Presentazione

La Logica di Russel, il Coraggio di Camus e la Fede di Chesterton.

lunedì 25 agosto 2014

Seduti sul nostro culo

Da "http://mariodomina.wordpress.com/2014/08/18/seduti-sul-nostro-culo":


«Saper godere del nostro essere così com’è è una forma di perfezione assoluta, e quasi divina.
Noi cerchiamo condizioni diverse perché non siamo capaci di fare buon uso della nostra, e usciamo fuori di noi perché non sappiamo vedere quel che c’è dentro.
Se pure saliamo sui trampoli, dovremo comunque camminare con le nostre gambe.
E anche sul più alto trono del mondo saremo sempre seduti sul nostro culo».

È questo un quasi-testamento di Montaigne, posto com’è a conclusione dei suoi Saggi, e con cui sembra dirci che è meglio vivere «senza mirabilia e senza stravaganze» (queste le espressioni da lui usate) – cioè in una condizione piuttosto anti-filosofica e anti-straniata.
In sé, non fuori di sé – che è quasi un senza sé.
Essere confuso con-essere.
Filosofare è allora piuttosto ritornare dal viaggio straniante di una vita, al punto di partenza, al grembo naturale – pur sapendo che quel grembo e quella natura non sono più innocenti, edenici, intoccati.
Tuttavia ripiombare di tanto in tanto col culo a terra non può che farci bene…

Rebecca Solnit

Da "http://blog.wired.it/misterbit/2013/03/23/rebecca-solnit-non-ama-google.html":

Parole: Rebecca Solnit @ CCA

di Matteo Bittanti


Rebecca Solnit non ama particolarmente Larry Page e Sergey Brin. “Google è terrificante,” spiega a una quarantina di studenti del California College of the Arts riuniti nel Graduate Center il 22 marzo 2013 per un'appassionante lecture. Il pubblico ride, ma la scrittrice e attivista di San Francisco non scherza. “Google è un impero. E’ una forza transnazionale, dotata di risorse paragonabili a quelle delle super-potenze militari. La sua influenza geopolitica non ha eguali. Ma l’aspetto più preoccupante è che nessuno discute delle implicazioni sociali delle tecnologie che questa mega-corporation ci infligge a getto continuo. La 'discussione' si limita a una banale discussione sulle differenze tecniche dei suoi tablet e smartphone. Una situazione allarmante, che conferma la crisi del giornalismo.”

Lo scorso febbraio, il London Review of Books ha pubblicato uno splendido saggio di Solnit sulla proliferazione di mezzi di trasporto privati - le navette di Google, Apple, Facebook, Zynga etc. - per le strade di San Francisco, un fenomeno che Stamen Design aveva visualizato per mezzo di dettagliate mappe e infografiche nel settembre del 2012. “Si tratta di una vera e propria invasione. Ucn attacco frontale al trasporto pubblico, che viene (in)direttamente svalutato. L’ennesimo esempio del modus operandi della Silicon Valley che prevede la sistematica distruzione del concetto di 'bene pubblico'. I servizi e gli spazi pubblici vengono espropriati, privatizzati e resi inaccessibili alle masse. L’ideologia della Silicon Valley, non a caso, prevede la creazione di falsi spazi di socializzazione... Il vero obiettivo consiste nel creare enclavi tecnologiche per pochi privilegiati, mascherando il sopruso attraverso la retorica della 'democratizzazione' Una situazione vergognosa".

Solnit non è particolarmente ottimista sul futuro di San Francisco, una città “assediata da [sigh] orde di start-ups e da altri predatori”, sempre più gentrificata e inaccessibile: “Negli ultimi anni, la Silicon Valley ha inferto danni pesanti alle comunità locali. L’impatto di Apple e Google su San Francisco è stato particolarmente micidiale. Quando le logiche corporate si sostituiscono alla cosa pubblica, il declino urbano è inevitabile. Lal Silicon Valley, per sua natura, è tossica. Non dimentichiamo che questo non-luogo esteticamente orribile ha distrutto in poche decadi gran parte della California settentrionale, eliminando ettari di frutteti, campi e foreste. Mezzo secolo fa, la California era verde. Oggi è grigia, dominata da anonimi edifici pieni di server, computer e schiavi della tastiera.”

Non a caso, la scrittrice attribuisce ai microservi delle start-up e delle corporation la diretta responsabilità di un problema che presenta ramificazioni sociali e ambientali prima ancora che tecnologiche. “Il mio articolo ha mandato su tutte le furie i dipendenti di Apple, Google e affini che sono ‘troppo importanti’ per viaggiare sui mezzi pubblici e per tanto abbisognano di servizi dedicati. Le loro veementi reazioni in realtà mi rincuorano. Questi lavoratori post-moderni presentano aspetti preoccupanti. Sono mono-maniaci, egotisti, viziati... Si disinteressano completamente delle conseguenze delle loro innovazioni. Si limitano a eseguire gli ordini senza riflettere sui 'danni collaterali'. Mi fanno molta paura.”

L’autrice del capolavoro di cartografia sociale Infinite City (di cui avevo parlato qui, quattro anni fa) sta lavorando al seguito, incentrato su un’altra città “tormentata”, la bestiale New Orleans. “La retorica della Silicon Valley promuove l’illusione che le nuove tecnologie abbiano migliorato le nostre vite. Non è assolutamente vero. In ogni momento della nostra giornata, siamo bombardati da fiumi di informazioni ridondanti. Il rumore di fondo domina le nostre esistenze. Siamo terrorizzati dall’idea di restare da soli anche per pochi minuti. Vedo la gente per strada che cammina nervosamente, gli occhi incollati su pochi pollici di schermo: Tweet, instagram, sms... Mi fanno una profonda tristezza. C’è qualcosa di tragicamente patologico e paranoico nell’incapacità di apprezzare il qui e l’ora. Si credono liberi, autonomi, ma in realtà sono i nuovi schiavi. Condannati a ‘produrre’: commenti, foto, pensieri a getto continuo. Se non condividi, non esisti. In questo senso, replicano la logica intrinseca del sistema capitalistico anche nel loro ‘tempo libero’. E’ l’imperativo della produttività, introiettata a livello psicologico.”

Solnit non risparmia critiche a Facebook. “I servizi di ‘social network’ - che espressione ridicola, “social network’ - come Facebook sono molto peggio dell’email. Una continua interferenza, che assorbe le nostre risorse cognitive e temporali. Ci lamentavamo della pubblicità televisiva e sui muri delle nostre città - a ragione - ma con Facebook  come dire, l’intrusione è neurale. Facebook è paragonabile a un quotidiano che offre nove pagine di fumetti e parole crociate e pochi paragrafi di notizie 'sostanziali'. Nessuno mette in discussione le conseguenze delle nuove tecnologie sulla qualità delle nostre vite. Tutti danno per scontato che oggi la situazione è migliorata rispetto a dieci anni fa. La favola della Silicon Valley ha ingannato tutti. Siamo così storditi che non ce ne rendiamo nemmeno conto. Le nuove tecnologie hanno avvantaggiato solo pochi CEO che oggi guadagnano milioni di dollari, mentre le masse faticano ad arrivare a fine mese”. In effetti, l’idea che le nuove tecnologie abbiano creato nuove occupazioni e ricchezza distribuita è un mito, un leggenda metropoliana, una menzogna demolita da due ricercatori del MIT. Inoltre, negli ultimi anni le diseguaglianze sociali ed economiche negli Stati Uniti hanno raggiunto livelli allarmanti.

Prosegue Solnit: “La logica 'amministrativa' e gestionale dei servizi di ‘social network’ riproduce pedissequamente le dinamiche lavorative. Facebook consuma il nostro tempo. Ci logora, senza restituire nulla. E’ un po’ come pagare le tasse: un’attività burocratica terribilmente noiosa che ci tocca una volta all’anno, con la differenza che Facebook paghiamo le tasse tutti i giorni, anzi a tutte le ore, senza ricevere alcun rimborso". Per contrastare la nefasta influenza dei social media, Solnit suggerisce momenti di ri-connessione con il territorio e, soprattutto, con se stessi. “Camminare per le strade della propria città rappresenta una pratica insieme sovversiva e rilassante. Il fatto che camminare, specie negli Stati Uniti, non sia considerata una attività utile, preziosa, conferma la sua importanza. Gli automobilisti odiano i pedoni... Che sorpresa! Credo sia fondamentale riacquistare contatto con spazi non mediati, zone libere da condizionamenti tecnologici... Un concetto che gli esseri delle bolle, quelli con i fili bianchi che escono dalle orecchie, che gesticolano e strillano nei loro microfoni, che twittano costantemente faticano a comprendere. Individui psicologamente labili... Le tecnologie non creano comunità. Le persone creano comunità. Essere ‘connessi’ alla rete significa essere ‘disconnessi’ dal proprio ambiente, dal qui e dall’ora. Significa essere sempre altrove, svalutare il presente, dimenticare il contingente. Le cuffie sono le strip-mall della coscienza. Gli sms sono il Walmart dell’anima. Le tecnologie ti illudono di essere al centro dell’universo, ma sono de facto un potente strumento di spersonalizzazione. Il fatto che non ce ne rendiamo nemmeno conto attesta l'efficacia del Silicon Valley-pensiero.”

Solnit giudica "assurda" la retorica di Biz Stone e Jack Dorsey in merito all’efficacia democratizzante di Twitter. “E’ un dato di fatto che la democrazia declina quando gli esseri umani non comunicano tra di loro. Quella che oggi chiamiamo comunicazione - micro-messaggi di centoquaranta caratteri, status update e amenità simili - rappresenta un fallimento sociale, prima ancora che linguistico e concettuale. Il nostro futuro assomiglia a Phoenix, Arizona, una città in cui nessuno cammina, tutti sono intrappolati nelle loro scatole a quattro ruote... Una prospettiva molto triste. Facebook sta trasformando il mondo in una gigantesca Phoenix". Solnit lamenta l'estinzione di quello che chiama Wilderness space, uno spazio selvaggio, un luogo mentale prima ancora che geografico. “Camminare rappresenta una pratica meditativa prima ancora che fisica. Non si tratta tanto di quantificare aspetti che, per loro natura sono immateriali. Gli ossesionati delle statistiche - un’altra tribù di alienati tipica della Silicon Valley - mi fanno proprio pena. Guardatemi! Guardatemi! Ho appena corso sei miglia. Guardatemi! Guardatemi! Ho bruciato mille calorie. Twitter normalizza una forma di comunicazione che, nella vita reale, consideremmo sintomatica di uno stato mentale squilibrato. Le nuove tecnologie hanno creato nuove forme di solitudine e legittimato i disordini psicologici”.

In merito all’imperativo della produttività coatta, Solnit aggiunge: "Un’ulteriore conferma che la nostra società è profondamente malata consiste nella nostra bizzarra gerarchia valoriale. Oggi, essere impegnati a tutte le ore è considerato un valore positivo. Qualcosa di cui vantarsi... Essere attivi, anzi, iper-attivi è un pre-requisito. II multitasking qualcosa da dichiarare sul curriculum sotto la voce "abilità". Chi non soffre di attention deficit disorder viene guardato con diffidenza. Siamo terrorizzati dall’idea di sviluppare relazioni umane autentiche e per tanto ci barrichiamo dietro a un muro di interazioni fasulle. Passiamo gran parte della nostra giornata a prenderci cura dei nostri gingilli tecnologici per evitare di confrontarci con esseri in carne e ossa”.

La conclusione di Solnit? “Credo che sia arrivato il momento di risvegliarci dal lungo torpore.” In un certo senso, siamo diventati zombie. Il che spiega il succeso popolare di serie come The Walking Dead. I morti che camminano, senza guardare mai in alto, siamo noi. Attraverso la metafora del mostro lobotomizzato, la televisione ci restituisce un'immagine al tempo stesso fedele e distorta della nostra vera natura.

Il nuovo libro di Rebecca Solnit, The Faraway Nearby, è previsto a giugno negli Stati Uniti.

Immagine: Rebecca Solnit di Shawn Calhoun via Flickr

Bruce Sterling

Da "http://blog.wired.it/misterbit/2013/03/25/bruce-sterling-sxsw-2013.html":

Zombishield! La prova? Dammela tu...ma che sia una prova.

Da MEDBunker:

Zombishield! La prova? Dammela tu...ma che sia una prova.

TU COSA SAI

Liberamente tratta, con piacere e spero senza fastidio, e modificata con ispirazione per le bellissime parole, da una poesia di Stefania ospitata nel Post di Lunaria "http://lunariaesistenzialismo.blogspot.it/2014/08/poesia-dedicata-agli-anonimi.html" :

Vi ringrazio per l'occasione.
Spero sia di gradimento.

LexMat


TU COSA SAI

Di cosa può spingere a scrivere
E di quanto non detto c'è dietro queste parole,
Di quante grida, lacrime o silenzi
Ci possano essere che tu non sai.

Di come passa la giornata un'altra persona
Di quante cose di più ci siano da render conto,
E se questo buio brilla più della tua presunta luce.

Di quell'oscurità che ha partorito la vita vera
E non un misero ingranaggio in cui inserirsi,
Di come automi citiamo parole di amore per la civiltà
Ed invece non abbiamo amore per chi è adesso accanto.

Di quanto possano toccare le tue parole
Di chi passerà qui e ne verrà ferito,
E di quanto abbiamo provato a reagire
A quel giorno che tutto è crollato addosso.

Di questo mostro che ti divora
Di tutto ciò che ci ha remato contro,
Di quanta fatica, delle cadute e dell'essere qui ancora
E dei motivi per cui si sceglie di condannarsi per sempre.

Di questo non voler più scoprire veramente chi si è
E del malessere a soggiacere e non reagire,
Di questa nauseante fatica ben più grande
Del tuo ipocrita salvare il mondo.

Dei più disperati modi in cui si tenta di sopravvivere,
Meccanismi di difesa della mente
Del terrore o del non sentire niente,
Dell'alienazione e della solitudine che lacera dentro.

Di questo lacerante baratro
Come ferita che non si rimargina,
Su dimmi, sconosciuto essere umano,
Cosa sai del sentirsi in colpa di essere vivi?

Di questo peso che non si scrolla di dosso
Di cosa significa sentirsi un pazzo reietto,
Cosa sai di tutte le cose che non ti potrò spiegare?

Cosa sai, se essendo al mio posto,
Non avresti fatto esattamente come me?

Ma desidero una possibilità di capire insieme
Per poter vedere un nuovo giorno.

Non giudicare prima di aver vissuto
Senza esser passato per sentieri nuovi,
Abbiamo in comune sofferenza e solitudine
E la capacità di compassione.

Tu cosa sai di Me e degli altri,
Ma soprattutto, cosa sai di Te?

Noi già scaviamo le nostre fosse,
Tu dove seppellirai la tua anima?


LexMat


YOU KNOW WHAT

What can push you to write
And what not said there is behind words,
How many cries, tears or silence
There may be that you do not know.

How to spend the day another person
How many more things there are to be accountable,
And if this darkness shines more than your supposed light.

Of darkness that gave birth true life
And to be a mere cog in that fit,
Of such robots include words of love for civilization
And instead we have no love for those who are next door.

Than they can touch your words
Of those who pass here and it will hurt,
And what we have tried to react
At that day that everything fell apart.

Of this monster that devours you
Of all that we paddled against,
How much fatigue, falls and being here yet
And the reasons why you choose to be condemned forever.

Of this no longer wish to truly discover who you are
And the malaise and not succumb to react,
Of this nauseating effort far greater
Your hypocritical save the world.



Of the more desperate ways in which you try to survive,
Defense mechanisms of the mind
Or the terror of feeling nothing,
Alienation and loneliness that tears inside.

Of this heartbreaking chasm
As a wound that does not heal,
On tell me, unknown human being,
What do you know feel guilty for being alive?

Of this weight that is not shaking off
What it means to be a crazy outcast,
What do you know about all the things that you do not I will be able to explain?

What do you know, if being in my place,
You would not have done exactly like me?

But I want a chance to figure out together
To be able to see a new day.

Do not judge until you have lived
Without having to do new paths,
We share pain and loneliness
And the capacity for compassion.

What do you know about me and others,
But above all, what do you know You?

We already dig our case,
Where do you bury your soul?