dirà "fonduto" (invece di "fuso"). Gli adulti aiutano i piccoli a eliminare questi errori.
Il nostro modo di apprendere mediante tentativi ed errori consiste proprio in questo, vale a dire nell'eliminare gli errori commessi. I tentativi sono ipotesi e l'eliminazione degli errori è il modo in cui ci adattiamo, nel nostro esempio, alla lingua esistente oppure, come avviene in altri casi, all'ambiente circostante, e così via.
In tutti i casi, si parte sempre proponendo soluzioni ipotetiche e si passa quindi alla prova di queste ipotesi, al loro controllo attraverso la prova. Non a caso, l'ho chiamato il metodo per tentativi ed errori, giacché qui l'errore gioca un ruolo molto importante: è proprio l'errore, infatti, a farci eliminare determinate ipotesi.
Anche per questo, non è solo un metodo fra tanti, bensì il metodo per risolvere tutti i problemi in generale: quando si ha un problema, ci si riflette sopra, si ha un'idea, un'ipotesi che va sottoposta a controllo. Questo può risultare negativo: in tal caso, dobbiamo proporre una nuova ipotesi e sottoporla ancora a controllo, che potrà essere a sua volta negativo, e così via, finché non troviamo un'ipotesi che regga alla prova. Ovviamente, se siamo fortunati! Ripensiamo al coleottero: l'eventuale insuccesso delle sue ricerche è puntualmente espresso dal perdurante movimento delle sue antenne. Così pure nel caso della storiella dell'uomo nero: forse costui troverà davvero un cappello e, nell'indossarlo, penserà: "questo deve essere il mio cappello nero". Tuttavia non potrà esserne ancora certo: nel buio di quella stanza tale potrebbe apparire, infatti, anche un cappello bianco. Pertanto, il metodo di procedere per congetture, porta in un certo senso solamente ad ipotesi, o, forse, ad ipotesi migliori.
Il movimento è fondamentale anche nel caso dell'apprendimento della lingua. Qui i movimenti riguardano la lingua, le labbra e così via. Solo con il tempo apprendiamo che si tratta di movimenti di un genere diverso da quelli che facciamo con le mani, sebbene anch'essi costituiscano, comunque, delle ipotesi conoscitive sull'adeguatezza di quei suoni, in quanto reazioni appropriate a ciò che i genitori dicono e indicano.
3 Qualcuno però potrebbe sostenere che un metodo del genere non abbia molto a che vedere con la scienza, che dopotutto è l'oggetto della nostra conversazione. Esso non sembra affatto una procedura particolarmente metodica: noi non pensiamo, infatti, a un coleottero, e nemmeno a un bambino, come ad animali eminentemente razionali, che aggrediscono i loro problemi mediante un pensiero metodicamente strutturato ed un piano ben organizzato. Di loro si direbbe, piuttosto, che si affannano sui problemi sino a ottenere graduali miglioramenti, ma solo se - come ha detto anche lei - sono fortunati! Cos'è, dunque, che caratterizza in modo specifico la scienza?
Innanzitutto, se siamo scienziati sul serio, i nostri problemi ce li scegliamo con cura tra quelli che abbiamo ricevuto dalla cosiddetta situazione problematica della scienza. In altri termini, generalmente partiamo da problemi già affrontati da altri. A volte, invece, capita la fortuna d’imbattersi in un problema completamente originale: un'esperienza davvero molto eccitante, che rappresenta di per sé una specie di scoperta. Vi è dunque qualcosa di inconscio nel tentativo di formulare, di non mollare od inseguire un problema. Va detto, naturalmente, che molto spesso il problema da noi affrontato cambia aspetto proprio mentre ci stiamo lavorando: capita allora di rendersi conto che non è esattamente il problema che dovremmo indagare, o quello più promettente, e così via. In realtà, persino nella scelta del problema noi adottiamo il metodo per tentativi ed errori. A volte, lo ricaviamo dalla nostra esperienza di insegnamento. Spesso capita poi, come s'è detto, che il problema muti mentre ci stiamo lavorando sopra: così lo capiamo meglio, sempre procedendo per tentativi ed errori.
L'altro elemento che, a mio avviso, è realmente decisivo nella scienza - e molto spesso anche in ambito prescientifico - è l'atteggiamento mentale di critica consapevole. Il coleottero non ama sbagliare, non ama muovere le proprie antenne verso il muro che impedisce la sua esplorazione. Il vero metodo critico, ossia consapevolmente critico, consiste, invece, nel proporsi di stabilire se un'ipotesi non sia per davvero errata. Abbiamo, dunque, un problema; formuliamo un'ipotesi e cerchiamo di scoprirne i punti deboli, sempre procedendo per tentativi ed errori. Così vi riflettiamo su e ipotizziamo certe situazioni in cui, forse, la nostra ipotesi non funzionerà. Poi tentiamo di realizzare tali circostanze attraverso esperimenti opportuni. Riusciamo così a scoprire se la nostra ipotesi non sia, per caso, estremamente debole. Come? Lasciando che condizioni sperimentali sempre nuove mettano alla prova la nostra ipotesi, "torturandola" - per così dire - attraverso tentativi ed errori. Ecco in cosa consiste il metodo critico che esiste, credo, solo a livello umano: nel mettersi alla ricerca dei propri errori attraverso un severo e consapevole controllo.
4 Dunque, nella scienza, come in altri ambiti, noi andiamo alla ricerca della verità attraverso l'eliminazione degli errori. Ma in quale senso preciso il metodo per tentativi ed errori è legato alla ricerca della verità?
Noi aspiriamo alla verità, e poiché non possiamo mai essere sicuri di averla davvero trovata, andiamo alla ricerca dei punti deboli delle nostre ipotesi, cercando di eliminare i possibili errori, i quali ci mostrano che quanto abbiamo raggiunto non è la verità, che la nostra ipotesi non è vera, ma falsa. In altri termini, tentiamo di falsificare le nostre stesse ipotesi, cioè di dimostrarne la falsità, di confutarle. In questo consiste il metodo consapevolmente critico. Lo scienziato serio, che è sempre critico, non assume un'ipotesi sperando che sia vera, ma con la determinazione di controllarla per stabilire se non sia invece falsa.
5 Ma alcuni potrebbero obiettare che è piuttosto strano parlare di verità quando si tratta di indovinare per mezzo di ipotesi, perché tentativi del genere vengono considerati di solito speculativi e non conclusivi, mai comunque veri.
Se ipotizzo che domani pioverà, questa è ovviamente una congettura incerta. Può accadere che domani piova, nel qual caso la congettura sarà vera; ma può anche accadere che domani non piova, e allora la mia ipotesi sarà falsa. Qui tutto è molto semplice, dall'inizio sino al momento in cui la congettura cessa di essere tale: domani, infatti, o pioverà o non pioverà, ma, prima di allora, l'ipotesi resterà incerta. Consideriamo ora un'ipotesi più generale: per esempio, quella secondo la quale "piove sempre quando io ho qualche giorno di vacanza". Questa ipotesi, non solo è un'ipotesi più generale, ma contiene in sé il termine "sempre". È davvero molto difficile che io, controllandola, possa stabilire che è vera; ma, ciò nonostante, potrebbe anche darsi che piova davvero ogni qualvolta ho qualche giorno di vacanza. Anche ammesso che ciò sia vero, l'ipotesi in quanto tale non lo sarà ugualmente, perché è talmente generale da non potersi confermare come vera dopo un numero finito qualsiasi di osservazioni (una, due, tre, non importa quante), cessando di essere una semplice congettura. Esiste, dunque, una differenza tra ipotesi (e tentativi) che consistono di asserti singolari e altre ipotesi che hanno un carattere più universale. Ma, per l'appunto, quel che cerchiamo nel fare scienza sono leggi generali, ipotesi universali.



Nella concezione popperiana del metodo scientificol'induzione non ha alcun ruolo: il punto di partenza per la ricerca non sono le osservazioni, ma le ipotesi che le guidano . Il modo di procedere per tentativi ed errori costituisce il metodo ipotetico-deduttivo, che Popper ritiene universale, comune tanto al genere umano quanto al mondo animale. L'eliminazione degli errori svolge la funzione fondamentale di controllo delle ipotesi , che conferisce al metodo un valore universale . In ambito più strettamente scientifico, il metodo esige un'attenzione particolare nella scelta dei problemi ed un costante atteggiamento critico verso le ipotesi assunte . L'ipotesi non va assunta nella speranza che sia vera, ma per controllarne l'eventuale falsità . Le ipotesi più generali non possono esaurirsi in una dimostrazione positiva, ma richiedono sempre una serie di controlli negativi.

Alexandre Koyre (é)

Da WikiQuote:

Non è dal lavoro che nasce la civiltà: essa nasce dal tempo libero e dal gioco.
(citato in Domenico De Masi, Il Futuro del Lavoro)

Il metodo cioè la via, è la sola via che ci possa liberare dall'errore e ci possa condurre alla conoscenza della verità.
(Lezioni su Cartesio, p. 39)

Il cosmo scomparso.
Le idee oscure e confuse, che fanno nascere il dubbio e che sono, a loro volta, distrutte dal dubbio, sono quelle che ci pervengono dalla tradizione e dai sensi.
Per quanto riguarda quelle chiare, quelle vere, esse sono innanzi tutto le idee matematiche.
E la ragione è ugualmente la ragione matematica.
Poiché solamente nelle matematiche la mente umana è giunta all'evidenza e alla certezza ed è riuscita a costruire una scienza, una vera disciplina in cui progredisce con ordine e chiarezza dalle cose più semplice alle costruzioni più complicate.
Quindi il metodo cartesiano, questo metodo che Cartesio ci dice di aver creato prendendo il meglio delle "tre arti o scienze che egli da giovane aveva un po' studiato": la Logica, L'Analisi dei Geometri e l'Algebra, si fonderà essenzialmente sulla matematica.
(Lezioni su Cartesio, p. 59)

È curioso constatare – ed insisto su questo punto, perché mi sembra di importanza capitale, e perché, pur essendo noto, non mi sembra abbastanza sottolineato – è curioso constatare l'indifferenza pressoché totale del mondo romano per la scienza e la filosofia. Il cittadino romano si interessa alle cose pratiche. L'agricoltura, l'architettura, l'arte della guerra, la politica, il diritto, la morale.
Ma si cerchi in tutta la letteratura latina classica un'opera scientifica degna di questo nome, e non si troverà; un'opera filosofica, ancor meno. Si troverà Plinio, cioè un insieme di aneddoti e racconti da comare; Seneca, cioè un'esposizione coscienziosa della morale e della fisica stoiche, adattate – il che significa semplificate – ad uso del pubblico romano; Cicerone, cioè i tentativi filosofici di un letterato dilettante; o Macrobio, un manuale di scuola elementare.
È veramente stupefacente, se vi si presta attenzione, che i Romani, non producendo nulla essi stessi, non abbiano nemmeno mai sentito il bisogno di procurarsi delle traduzioni. In effetti, al di fuori di due o tre dialoghi platonici (tra cui il Timeo) tradotti da Cicerone – trasduzione di cui non ci è pervenuto nulla – né Platone, né Aristotele, né Euclide, né Archimede sono mai stati tradotti in latino. Almeno nell'età classica. Perché se è vero che l'Organon di Aristotele e le Enneadi di Plotino lo furono, è parimenti vero che in fin dei conti ciò avvenne molto tardi e per opera di cristiani.
(Scritti su Spinoza e l'averroismo, pp. 63-64)