7 Luglio 2014
* intervento alla Prima Conferenza Internazionale di Psicologia Dinamica, Cenacolo di Sant’Apollonia, Firenze, 27-28 ottobre 2012
Un buon libro lascia al lettore l’impressione di leggere qualcosa
della propria esperienza personale.
Quando la letteratura è al suo apice
ci sembra che d’improvviso ricordiamo qualcosa d’importante che
sapevamo ma abbiamo scordato.
O.Lagercrantz, da L’arte di leggere e scrivere
In un breve scritto dal titolo
Poesia, filosofia, psicoanalisi
Umberto Saba afferma che una persona «guarita dalla psicoanalisi non
scriverebbe più poesie, neanche qualora avesse sortito dalla nascita il
felice ingegno di Dante»
[1]. Secondo Saba,
e Rilke più tardi, l’attenuazione del narcisismo, la
cancellazione dei demoni, perseguita dalla psicoanalisi, attenuerebbe
anche la fecondità e la fertilità poetica.
Ma se ogni poesia, come direbbe Wittgenstein, può assurgere a gioco
linguistico e una moltiplicazione delle regole del linguaggio, ecco che
determina un «arrest of disorder», ossia una sospensione del disordine,
come si rinviene nelle affermazioni del grande poeta americano Robert
Frost, in un’intervista con John Ciardi (1959). Altrove, in un altro
passaggio, Frost si rivolge al legame che nasce tra autore-poeta e
poesia, che prende forma durante il processo figurativo:
Se è una melodia selvatica, allora è poesia. Il nostro problema
quindi, come moderni astrattisti, è di raggiungere la selvaticità pura;
essere selvaggi con nulla, essere selvaggi verso qualcosa.
Ci solleviamo
come aberrazionisti, cedendo ad associazioni indirette e facendoci
scalciare in ogni direzione dalla possibilità di un’associazione
all’altra, come una cavalletta in un caldo pomeriggio.
È solo il tema
che può mantenerci fermi. Così come il primo dei misteri è il modo in
cui una poesia può avere una melodia dentro la piattezza della metrica,
così il secondo è come una poesia può essere selvatica e, al tempo
stesso, avere un soggetto da soddisfare. Sarà il piacere che ci dà una
poesia a dirci come questo sia possibile. La figura che una poesia crea.
E ancora:
Comincia in gioia, si inclina verso l’impulso, con il primo verso
assume direzione, percorre un tragitto di eventi fortunati e finisce in
una chiarificazione della vita – non necessariamente una grande
chiarificazione, come se ne trovano nelle sette e nei culti, ma in un
momentaneo riparo dalla confusione. […] È solo una poesia truccata, una
poesia che non è tale, se la parte migliore è stata pensata prima e
serbata per la fine. (Frost, 1939, p. 440)
[2].
È l’indizio di una sospensione del disordine, non un’illuminazione
che tutto chiarifica e che tutto rende ampio.
I neuroscienziati e
gli psicologi cognitivi che studiano le relazioni tra cervello e
linguaggio, considerano la poesia uno degli eventi del cervello, che,
per così dire, costruisce la realtà in cui viviamo.
Hans Magnus
Ezensberger, in
Omaggio a Gödel, scrive:
«
Teorema di Münchhausen, cavallo, palude codino/ è una delizia, ma
non dimenticare: / Münchhausen era un bugiardo. / Il teorema di Gödel a
prima vista appare / poco appariscente, ma rifletti: Gödel ha ragione. /
«In ogni sistema sufficientemente complesso si possono formulare frasi /
che all’interno del sistema / non sono né dimostrabili né confutabili, /
a meno che il sistema/ non sia di per sé inconsistente». / Puoi
descrivere la tua lingua/ nella tua propria lingua: ma non del tutto./
Puoi analizzare il tuo cervello/ col tuo stesso cervello: ma non del
tutto. Ecc. / Per giustificarsi / ogni sistema pensabile / deve
trascendersi, / ossia distruggersi. / «Sufficientemente complesso» o no:
/ la libertà di contraddire / è un fenomeno di carenza / o una
contraddizione. (Certezza = Inconsistenza). / Ogni pensabile uomo a
cavallo, / quindi anche Münchhausen, / quindi anche tu, è un sub sistema
/ di una palude piuttosto ricca di sostanze. / E un sottosistema di
questo sottosistema / è il proprio codino, / questa specie di leva / per
riformisti e bugiardi. / In ogni sistema piuttosto ricco di sostanze /
quindi anche in questa palude, / si possono formulare frasi / che
all’interno del sistema / non sono né dimostrabili né confutabili. /
Prendile in mano, queste frasi, / e tira!»
[3].
Nella loro attività la poesia e la letteratura condividono la
funzione terapeutica del linguaggio, la sua forza, il suo orientamento,
la sospensione del disordine, appunto, per cui, come scriverà Paul
Celan, nel suo «cristallo di respiro», luogo cercato, forma racchiusa di
una testimonianza mai rinnegata e irrefutabile: «In fondo / al
crepaccio dei tempi, / presso il favo di ghiaccio/ attende, cristallo di
respiro, / la tua irrefutabile / testimonianza»
[4].
La poesia nasce in un segno fragile e solenne e nella perfezione del
cristallo dà forma al silenzio, toglie fiato e parola, ma, allo stesso
tempo, offre il suo itinerario umano, la sua tensione. Avere un ritmo
nella lingua, che ostinatamente, si muove alla ricerca del punto fermo
del mondo, sollecita maggiormente l’interesse e l’impulso del clinico,
per il contatto con i sogni, la memoria, i ricordi e la conoscenza, in
quel che James Hillman chiamava la «base poetica della mente»
[5].
Nello spettacolo del reale, per accedere al simbolico, il poeta deve
saper trasformare, separando con la sua attitudine povera e ricca allo
stesso tempo, il reale dal fantastico. È nel preconscio che avviene
questo lavoro di commutazione.
La parola diviene la traccia di un’apertura, che attraverso la
scrittura, transita nel confine tra dicibile e non detto, rivelazione e
ignoto. Perché il poeta, con le sue ossa spezzate in segreto, prima di
rivelarsi in pubblico (Baudelaire), è, per usare le parole di Josif
Brodskij «
qualcuno per cui ogni parola non è la fine ma l’inizio di un
pensiero».
Per indagare il mondo e i suoi oggetti, e salvare il «volto comune di
ciascuno individuo», egli usa il linguaggio, le sue vaste campiture e
le sue potenzialità. La parola rappresenta uno degli spazi di salvezza
del bene della individualità e della personalità.
Nel frammento noto come
Il primo programma sistematico dell’Idealismo tedesco,
del 1795-96, Hölderlin, Hegel e Schelling attribuiscono alla poesia la
missione di preparare il regno della libertà, con i suoi dispiegamenti
individuali, i destini che trasformano e incarnano la loro precipua
singolarità, i loro demoni. Parlano di religione del sensibile,
caratterizzata da ciò che Giorgio Antonelli chiama «monoteismo della
ragione e del cuore e politeismo dell’immaginazione dell’arte».
[6]
Il farsi della poesia e dell’analisi conduce l’epifania degli dei a
manifestarsi, a rivelare la loro intima natura, in ciò che Coleridge
chiama
co-adunaton, come l’immaginazione che si presentifica,
offrendo la sua sponda silente. La teo-epifania di Rilke, Yeats, Pound è
esibizione materica di una lunga e inevitabile arsi interiore.
Scrive Angelo Maria Ripellino nella sua nota a
Sulla Poesia di Osip Mandel’ŝtam
Come il Pasternak del
Salvacondotto, anche Mandel’ŝtam punta
tutto sulla metafora, accostando in misture inattese opposti campi
semantici, rendendo tangibili con virtuosistici intarsi di abbaglianti
similitudini e suoni, gli odori, le «meraviglie» dei versi altrui, dei
paesaggi, di eventi lontani e dell’ambiente giudaico della sua infanzia.
Per cogliere l’identità delle cose distanti, egli tende la vista «come
un guanto di pelle di daino» (e riesce così a percepire e ad immettere
nella densissima sigla d’una metafora tutto quello che sta fuori campo,
attorno al punto focale, il contiguo), quasi il suo sguardo, asimmetrico
come gli occhi di certi pesci, potesse simultaneamente imbricare
differenti assi ottici.
[7]
Gli fa eco il grande poeta francese Yves Bonnefoy, citato da Armando
Massarenti, in un interessante articolo de “Il sole24 ore” del 16 luglio
2011:
A ogni istante due vie s’aprono nel cuore della parola; e la poesia
si decide a questo bivio: essa deve lasciare la grande biblioteca,
andare sino allo sprone che s’inoltra tra cielo e terra, e continuare
ancora, più lontano, declinando verso appuntamenti dello sguardo ove
s’accoglie ancora il calore appena mitigato della notte d’estate.
[8]
L’intensità della parola poetica costruisce i circuiti neuronali più
solidi, sostanziali e profondi, e ci parla del carattere
sempiterno dell’espressione poetica, che, nella sua concretezza e
ricchezza, come testimoniato anche da un recente saggio in tedesco del
neuropsicologo Arthur Jacobs e del poeta Raoul Schrott
[9],
può offrire un valido strumento di analisi e indagine nelle strutture
interne del paziente. La lettura di sostantivi, verbi e aggettivi
(guerra, nazismo, torturare, distruggere, morto) e positivi (amore,
libertà, ridere, baciare, grandioso) provocano la modificazione opposta
delle pupille, della frequenza del polso e del colorito della pelle,
mentre parole ad alto tasso emotivo possono rallentare la lettura.
Leggere e ascoltare permette di trasmettere ai centri cerebrali,
segnali visivi e acustici che arrivano alla coscienza con un
significato, un ritmo, un senso, un’immagine. Una poesia può esprimere
l’intensità di ciò che altrimenti sarebbe impossibile dire, un romanzo o
una novella e persino un racconto (si pensi allo sguardo sulla nevrosi
americana di John Cheever) possono entrare nel magma vitale più di
qualunque testimonianza. L’intensità dei centri dell’affettività
sollecitati ne è fervida conferma. Scrive il poeta americano Mark Strand
in un suo
elzeviro:
È una cosa curiosa: la vita che conduciamo ci consente solo di rado
di fermarci a riflettere su ciò che abita nel nostro corpo e, di
conseguenza, possiamo diventare così estraniati da noi stessi da aver
poi bisogno della poesia per ricordarci che cosa si prova a esser vivi.
La nostra abitudine a pensarci in relazione agli altri e a giudicarci in
base a come agiamo in un contesto sociale ci rende più vicini allo
spirito della narrativa: il comportamento esteriore è più facile da
osservare, può essere percepito immediatamente, ed è quindi più semplice
giudicarlo. (…) Una poesia, tuttavia, avrà necessariamente un’esistenza
nel tempo, se non altro per il modo in cui si relaziona alle opere
precedenti, assieme alle quali viene a formare un lungo specchio
ininterrotto che, nel fluire dei secoli, ritrae la soggettività umana. È
curioso notare come i sentimenti, pur accompagnandoci sempre, siano
così difficili da cogliere da sembrare qualcosa di effimero. In genere
vi prestiamo attenzione quando si fanno avanti con impellenza, nei
momenti critici, quando è più forte l’esperienza della perdita: durante
una separazione, per esempio, o in seguito alla morte di una persona
cara. È allora che ci rivolgiamo alla poesia perché ci dica quali sono i
nostri sentimenti, per mettere in parole ciò che supera la nostra
capacità di articolazione. Inoltre, la poesia ha la capacità di
conservare il senso di urgenza di tali momenti, permettendoci di
riviverli più e più volte: anche quando una poesia è incentrata sulla
perdita, il suo scopo è quello di conservare, di trattenere. Vogliamo
serbare ciò che sentiamo nel profondo ma in un modo tale da trasformarlo
in piacere.
[10]
La letteratura, esperienza di lingua accesa, spesso ai margini della
formazione e della professione psicologica, crea uno spazio di incontro
in cui le individualità si sentono e in cui si sperimentano le
gradazioni affettive dell’uomo, esplorate precipuamente da Dostoevskij
ad esempio, nelle cui opere emerge il mistero insondabile dell’uomo, il
suo essere una creatura in perenne confine tra bene e male, paradiso e
inferno.
[11]
Ne
Il Sosia egli, ad esempio, descrive l’inizio di una
psicosi, il senso di una alienazione, mai altrimenti visibile, afferrato
da un nuovo sistema sconosciuto e ignoto.
Dostoevskijj parla dell’uomo all’uomo, affascina e reca timore e
tremore, poichè raggiunge, anche nel buio e nelle tenebre, la positività
ultima del reale, il suo disegno umano e divino e la sua grazia
potente.
[12]
L’esperienza poetica consente il ristabilimento di un rapporto con la
realtà. Tale attività risulta, pertanto, decisiva, come scrive
T.S.Eliot, a portare in superficie le reazioni della nostra personalità
dinanzi al visibile e toccabile, verso un’alterità, misteriosa e
infinita, che esprime il punto di fuga della nostra esperienza
avventurosa.
L’esperienza della poesia si dà innanzitutto come
incontro.
Qualcosa di nuovo, di sconosciuto e forse di insolito entra a contatto con la nostra vita. Anzi
qualcuno,
una persona nel momento in cui esprime una sua urgenza. Può tratatrsi
di qualcuno che non conosco affatto, o solo per nome (come certi autori
‘famosi’), o di cui ho già letto qualcosa. Potrebbe essere addirittura
un vecchio amico, che, però, fermandomi in quel modo lungo il corso, di
fatto chiede di essere reincontrato di nuovo. Ogni incontro, ogni testo
letto per la prima o la millesima volta è, di fatto, un avvenimento
nuovo nell’ambito di ciò che ha costituito fino a quel momento il
retroterra e l’orizzonte della mia conoscenza e della mia esperienza.
[13]
L’esperienza della poesia è legata allo stupore di fronte alla
presenza dell’esistenza, uno stupore che si attesta sul riconoscimento
di qualcosa d’altro che, per così dire, compie il reale, fino al suo
punto infinitesimo che è l’io. Leopardi in un appunto dello
Zibaldone dell’agosto 1823, descrive la coscienza di un’attitudine poetica autentica
Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano
intelletto, né l’altezza e nobiltà dell’uomo, che il poter l’uomo
conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la sua
piccolezza. Quando egli considerando la pluralità de’ mondi, si sente
essere infinitesima parte di un globo ch’é minima parte d’uno degli
infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione
stupisce della sua piccolezza, e profondamente sentendola e intentamente
riguardandola, si confonde quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel
pensiero della immensità delle cose, e si trova come smarrito nella
vastità incomprensibile dell’esistenza; allora con questo atto e con
questo pensiero egli dà la maggior prova possibile della sua nobiltà,
della forza e della immensa capacità della sua mente, la quale rinchiusa
in sí piccolo e menomo essere, è potuta pervenire a conoscere
[14]
Ecco il movimento della poesia, come segno di non contraddizione,
come gesto ineliminabile dell’uomo, nel riconoscersi «quasi nulla»
prediletto dall’essere, che gli ha dato la possibilità di abbracciare
tutto con stupore vero.
Il suo avvenimento aiuta a giudicare in modo più umano la vita,
riconoscendo l’adeguatezza del suo rilievo. L’incontro con questa
materia viva permette una com-prensione, salva la possibilità di
un’esperienza adeguata del mondo, introduce a un altro avvenimento e
permette, infine, il giudizio che la realtà esprime su di sé.
A poco più di vent’anni nel 1938, Mario Luzi e poco prima
T.S.Eliot, notavano come il presupposto della poesia moderna fosse
una sorta di disincanto deluso verso l’esperienza del visibile. Far
emergere in superficie le reazioni della nostra personalità dinanzi a
ciò che è visibile e toccabile è il suo dono, il suo crinale più vero.
Lo scopo della poesia e della letteratura, in senso lato, è esprimere
la realtà della vita e suggerirne la conoscenza in modo non
pregiudicato. Una tensione che spinge a trovare il legame di forme e
parole più adeguate alla realtà che si intende comunicare, per mettere a
fuoco il mistero della verità che ci tocca e ci rende vivi, suscitando,
da un lato una risonanza personale, dall’altro una rievocazione
intertestuale. La memoria viene sollecitata, come una sorta di
esperienza primordiale, come scrive J.S. Bruner, secondo il quale i
generi letterari «sono espressioni convenzionali di rappresentare le
vicende umane, ma sono anche modi di raccontare che ci predispongono a
usare la nostra mente e la nostra sensibilità in un senso particolare»
[15]
L’intuizione di Vygotskij (1930 circa – 1978) sulla natura culturale e
sociale delle «funzioni psicologiche superiori» e del carattere
“mediatore” di strumenti e segni, per cui le funzioni cognitive
“superiori” tendono a svilupparsi attraverso attività compiute come il
linguaggio, la scrittura, ad esempio, divengono strumenti cognitivi che
forniscono un meccanismo formale, per padroneggiare i processi
psicologici, ha trovato eco nelle rielaborazioni di Bruner (1965) sugli
strumenti intesi come “amplificatori culturali” o al modello
dell’intelligenza adattiva di Olson (1976), fino a Michael Cole.
Cole (1994, 1995, 1996), riprende la configurazione triangolare tra
individuo e ambiente di Vygotskij, per applicarla al processo di
lettura, ridefinendone la relazione fra mente e cultura e il
carattere intersoggettivo e contestuale della cognizione, poiché
«gli esseri umani si distinguano dalle altre creature per il fatto che essi vivono in un ambiente trasformato dai prodotti (
artefacts)
delle generazioni precedenti, sin dagli inizi della specie [...], la
cui funzione fondamentale è quella di coordinare gli esseri umani con
l’ambiente e fra di loro».
[16]
In uno studio del 1994 di R.W.Gibbs
[17]
è emerso che la mente umana è modellata non solo da processi poetici o
figurati, ma le stesse figure retoriche, scheletro di ogni
componimento, costituiscono gli schemi attraverso cui gli uomini
concettualizzano la loro esperienza quotidiana e “il mondo esterno”.
L’amore, ad esempio, come scrive in un interessantissimo articolo Laura
Messina
[18]
sembra che nella cultura occidentale sia concettualizzato attraverso
un limitato numero di metafore, tra cui, più frequenti, “amore è una
forza naturale”, “amore è un’unità”, “amore è una risorsa preziosa”,
“amore è insania”, “amore è calore” Da queste metafore può derivare un
numero pressoché infinito di espressioni che è possibile rendere in modi
più o meno creativi. Ciò che solitamente viene inteso come
un’espressione creativa di una certa idea in una poesia, (…) è spesso
solo una sorprendente instanziazione di specifiche strutture
metaforiche, che derivano da un limitato set di metafore concettuali
condivise da molti individui all’interno di una cultura. Alcune di
queste instanziazioni sono il prodotto di un pensiero altamente
divergente, flessibile, ma la loro esistenza è determinata da
“soggiacenti schemi di pensiero che limitano, o addirittura definiscono,
i modi in cui pensiamo, ragioniamo, immaginiamo”.
Il gesto poetico, non solo contribuisce a una accensione a una
tensione infinite, ma sono l’indizio di una esperienza e di un nome alle
cose e alla pienezza del reale.
Eugenio Montale descrive il rapporto di associazione di
vita-arte-vita come un «pellegrinaggio attraverso la
coscienza e la memoria degli uomini, il suo totale riflusso alla vita
donde l’arte stessa ha tratto il suo primo alimento»
[19]
La creazione delle immagini, che portano scritto «più in là»,
rappresentano la traiettoria di una domanda e di una visione dei propri
desideri costitutivi, l’intuizione dei modi con cui si educa a vedere la
realtà come segno. Pur in ogni variabilità individuale, guardare la
realtà come segno, ci porta a sostare, riflettere, trattare le persone
con prospettiva umana e a non smettere mai di indagare, con cura e
stima, il «misterio eterno dell’esser nostro».
L’arte risulta allora una lente particolare in grado non solo di
osservare la realtà, ma di analizzarla e di elaborarla,
definendone le prerogative e i limiti e realizzando una vera e propria
Weltanschauung.
L’opera d’arte rappresenta, quindi, l’esito di un processo
inconscio che acquista senso plastico e bellezza nelle immagini e nei
simboli, e scaturendo da profondità, diversamente, insondabili.
Sklovskij, infatti, afferma che l’arte esiste «per risuscitare la
nostra percezione dell’esistenza, per rendere sensibili le cose, per
fare della pietra una
pietra. Il fine dell’arte è di darci la
sensazione delle cose così come esse vengono percepite, non così come
vengono conosciute. La tecnica dell’arte consiste nel rendere gli
oggetti strani, complicare le forme, accrescere la difficoltà e la
durata della percezione, perché il processo della percezione ha un fine
estetico in sé e per sé e deve essere protratto (1917)»
[20].
Analogamente, la riflessione di Jung
[21]
penetra sì la personalità creativa dell’artista, portatore di un
disagio e di una peculiarità non comune, ma lo riconosce capace di
attingere dalle risorse primordiali e originarie dell’umanità e di
offrire la possibilità di un superamento della dimensione della
sofferenza psichica.
La forza delle immagini primordiali, si pensi a tal proposito alle
delicate e vitali immagini della fanciullezza leopardiana, germinano
l’opera d’arte, come una sorta di “complesso autonomo” che esprime la
sua forza di espressione, imponendosi alla coscienza.
Nell’introduzione del suo saggio, qui preso in esame, Jung assegna
alla psicologia i compiti di chiarire «la struttura psicologica
dell’opera d’arte» e le «condizioni psicologiche che creano un’artista».
L’intuizione poetica permette di cogliere la strada verso l’ignoto,
le lande occulte, il notturno dei voli e dei volti, risale alle figure
mitologiche, la primigenìa di un enigma e la pienezza delle sue visioni:
«In opere d’arte di questo tipo (che non si debbono mai confondere con
la persona dell’artista) è indubbio che la visione è un’autentica
esperienza primordiale, checché ne pensino i razionalisti. Non è cosa
derivata, secondaria, sintomatica, ma
simbolo vero, cioè espressione di un’essenza sconosciuta».
[22]
Secondo Jung è possibile rintracciare tali visioni in un nutrito elenco
di opere, tra cui Hoffman, Dante, Blake, Goethe. Tutte culminano in un
confine quasi epocale, in quanto espressioni larghe del genio profetico e
del suo disvelamento:
Perciò il
Faust tocca una corda presente nell’anima di ogni tedesco […], perciò la gloria di Dante è immortale e il
Pastore di
Erma è diventato quasi un libro canonico. Ogni epoca ha le sue
unilateralità, i suoi pregiudizi e il suo malessere psichico. Un’epoca è
come la psiche del singolo, ha la sua limitata specifica situazione
cosciente e ha perciò bisogno di una compensazione; questa le è fornita
dall’inconscio collettivo; di modo che un poeta o un veggente esprime
l’inesprimibile della sua epoca e dà vita, nell’immagine o nell’azione, a
ciò che tutti attendevano, nel bene o nel male, per la salvezza di
quell’epoca o per la sua rovina
[23].
La formazione intellettuale di Jung inizia con la lettura della
Bibbia di Lutero; poi continua con i testi di teologia, ma trova nel
Faust di Goethe, un orizzonte possibile di richiamo e di domanda
La sua lettura fu per la mia anima come un balsamo miracoloso “Ecco
finalmente” pensai “qualcuno che prende sul serio il diavolo, e conclude
persino un patto di sangue con lui – con l’avversario che ha il potere
di frustare il proposito di Dio di fare un mondo perfetto” […]
Finalmente avevo trovato conferma che vi erano, o vi erano stati, uomini
che vedevano il male e il suo potere universale, e – cosa più
importante – il compito misterioso che esso ha nel liberare l’uomo dalla
sofferenza e dalle tenebre. Pertanto Goethe diventò, ai miei occhi, un
profeta.
[24]
«In qualche luogo c’era una volta un Fiore, una Pietra, un Cristallo,
una Regina, un Re, un Palazzo, un Amante e la sua Amata, e questo
accadeva molto tempo fa, in un’isola nell’oceano cinque mila anni fa…
Questo è l’Amore, il Fiore Mistico dell’Anima. Questo è il Centro, Il
Sé…”.
Jung parlava come se fosse in trance.
“nessuno comprende ciò che voglio dire; soltanto un poeta potrebbe iniziare a comprendere…”.
“Lei è un poeta”, dissi, spinto da quello che avevo udito»
[25]
Lo studio della psichiatria rappresenta, pertanto, il
trait d’union fra la scienze naturali e quelle umanistiche. Si pone l’obiettivo di conoscere l’uomo e le sue relazioni, deviazioni
[26] e tensioni.
Una psicologia che non si riduca a psicofisiologia deve attenersi a «ciò che significa esser uomo»
[27], alla sua presenza nell’originario essere-nel-mondo.
Anche l’aspetto psicoanalitico che ha interessato le caratteristiche precipue della psicologia della letteratura
[28],
da Petrarca, a Borges, fino al teatro quale psicodramma e al «ruolo
modulare dell’immaginazione», sta piano piano facendo emergere una
sintesi attenta di alcune dinamiche di studio, che qui brevemente
abbiamo enunciato.
Gli artisti sembrano precedere gli psicologi nei territori profondi
della psiche. In alcune pagine di uno dei romanzi più intensi, sebbene
incompiuto, di Hugo von Hoffmansthal
Andrea o i ricongiunti[29],
nel quale si sviluppa una sorta di immaginario che si spinge fino a
frequentare il linguaggio dell’invisibile e nell’ignoto che appare,
o ne
I quaderni di Malte Laurids Brigge[30], come nelle rabdomantiche e oscure
Elegie Duinesi[31]
di R.M.Rilke, è possibile rintracciare dense strutture di significato,
altrimenti difficilmente distinguibili dalle esperienze psicotiche in
senso stretto.
Karl Jaspers in un suo famoso saggio
Psicopatologia generale[32]
ha affermato che non esistono né psicologie né psichiatrie degne di
questo nome, che non cerchino confronti e correlazioni in modo
permanente con analisi, ricerche, letteratura, narrativa, poesia e
creazioni, che abbiano la capacità di rendere meno drammatico il solco
interrotto e, per così dire, bruciato, che separi l’anima, la conoscenza
della vita affettiva e la disperazione degli altri.
L’esperienza letteraria, come si evince dagli ultimi acutissimi studi di Eugenio Borgna
[33],
può permettere l’uscita dalle separazioni delle discipline e una prova
di indagine incisiva e profonda tra noi e coloro che ci chiedono aiuto.
I testi letterari riescono a farci comprendere come gli enigmi
dell’esistenza possano trovare un varco segreto e un trasloco,
attraverso la frequentazione assidua e piena di soste della coltre
poetica.
L’apertura umanistica nei confronti del paziente, della sua
“mitologia” personale e del suo romanzo autobiografico, trova negli
strumenti letterari e poetici il riflesso, non solo di grandi stati
d’animo e di grandi angosce, ma soprattutto di altezze estreme, anche
perchè, come scriveva la grande scrittrice americana Flannery O’Connor:
«Se la vita ci soddisfacesse, fare letteratura non avrebbe senso».
La ribellione e la fiamma contro ogni cosificazione di studio e
prassi, permette a tutti coloro che si accingono a rapportarsi
all’altro, di sostenerne la fragilità, la debolezza radente e coglierne i
particolari singolari.
Occorre, infatti, ciò che Simone Weil chiamava l’ «educazione
all’intuizione», affinchè ogni terapia possa permearsi di una conoscenza
profonda e maggiormente incisiva.
Il rapporto con il testo non tende a una “psicoanalisi” dell’autore,
non cerca di sollevarsi dal perimetro ampio e vasto della sua
narratività, ma grazie al solco vivido di una lingua accesa, consente un
ulteriore contributo, talvolta decisivo, alla comprensione del
paziente, alla sua peculiare esperienza esistenziale e comportamentale e
alle sue istanze originarie. L’incontro costituisce l’inizio di tutto:
L’avventura incomincia quando la persona è destata dall’incontro
[...]. E l’avventura è lo sviluppo drammatico del rapporto tra la
persona risvegliata e la realtà intera da cui essa è circondata e in cui
vive
[34]
perché
Quanto più uno ama la perfezione nella realtà delle cose, quanto più
ama le persone per cui fa le cose, quanto più ama la società per cui fa
la sua impresa, di qualunque genere, tanto più è per lui desiderabile
essere perfezionato dalla correzione. È questa la povertà del nostro
possedere le cose, che in ogni lavoro, in ogni impresa rende l’uomo
attore, artefice, protagonista. Ma libertà vuol dire anche, oltre
che coscienza del proprio limite, impeto creatore. Se è rapporto con
l’Infinito, essa mutua dall’Infinito questa inesausta volontà di creare.
[…] Tutto è correggibile e tutto deve essere creabile. Questo istinto
creatore è ciò che qualifica la libertà in un modo più positivo e
sperimentalmente affascinante.
[35]
L’immagine poetica, nella sua funzione prima espressiva (ossia le
immagini mentali e le forme del pensiero e del linguaggio) e poi
elaborativa (ossia il generare immagini impresse), esprime il valore
conoscitivo del
logos, che non si situa nell’astratto, ma vive della concretezza del reale, recuperata grazie al mondo delle «belle apparenze»
[36].
Tolstoj, nella sua splendida epopea russa che è
Guerra e Pace, coglie con semplicità estrema la divaricazione tra essere e apparire, tra comprensione d’abisso ed esperienza di angoscia:
Oggi mi hanno portato al consiglio di governatorato per farmi
esaminare, e i pareri sono stati discordi, hanno discusso e hanno deciso
che non sono pazzo, ma lo hanno deciso solo perché durante l’esame mi
sono trattenuto dall’esprimere ciò che penso, e non ho espresso ciò che
penso perché ho paura del manicomio, ho paura che lì mi impedirebbero di
compiere il mio pazzo compito. Hanno dichiarato che sono predisposto
all’emotività o qualcos’altro del genere, ma sano di mente. Questo è
quello che hanno dichiarato, ma io so che sono pazzo, il dottore mi ha
prescritto una cura assicurandomi che se seguirò scrupolosamente le
prescrizioni allora tutto ciò che mi agita passerà, cosa non darei
perché passasse. È un tormento troppo grande. (…) Tutto il giorno avevo
lottato contro la mia angoscia e l’avevo vinta, ma nell’anima c’era una
terribile sensazione come se mi fosse successa una qualche disgrazia e
io potessi dimenticarla solo temporaneamente, ma era essa lì nel fondo
dell’anima e mi dominava
[37].
A tal proposito lo studio dell’opera di Elsa Morante si riconnette in
modo preciso alle incursioni nel romanzo dell’inconscio, che nella
comunicatività e raffinatezza del suo linguaggio, si spingono
verso una densa attività onirica, collegata in maniera tumultuosa e
angosciosa con la veglia notturna e le crisi nervose. Ida è il
personaggio del romanzo
La storia, molto vicino alla scrittrice, solita prendere appunti dei suoi sogni.
Era un mondo ricco, contorto e intriso di angoscia, rivissuto attraverso una vivida tensione
[38].
Forse, fu anche l’interruzione della cura a provocare una simultanea
trasformazione della chimica del suo sonno. Difatti, è incominciata da
allora la crescita rigogliosa dei suoi sogni notturni, che doveva
accoppiarsi alla sua vita diurna, fra interruzioni e riprese, fino alla
fine, attorcigliandosi alle sue giornate più da parassita o da sbirra
che da compagna
[39].
«Amare la verità che giace al fondo», pertanto, come scriveva Umberto
Saba, è un richiamo a sorprendere quell’azione dell’aria, a notarla, a
farne memoria e lasciarsi stupire, come spalancamento più largo
possibile ai fattori del reale e dell’esistenza.
Diceva Hannah Arendt che purtroppo l’uomo moderno ha sostituito lo
stupore che gli antichi ponevano alla base di ogni conoscenza con la
dubitosità (e George Steiner aggiungerebbe: con lo scetticismo nemico
dell’arte). L’uomo dubitoso e scettico mette in crisi ogni rapporto
perché non crede ai suoi occhi, mette in dubbio la forma e quindi vive
l’arte come una illusione, e non come quella «magia vera» di cui parlava
Giuseppe Verdi. Non ha più visione, ma una sensibilità labirintica,
come richiamava Flannery O’Connor. Invece nella poesia che amo tutto
procede dallo stupore verso l’alterità presente, misteriosa e infinita,
che costituisce il punto di fuga nella nostra avventurosa esperienza.
Così che tra percezione elementare e visione non c’è più differenza.
[40]
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