Presentazione

La Logica di Russel, il Coraggio di Camus e la Fede di Chesterton.

giovedì 31 ottobre 2013

Socrate

di Diego Fusaro

Socrate nacque nel 470 / 469 a.c. da Sofronisco , scultore , e Fenarete , levatrice . Dapprima esercitò forse il mestiere del padre , ma successivamente l'abbandonò per dedicarsi esclusivamente all'indagine filosofica . Non di rado dovette quindi ricorrere all'aiuto economico di amici . Sposò Santippe , che una certa tradizione tende a presentare come donna bisbetica e insopportabile : si è arrivati a pensare che Socrate stesse sempre in piazza non tanto per filosofare quanto piuttosto per stare lontano da Santippe e dalle sue ramanzine continue : pare che Socrate sia riuscito a far ragionare tutti tranne Santippe . Da lei ebbe tre figli . Socrate non lasciò mai Atene se non per brevi spedizioni militari : partecipò infatti nel 432 alla spedizione contro Potidea , traendo in salvo Alcibiade ferito , e nel 424 combattè a Delio a fianco di Lachete durante la ritirata degli Ateniesi di fronte ai Beoti . Successivamente nel 421 combattè ad Anfipoli . Nel 406 in conformità al principio della rotazione delle cariche , fece parte dei pritani , ossia del gruppo del Consiglio al quale spettava decidere quali problemi sottoporre all'Assemblea e si oppose alla proposta illegale di processare tutti insieme i generali vincitori nello scontro navale avvenuto al largo Arginuse , perchè non avevano raccolto i naufraghi . Con questa presa di posizione egli si poneva in contrasto con i democratici , ma nel 404 , passato il potere in mano all'oligarchia capeggiata dai Trenta , rifiutò di obbedire all'ordine di arrestare un loro avversario , Leone di Salamina . Nel 403 la democrazia restaurata , pur concedendo un'amnistia , continuò a ravvisare in Socrate una figura ostile al nuovo ordine , anche per i rapporti da lui intrattenuti in passato con figure come Alcibiade e Crizia . Nel 399 fu presentato da Meleto un atto di accusa contro Socrate , ma tra i suoi accusatori erano anche Licone e soprattutto Anito , uno dei personaggi più influenti della democrazia restaurata . L'atto di accusa è il seguente : " Socrate è colpevole di essersi rifiutato di riconoscere gli dei riconosciuti dalla città e di avere introdotto altre nuove divinità . Inoltre è colpevole di avere corrotto i giovani . Si richiede la pena di morte " . Gli accusatori contavano probabilmente in un esilio volontario da parte di Socrate , com'era avvenuto in passato per Protagora o Anassagora , ma egli non abbandonò la città e si sottopose al processo . A maggioranza i giudici votarono per la condanna a morte la quale fu eseguita in carcere mediante la somministrazione di cicuta . Possiamo inserire Socrate nell'era sofistica (sebbene lui si schierò contro i sofisti) perchè come i sofisti si interessò di problemi etici ed antropologici , mettendo da parte la ricerca del principio e della cosmogonia . Socrate non scrisse mai nulla e così per ricostruire il suo pensiero dobbiamo ricorrere ad altri autori . Le fonti principali sulla vita di Socrate sono quattro 1) Platone 2)Senofonte 3)Aristotele 4)Aristofane . 1) Platone è senz'altro la fonte più attendibile : egli fu discepolo diretto di Socrate e con lui condivise sempre l'idea della filosofia come ricerca continua . Senofonte è la fonte più banale e meno interessante : il Socrate degli scritti di Senofonte è un cittadino ligio alla tradizione , il vero interprete dei valori correnti , il saggio che mira al bene dei suoi concittadini ed è ossequioso verso la città e le sue divinità . Va subito precisato che Senofonte era un grande generale , coraggioso e valoroso , ma non era certo un'aquila : i suoi scritti stessi non sono certo esempi eclatanti della letteratura greca : sono ridondanti e ripetitivi . Senofonte fece anche campagne militari con Socrate e nei suoi scritti ne esalta il valore dicendo che non stava mai fermo , era sempre in azione , non soffriva niente (camminava addirittura a piedi nud sul ghiaccio) . A Senofonte della filosofia non gliene importava nulla e con Socrate , di cui era grande amico , non trattava mai argomenti filosofici , ma solo militari : questo ci consente di capire che Socrate modulava il discorso a seconda del personaggio che aveva di fronte : con un filosofo parlava di filosofia , con un generale di guerra . 3) La testimonianza di Aristotele è stata a lungo ritenuta la più attendibile perchè Socrate non viene caricato di significati simbolici : Aristotele ce ne parla in modo oggettivo . Tuttavia la testimonianza aristotelica ha dei limiti : in primis , è la meno " artistica " delle 4 ed è l'unica di un non-contemporaneo . Va poi detto che in Aristotele Socrate ci viene presentato quasi come un " robot " : la filosofia socratica viene presentata come un susseguirsi di ragionamenti e non viene dato spazio al filosofare in pubblico , al dialogo aperto . 4) Aristofane è il personaggio più vicino a Socrate come età : ci presenta un Socrate relativamente giovane (circa 40 anni) . Va ricordato che Aristofane era un commediografo e ne risulta che l'immagine che lui ci dà di Socrate è fortemente impregnata di tratti sarcastici . Ne " Le nuvole " ce lo presenta come un sofista studioso della natura (il contrario di ciò che era in realtà) , con la testa fra le nuvole . Insomma Aristofane è l'unico a darci di Socrate un'immagine fortemente negativa (non a caso Aristofane era stato uno dei primi accusatori di Socrate) . In realtà non dobbiamo pensare che Aristofane volesse gettar discredito su Socrate o lo prendesse in giro per cattiveria : in fondo lui faceva solo il suo lavoro di commediografo , che consisteva nel far ridere . In realtà con la figura di Socrate vuole prendere in giro non Socrate , ma l'intera categoria dei filosofi . La testimonianza di Platone resta la migliore e le altre tre vanno sfruttate come appoggio . Platone lo conosceva davvero bene ed era lui stesso un gran filosofo : il grosso limite è che trattandosi di un filosofo , Platone avrebbe potuto rimaneggiare i discorsi di Socrate , ed è proprio quel che fa man mano che invecchia . " L'apologia " , per fortuna , resta un dialogo giovanile nel quale Platone descrive il processo che decretò la condanna a morte di Socrate . E' proprio in questo dialogo che emerge fortemente la differenza tra Socrate ed i sofisti : i sofisti pronunciavano discorsi raffinati ed eleganti , ma totalmente privi di verità : per loro l'importante era parlar bene , avere un buon effetto sulle orecchie degli ascoltatori . Per Socrate invece quel che più conta è la verità : lui si proclama incapace di controbattere a discorsi così eleganti e ben formulati (ma falsi) . Socrate , pur non tenendo un'orazione raffinata , dice il vero : la critica ai sofisti verrà poi ripresa da Platone stesso . I sofisti puntavano a stupire l'ascoltatore , dal momento che erano convinti che la verità non esistesse (soprattutto Gorgia . Socrate per difendersi in tribunale non pronuncia un discorso (come i sofisti) , ma imposta un dialogo botta e risposta : è proprio dal discorso che viene a galla la verità (Platone dirà che il discorso tra due o più individui è come lo scontro tra due pietre dal quale nasce la fiamma della conoscenza) . Lo stile oratorio di Socrate è scarno , secco e quasi familiare , modulato a seconda dell'interlocutore . Il punto di partenza del discorso socratico è la cosiddetta " ironia socratica " , ossia la totale autodiminuzione , " io non so , tu sai " . Così inizia anche " L'apologia" : si pone la domanda "che cosa è x ?" e l'interlocutore cade nel tranello e risponde , sentendosi superiore a Socrate . Socrate , come abbiamo detto parlando di Senofonte , parla di argomenti noti all'interlocutore : se ad esempio parla con un generale gli chiederà " che cosa è il coraggio ? " . Quello risponderà , per esempio , dicendo che il coraggio è il non indietreggiare mai . Allora Socrate interverrà dicendo che quello non è coraggio , bensì pazzia . La critica diventa stimolo per l'interlocutore a fornire una seconda risposta meglio articolata : il gioco può andare avanti a lungo e spesso rimane aperto . Questo metodo viene detto " maieutico " : Socrate diceva di fare lo stesso lavoro della madre , la quale era ostetrica : lei faceva partorire le donne , lui le anime . Come le ostetriche valutano se il neonato è " buono " , così Socrate valuta se le idee , le definizioni sono buone . Non tutti gli interlocutori erano intelligenti e riconoscevano i propri errori : spesso preferivano evitare Socrate . Da un interlocutore Socrate fu anche denominato " torpedine " in quanto l'incontro con Socrate risulta scioccante perchè ribalta le concezioni di chi era convinto di sapere e dimostrava che in realtà non sapeva . Socrate stesso si paragonava ad un moscone che stimola il cavallo : lui stimolava gli uomini a ragionare . Socrate con il processo dell'autodiminuzione afferma di non sapere nulla , mentre sostiene che i sofisti sappiano tutto : dice che forse l'educazione che impartisce lui è inutile rispetto a quella sofistica , ma senz'altro è più importante . Le calunnie nei confronti di Socrate hanno avuto inizio quando lui si definiva sapiente in quanto l'oracolo di Delfi gli aveva detto che era il più sapiente tra gli uomini . Lui era rimasto sconvolto da tale affermazione e non riusciva a crederci : allora cominciò a girare per Atene per vedere se trovava persone effettivamente più sapienti di lui . Dunque si recò da coloro che si ritenevano sapienti : politici , poeti , artigiani . Socrate si accorse che tutte e tre le categorie erano convinte di sapere , ma in realtà non sapevano niente : i politici erano i peggiori di tutti non in quanto politici (Socrate stesso , se vogliamo , era un politico perchè svolgeva la sua attività in pubblico) ma in quanto non capaci di insegnare il loro sapere : un vero sapiente deve spiegare ciò che sa : anche i politici migliori (Pericle) non sanno trasmettere il loro sapere . Lo stesso era per i poeti , che a partire da Omero erano considerati sapienti ed educatori : Socrate li biasima sia perchè dicono assurdità , sia perchè il loro non è un sapere , ma una forma di " follia ispirata " : era la divinità che parlava per bocca loro . I meno peggio risultarono essere gli artigiani , che almeno sapevano fare diverse cose di utilità pubblica : la loro è una " tecnè " , ossia una sapienza pratica . Però anche gli artigiani avevano i loro difetti : erano sì competenti nel loro settore , ma peccavano di presunzione perchè erano convinti che la loro conoscenza fosse universale ed illimitata , anzichè limitata . Inoltre essi agivano senza pensare e ponderare . Socrate arrivò alla conclusione che l'oracolo di Delfi aveva ragione : lui stesso è il più sapiente , pur sapendo di non sapere . Il suo non va interpretato come atteggiamento di rinuncia alla ricerca della verità , ma come segno di modestia intellettuale : è proprio il fatto di essere consapevoli della propria conoscenza che spinge l'uomo a sforzarsi di raggiungere la conoscenza ; se si è convinti di sapere già tutto non ci si sforzerà di migliorare . Tra le varie accuse che vengono mosse a Socrate c'è anche quella di corrompere i giovani nella piazza rendendoli peggiori : lui ribatte a questa accusa dicendo che non avrebbe motivo di fare ciò . Infatti se corrompesse i giovani finirebbe per vivere in una città di giovani corrotti , il che si ritorcerebbe contro lui stesso . Va senz'altro ricordato il cosiddetto " intellettualismo etico " di Socrate : secondo lui nessuno può compiere il male sapendo effettivamente di compierlo : nessuno potrebbe mai fare del male volontariamente . Un rapinatore rapina non pensando di fare del male , ma di fare del bene : è un errore intellettuale ritenere bene ciò che è male . E' un atteggiamento tipicamente cristiano-cattolico che si possa scegliere tra bene e male indistintamente . Dunque Socrate introducendo l'intellettualismo etico dimostra di aver agito per il bene della sua città . E' Socrate che ha scoperto il concetto moderno di anima ( yuch ) : in precedenza significava " soffio vitale " , ciò che fa vivere le cose ; il termine yuch assunse poi il significato di " immagine nell'Ade " , un'esistenza depotenziata . Per gli Orfici significava " demone " . A partire da Socrate fino al giorno d'oggi l'anima è diventata il nostro io : ci identifichiamo con l'anima . Secondo Socrate possiamo dividere i beni ed i mali in tre categorie a) dell'anima b) del corpo c) dell'esterno . Il corpo è lo strumento nonchè la prigione dell'anima . Il denaro , per esempio , è un bene esterno . In alcuni frangenti sembra che Socrate (e anche Platone ) rifiuti i beni materiali e del corpo , scegliendo quelli dell'anima ; in altre occasioni pare che possano essere accettati entrambe . Socrate , per esempio , pare che non disprezzasse il vino . Quest'ambiguità tra beni del corpo e beni dell'anima può essere spiegata affermando che i beni son tutti beni finchè non entrano in conflitto con altri : la ricerca del piacere fisico diventa un male quando la si antepone alla ricerca di quello intellettuale . Questo non vale solo per i beni , ma anche per il rapporto tra anima e corpo : il corpo per Socrate e Platone non va disprezzato , anzi va apprezzato perchè serve all'anima . Per il Cristianesimo la ricchezza è un male , per Socrate e Platone è un bene finchè non entra in conflitto con gli altri beni . Interessante è il concetto socratico di ingiustizia : essa non danneggia chi la subisce , ma chi la commette . La giustizia infatti dà un senso di piacere interiore e chi è ingiusto perde questo piacere , mentre chi subisce l'ingiustizia continua a provarlo . Questo vale anche per Platone . Tra le cose che Socrate dice di non sapere vi è la conoscenza dell'aldilà , di cosa c'è dopo la morte ( Platone dirà di essere in grado di dimostrare l'esistenza di un aldilà) . Per lui non è che se si vive una vita giusta si sarà premiati : si è già appagati dal vivere giustamente , la felicità che si prova perchè si è giusti è già una sorta di premio : Socrate dice che magari potrebbe esserci una vita ultraterrena , ma lui non lo sa . Tra le varie accuse rivolte c'era anche quella di ateismo e di empietà : Socrate infatti credeva nei demoni , che lui proclamava " figli delle divinità " . Lui dimostra che è un'accusa sbagliata dicendo che se crede nei demoni che sono figli delle divinità , è ovvio che creda anche nelle divinità : perchè ci sia il figlio (demone) , ci devono anche essere il padre e la madre (le altre divinità) . Ma che cosa era questo demone ? Abbiamo due testimonianze divergenti : per Platone era una sorta di angelo custode - coscienza personale che interveniva ogni qual volta Socrate stesse per sbagliare : si tratterebbe di una sorta di " aiuto privilegiato " che non tutti hanno : solo le persone per bene . E' un dono divino per i buoni . E' come se la divinità partecipasse alla vita umana . Per Senofonte invece il demone è un'entità che lo spinge ad agire in determinati modi : Senofonte intende ancorare fortemente Socrate alla credenza in un ordine divino e in un intervento divino nella vita umana . Per Socrate l'importante non è vivere , ma vivere bene : quando la nostra anima è sana , giusta , allora anche noi stiamo bene . Sempre Senofonte nei " Detti memorabili " riassume la prova dell'esistenza di Dio formulata da Socrate in questi termini : ciò che non è opera del caso postula una causa intelligente , con particolare riguardo al corpo umano che ha una struttura organizzata non casuale . Per questa sua origine l'uomo è ritenuto superiore a tutti gli altri animali ed è oggetto dell'interesse di Dio , come si deduce anche dalla possibilità di conoscere i suoi progetti sull'uomo ricorrendo all'arte della divinazione . Va notato che il Dio socratico ( inteso come intelligenza finalizzatrice ) è una sorta di elevazione a entità assoluta della psychè umana . Molti hanno notato che gli accusatori non volevano in realtà condannarlo a morte , ma semplicemente zittirlo . Ma Socrate non può accettare di essere zittito : il suo destino è andare in giro a colloquiare con la gente . Vivere bene per Socrate significa svolgere quest'attività e non rifiutare di essere colpevole significava non far perdere significato alla sua vita . Dal momento che era già vecchio e gli restavano pochi anni di vita , tanto valeva farla finita lì , ma non rinunciare ai suoi ideali . Mentre la ricerca di Platone si spingerà in un'altra dimensione , quella di Socrate rimane saldamente ancorata al mondo terreno : la sua mIssione è far capire ai cittadini ciò che fanno . In Socrate vi è poi un rifiuto della politica (che peraltro troveremo anche in Platone ) : fa infatti notare che lui stesso aveva avuto parecchi problemi con la politica : prima contro di lui si erano scagliati gli oligarchici , ed ora i democratici (nell'accusa ai danni di Socrate si possono scorgere istanze politiche : lui era un aristocratico e i democratici volevano punirlo ) . Pur avendo problemi con la politica , Socrate non dice che vada abolita . Prima dell'esecuzione della pena capitale , a Socrate era stata presentata la possibilità di evadere dal carcere , ma lui si era rifiutato : in lui infatti vi era il massimo rispetto per la legge , che non si deve infrangere in nessun caso . La legge può essee criticata , ma non infranta : di fronte ad una legge ingiusta non bisogna infrangerla , ma bisogna battersi per farla cambiare . Socrate afferma che sarebbe stato suo dovere far cambiare la legge e che non essendoci riuscito è giusto che lui muoia . Gli Ateniesi son convinti di essersi liberati di Socrate avendolo eliminato fisicamente , ma in realtà per liberarsene completamente avrebbero dovuto " ucciderlo filosoficamente " , batterlo a parole . In realtà volevano farlo tacere , ma han sortito l'effetto opposto : Platone infatti , che era intenzionato a dedicarsi alla vita politica , resterà sconvolto per condanna del maestro e si dedicherà alla filosofia . In Socrate vi è una vaga idea di provvidenza divina , ma non collettiva , bensì individuale : la divinità aiuta solo i migliori . Celeberrima è la conclusione dell' Apologia , in cui Socrate si rivolge ai suoi discepoli prima di essere giustiziato : " Ma ormai è ora di partire : io verso la morte , voi verso la vita . Chi di noi cammini a una meta superiore è oscuro a chiunque : non al mio dio ." Nel " Simposio " di PlatonePlatone Alcibiade afferma che Socrate non assomiglia a nessuno degli uomini del passato e del presente : è una figura nuova . Non si interessa di politica , ma non la disprezza , non rifiuta i festini , ma non vi si identifica ( nel " Simposio " tutti i convitati si addormentano , Socrate no ) . Soffermiamoci ora maggiormente sulla tecnica discorsiva di Socrate : la confutazione è la tecnica che dimostra l'inconsistenza del sapere dei propri interlocutori . Ma per arrivare a questo risultato bisogna partire dal metodo delle domande e delle risposte . " Che cosa è la giustizia ? " può essere il punto di partenza per il dibattito : porre questa o qualsiasi altra domanda del genere significa richiedere la definizione delle cose in questione , che però deve essere valida per tutti i casi particolari . In questo senso la ricerca di Socrate è stata interpretata da Aristotele come ricerca dell'universale , nell'ambito dei concetti e dei problemi morali . Gli interlocutori di Socrate si dimostrano incapaci di rispondere correttamente alla domanda sia perchè sottovalutano Socrate (che dice di essere inferiore) sia perchè rispondono citando casi particolari , anzichè la definizione universale . Abbiamo già citato il caso della domanda " Che cosa è il coraggio ? " : rispondere " non inditreggiare mai " è sbagliato , così come dire " assalire il nemico " : si può essere coraggiosi anche nell'affrontare una malattia o un'interrogazione : una definizione corretta deve coprire tutti i casi possibili . Nella sua funzione negativa il metodo delle domande e risposte si caratterizza come confutazione , ossia dimostrazione della falsità o contradditorietà delle risposte date dall'interlocutore . Gli effetti prodotti dall'esercizio di questo metodo sono paragonati a quelli della torpedine marina , che intorpidisce coloro che tocca . Di fronte alla confutazione si può reagire rifiutandola , come fanno vari interlocutori di Socrate . Ma , se la si accetta , essa può liberare dalle false opinioni che si hanno sui vari argomenti e agire dunque come una forma di purificazione . La situazione , che risulta dalla confutazione , è detta aporia , ossia letteralmente situazione senza vie di uscita . Essa consiste nel rendersi conto che i tentativi sin qui percorsi di rispondere a un determinato problema , hanno condotto a un vicolo cieco . Ma in questa nuova situazione , liberi dal falso sapere e soprattutto dalla presunzione di sapere , ci si può accingere alla ricerca del vero sapere , tentando nuove stade che possano condurre ad esso . In questo nuovo orientamento il metodo delle domande e risposte può assolvere una funzione positiva . Essa è paragonata alla funzione svolta dalla maieutica , capace di far partorire ad ognuno , mediante domande opportunamente indirizzate , la verità , di cui ciascuno è gravido . Socrate si ostina incessantemente a far convergere i propri interlocutori nell'ammissione di un punto fondamentale : per saper agire bene , cioè virtuosamente , in un determinato ambito , occorre possedere il sapere che renda capaci di ciò . A questo risultato egli perviene mediante l'analogia con le tecniche : il buon artigiano che sa svolgere bene la propria attività possiede un sapere capace di guidarlo a questo risultato . La stessa cosa deve valere in ambito etico-politico : questo è il nocciolo della famosa tesi secondo cui la virtù è scienza . Questa tesi conduce ad alcune conseguenze . In primo luogo , chi conosce che cosa è bene e quindi anche che cosa è buono per lui non può non farlo . Il bene è dotato di un potere incontrastabile di attrazione . Ciò non significa che Socrate disconosca l'importanza delle passioni e delle emozioni nella vita umana , ma soltanto che in ogni ambito della vita umana l'unico strumento capace di orientare verso il comportamento corretto è ravvisato nel sapere . La posizione etica di Socrate non va confusa con forme di rigorismo ascetico . Essa è invece definibile come una forma di eudemonismo , perchè pone come obiettivo fondamentale il perseguimento della felicità (in Greco eudaimonia ) . E' il sapere che è in grado di effettuare un corretto calcolo degli stessi piaceri , misurando le conseguenze piacevoli o dolorose che essi possono arrecare . Questo è il sapere , di cui Socrate dichiara di non essere in possesso , ma proprio per questo è il sapere che egli persegue . Non ha senso allora distinguere le varie virtù nettamente le une dalle altre : la virtù è una , come uno solo è il sapere in cui esse si compendiano : sapere che cosa è bene e che cosa è male .

Baruch Spinoza

La vita e le opere

“Amstelodamensis”, “cittadino di Amsterdam”, così Spinoza si dichiara nell’unico saggio autografo: “Principi della filosofia cartesiana”. E’ Colerus, biografo e amico del filosofo, ad informarci sul luogo di nascita e sulla data: il 24 novembre del 1632. Proveniva da una famiglia di tradizione ebraica che si era impiantata in Olanda per le continue persecuzioni a cui andavano soggetti i “marrani”, “porci”, ricordando  il modo in cui gli ebrei erano denominati.Il padre Michael era un attivo commerciante di pietre preziose, si occupava di importazioni ed esportazioni, inserendosi così pienamente nel contesto commerciale della florida Olanda del XVII secolo.Faceva parte la sua famiglia della comunità ebraica di Talmud Tora, e più precisamente del comitato formativo Mahamad, che si distingueva per intransigenza e ortodossia alla regola.Il giovane Baruch non frequentò probabilmente le scuole superiori, alle quali accedevano solo coloro che erano destinati a diventare rabbini, ma prese parte alla “Corona della  legge”, sotto gli insegnamenti di Saul Levi Morteira. Spinoza fin da giovane non aveva mostrato alcun entusiasmo per le conezioni rigide e pedisseque della comunità di cui faceva parte. La sua mente stava elaborava proprio in quegli anni un concetto di divinità diametralmente opposto a quello predicato con veemenza e ossessione il sabato nelle sinagoghe.Un concetto rivoluzionario: la divinità non astratta dal mondo, ma presente in esso.Non un Dio-persona della tradizione giudaica, ma un ordine geometrico che regolasse la realtà.Una realtà derivata  per necessità dall’essenza stessa di Dio.Come dal trinangolo non può non necessariamente derivare che la somma dei suoi angoli interni è centottanta gradi. In quale modo la Mahamad venne a sapere di tali concezioni considerate eretiche, è questione assai dibattuta.. Né essa aveva avuto modo di leggere alcuno scritto del filosofo, né quegli stesso aveva avuto modo di interloquire con alcuno dei suoi membri. L’ipotesi più probabile è che la comunità abbia ricevuto informazioni da due uomini che erano soliti conversare con lui di temi biblici. Subitanea giunse la scomunica feroce ed implacabile: Spinoza viene espulso dalla comunità, maledetto, appellato “cane”, “bastardo”. Su di lui si scagliano le peggiori infamie. E’ accusato d’eresia e di blasfemia. Così il testo della scomunica, l’herem:

“…Espelliamo, escludiamo malediciamo ed esecriamo
Baruch Spinoza.[…].Sia maledetto di giorno e di notte
quando si leva e quando si posa[…]Che nessuno dimori
sotto il suo tetto o legga i suoi scritti…”

Gli anni successivi alla scomunica sono caratterizzati dalla frequentazione della casa di Franciscus van den Enden. Era questi un libero pensatore, giurista, ex-gesuita che impartiva lezioni di latino ai suoi studenti. Qui Spinoza giunse per apprendere il latino, grazie al quale poter leggere, oltre alla sapienza classica, le opere della Scolastica e di Cartesio, considerato  l’astro nascente della nuova filosofia. Il più grande di tutti i filosofi: così lo si accoglieva allora. Van den Enden era intellettuale eccentrico  e stravagante. Si racconta che faceva recitare le commedie latine che insegnava. Ed è quindi probabile che ivi Spinoza imparò l’arte della recitazione. Era un clima, quello della casa di Franciscus, intriso di libertà di pensiero e d’azione. Ed era proprio di questo che il Nostro aveva bisogno. Successivamente si trasferisce  a Rijnsburg, ha contatti con la setta dei Collegianti e  apprende teorie significative sul libero arbitrio, sul rapporto con le Sacre Scritture e sul libero esame. Sono questi gli anni maggiormente intensi di lavoro. Incomincia la stesura dell’Ethica.Vengono conclusi “il Breve Trattato su Dio”, ed il “Trattato sull’emendazione dell’intelletto”.In seguito Spinoza si trasferisce a Vooburg, impartisce lezioni ad uno studente e comincia a scrivere il “Trattato teologico-politico”.Gli sono amici politici diplomatici, scienziati dello spessore di Jan de Witt, Gran Pensionario d’Olanda,  Hudde, sindaco d’Amsterdam, Graevius, Vossius, solo per citarne alcuni.Nel 1665 viene pubblicato il “Trattato”, forse l’opera più direttamente polemica del filosofo, contro ciò che egli spesso chiama “l’odio teologico”. Un trattato in difesa della libertà di pensiero e di parola. In difesa dell’autonomia intellettuale. Sono chiariti i suoi rapporti con la comunità ebraica, le ragioni dell’espulsione e della  scomunica. In questi anni scrive ad Oldenburg una lettera che chiarisce le motivazioni che l’hanno indotto alla stesura dell’opera: i pregiudizi dei teologi, la volontà di discolparsi dalle accuse d’ateismo e finanche l’affermazione della libertà di filosofare e di dire le cose che pensiamo.Un’opera altamente innovativa e rivoluzionaria. La rivendicazione delle libertà fondamentali a cui ogni individuo ha diritto.Il Trattato viene edito chiaramente anonimo, per rifuggire dagli eventuali atti censori a cui sicuramente il testo sarebbe andato incontro. Ciononostante, l’opera fu messa all’indice provocando aspre reazioni negli ambienti calvinisti ed ebraici. Il soggiorno all’Aja si caratterizza per la corrispondenza intrapresa con un’altra, seppur  giovane, personalità filosofica del Seicento: Gottfried Wihelm von Leibniz. Spinoza non è entusiasta dell’”intrusione” di questo sconosciuto nei suoi affari privati. Chi faceva dell’imperativo “caute” il suo motto non poteva non guardare con dovuta diffidenza la figura di quest’uomo che chiedeva di incontrarlo.
Così il suo giudizio:

“A quanto ho potuto conoscere dalle sue lettere, mi è sembrato un uomo d’indole
liberale e versato in tutte le scienze.Reputo tuttavia imprudente di confidargli così
presto i miei scritti. Vorrei prima sapere che cosa sia andato a fare in Francia e
sentito il parere del nostro Tschirnaus dopo che lo avrà più a lungo frequentato.”

Il riserbo e la morigeratezza sembrano la chiave di lettura di questo pensatore.Ed è tale caratteristica che ha condotto molti suoi accusatori su posizioni imbarazzanti. Lo potevano accusare d’ateismo, certo. Ma non potevano rivolgergli le altre accuse connesse a chi veniva additato come ateo. Non la dissolutezza dei costumi, non l’amoralità. Spinoza in questo periodo prende parte attiva  anche ad alcuni processi o cambiamenti politici. Viene coinvolto emotivamente dall’uccisione dei de Witt, si mette in cammino per incontrare il principe di Condè, che in precedenza aveva espresso la volontà di incontrarlo. Credeva il filosofo che il principe potesse fungere da tramite con Luigi XIV. Dichiarandogli le sue idee in fatto di politica e libertà, sperava che esse potessero arrivare al sovrano e che     questi avesse potuto applicarle. Progetto, questo, che consideriamo a dir poco utopistico. La flessione degli assolutismi alle idee dei lumi della razionalità si avrà solamente un secolo e mezzo dopo, dando vita a qual fenomeno che va sotto il nome di dispotismo illuminato.
Il carattere di Spinoza- lo abbiamo messo in evidenza- è altamente insofferente dei rapporti pubblici, dei leziosimi e formalismi. Di una diffidenza quasi ossessiva, accoglieva non di buon grado nuove amicizie o proposte di frequentazione. Viveva appartato, solo in compagnia di pochi e fidati amici. E fu proprio in virtù di questo “lathe biòsas” che ebbe come sua unica occupazione lo smussare lenti, che rifiutò la non poco alettante offerta della cattedra di filosofia all’università di Heidelberg.
Spinoza muore il ventuno febbraio del 1677,  per tisi, il male che da anni lo affliggeva. In compagnia, si pensa, del solo amico Schuller, del quale aveva richiesto aiuto in conseguenza dell’aggravarsi della patologia. I suoi unici averi, i manoscritti e la biblioteca, furono venduti per il pagamento delle spese di stampa e della sepoltura.

Il sistema e la dottrina

Nell’elaborazione filosofica di Baruch Spinoza convergono diversi filoni di pensiero che avevano caratterizzato i precedenti periodi storici. La critica evidenziato a volte  una corrente in particolare, ora di favorirne altre. Certamente il pensatore ebraico è stato fortemente influenzato dalla filosofia cartesiana. Alla sua teoria dedica un’opera e di questa conserva il carattere geometrico e quello analitico-deduttivo. Analoga influenza esercita il pensiero di Thomas Hobbes, il cui teorizzare risulta egualmente scandito da un ritmo, quasi un flusso che si estrinseca in scoli, corollari e definizioni. Come non considerare, tra l’altro, la grande fascinazione subita dal filosofo nei confronti di posizioni cabalistiche-teosofiche. In parte riconducibili al suo pensiero risultano anche alcuni filoni della Scolastica e del Rinascimento. Affascinato Spinoza è soprattutto dalle suggestioni che gli provenivano dalla lettura di Giordano Bruno, alla cui filosofia appare molto vicino in particolar modo nell’opera giovanile che va sotto il nome di Breve Trattato.
Ciò tuttavia che maggiormente allontana Spinoza dalle religioni tradizionali, come il Cristianesimo o l’Ebraismo, è una difforme visione di Dio. Il suo Dio non è una divinità antropomorfica, non ha caratteri simili ai nostri, non è dotato di un’anima. E’ semplicemente l’ordine geometrico che regola il mondo. Lo regola senza tuttavia modificare il suo corso, senza interventi o arbitri.La realtà dunque non è creazione divina, ma sua derivazione. Il mondo, l’universo ed ogni ente esistente non è stato dunque creato, né esiste per emanazione. Spinoza in questo modo nega sia il creazionismo religioso sia l’emanazionismo plotiniano e neo-platonico. Tutta la realtà discende, segue per necessità dalla struttura stessa di Dio allo stesso modo di una dimostrazione geometrica: come dalla somma di tre angoli interni non può non derivare l’equivalente di centottanta gradi, così la realtà circostante deriva dalla natura di Dio. Egli, pur conservando la terminologia tradizionale, conduce una concezione innovativa e a tratti irriverente, in netto contrasto con la cultura di cui era imperniata la società seicentesca.Dio dunque è anche enunciato con il sinonimo di Sostanza. Puntuale arriva nell’Ethica la sua enunciazione:quod est in se et per se concipitur, ossia quell’entità il cui concetto non ha bisogno per esplicarsi del concetto di un’altra cosa da cui debba essere formato.”(Eth.I def. III) Ben evidenti sono già da quest’affermazione le caratteristiche di autonomia e autosufficienza. La sostanza di Spinoza si configura dunque come una realtà autoreggente e autosufficiente da cui necessariamente deriva l’esistenza.Essa è esplicitamente dichiarata come increrata, non avendo per esistere bisogno di nulla ed essendo causa sui, ossia un ente la cui essenza implica l’esistenza. Eterna, in quanto non riceve da altro la sua esistenza. Infinita, perché se fosse finita avrebbe bisogno di altro per esistere contraddicendo il primo punto. Finanche unica, “perché nella natura non si possono dare due o più sostanze della medesima natura ossia del medesimo attributo”. E’ interessante rilevare come quest’ultima particolarità può apparire similare al principio dell’identità degli indiscernibili di Leibniz, secondo cui in natura nulla è uguale ad un altro essere, “non foss’altro che per la posizione differente che entrambi occupano”. Per cui Dio, non traendo  da nessun’altro se non da se stesso la capacità di essere, conserva nella sua stessa natura la propria ragion d’essere e non può non esistere. E’ questa la prova ontologica già applicata da Cartesio nel Discorso sul metodo come certificazione dell’ esistenza di Dio e che vede in S. Anselmo d’Aosta il primo teorico. Gli uomini e il mondo allora non esistono per virtù propria e devono dunque necessariamente derivare o dipendere da un altro ente superiore. Trova cosi applicazione la cosiddetta prova a posteriori. Ecco come il filosofo in un passo dell’Ethica esplica tale concetto: “noi esistiamo in noi o in un’altra cosa che esiste necessariamente.”(Eth. I prop. 11) In tal modo, la speculazione filosofica di Spinoza perviene ad una forma di panteismo o di panenteismo. Dio è in tutte le cose e tutte le cose sono in Dio. Ecco allora ciò che non compresero i membri della comunità Mahamad quando accusarono quest’uomo di ateismo. Non è ateismo la filosofia di Spinoza, ma panteismo. Non è priva di Dio, ma al contrario presuppone Dio in ogni ente.Deus sive natura, è talora l’affermazione erta a suo emblema:Dio è nella natura, nell’arte, siamo noi. Una considerazione dell’uomo quindi non pessimistica, come qualcuno ha evidenziato,ma ottimistica. In Spinoza c’è l’attribuzione alle capacità umane di qualcosa che forse è più grande delle sue stesse potenzialità. Homo homini deus, l’uomo deve farsi dio dell’altro uomo, sostiene il filosofo con toni probabilmente più speranzosi che oggettivi. Più che un’analisi realistica del vero, essa sembra   forse una sfida futura posta all’uomo.Dicevamo prima che tra le caratteristiche fondamentali della Sostanza vi è quella dell’unicità. Essa è unica e per la stessa ragione non divisibile in più parti. Non si scompone in “sub-sostanze”.Ricorrente è la similitudine con l’acqua che non perde la sua identità molecolare sebbene sia versata in molteplici botti. Se la Sostanza stessa non ha bisogno di null’altro, non possono esistere delle “sostanze minori” che dipenderebbero dalla sostanza madre. Non c’è una gerarchia monadologica, ma è Dio che ingloba in sé l’intera creazione o, usando termini maggiormente precisi, l’intera derivazione. Risolto è anche il dualismo di Cartesio. Nel panteismo spinoziano non trovano luogo suddivisioni ousiologiche tra res cogitans e res extensa. Queste in effetti sarebbero dipese comunque da Dio, che rappresentava per l’uomo la sua garanzia metafisica, la continuazione dei “cogiti”, si diceva in risposta all’occasionalismo e a Gassendì. E se esse avevano bisogno di qualcosa, Dio, e da esso dipendevano, tradivano in tal modo il principio di unicità che li caratterizzava. La teorizzazione di “sostanze dipendenti”, questa era la contraddizione in termini della filosofia di Cartesio. La Sostanza pur nella sua unicità ontologica si articola in attributi e modi. Spinoza definisce l’attributo “ciò che l’intelletto percepisce della sostanza come caratterizzante la sua essenza”. Gli attributi, discendendo da  Dio che è infinito, sono anch’essi numericamente illimitati. Alla mente umana tuttavia è possibile percepirne soltanto due:l’estensione ed il pensiero. Sembra quasi una reminiscenza cartesiana. Eppure le due res erano considerate sostanze. Res appunto. Qui sono viste come attributi della sostanza. Questa la differenza intercorsa tra Descartes e Spinoza. “La cosa estesa o la cosa pensante sono o attributi di Dio o affezioni degli attributi di Dio.” (corollario II della prop. XIV) Controversa è stata la questione se gli attributi partecipassero della sostanza o fossero ad essa estranei. Nel corso degli anni due filoni di pensiero si sono contrapposti riguardo tale qaestio.  Da una parte l’orientamento “modalistico”, capeggiato da Hegel, che sosteneva l’estraneità degli attributi. Dall’altra  Fischer e Gueroult ne rivendicavano l’omogeneità.
Il modo invece è “quod in alio est”.Non ha esistenza autonoma, ma dipende dall’attributo a cui si riferisce. Sono manifestazioni o concretizzazioni particolari degli attributi. Possono essere pensati sono in virtù della Sostanza e dei suoi attributi. Sono dunque “ciò che in altro e per il cui mezzo è pure concepito.” A differenza della sola infinità degli attributi, si possono distinguere modi infiniti e modi finiti I modi infiniti rappresenterebbero il prodotto di ciò a cui ineriscono. Dato per attributo il pensiero, il suo modo infinito è l’idea. Per l’estensione, il corpo. I modi finiti invece stabiliscono questo o quel corpo in particolare. Questa o quell’idea. I modi infiniti particolarmente si suddividono in modi immediati e mediati.Tra i primi si riconoscono sia il movimento (Breve
Trattato) o la quiete (lettera al medico Schuller).Dei modi infiniti mediati Spinoza dà solo un esempio:la forma esteriore di tutto l’universo (Ep. LXIV).Utilmente esemplificativo risulta l’esempio chiarificatore fornito da Spinoza per meglio comprendere la Sostanza, gli attributi, i modi ed i rapporti che intercorrono tra loro. Considerando la Sostanza come un Oceano, l’acqua, elemento caratterizzante, rappresenterebbe l’attributo, le onde i modi infiniti e il movimento delle singole onde quelli finiti. Accennavamo prima alla presenza della necessità nella Weltanschauung spinoziana. Nell’universo nulla avviene a caso, ma tutto ha una determinazione ben programmata. E’ la casualità che cede posto alla causalità. Tutto ciò che accade ha quindi una causa che l’ha mosso. E’ la necessità, e non affatto il caso,  a regolare il mondo, il suo andamento, le scelte dell’uomo. L’uomo, dunque. Anche la nostra stessa vita non siamo noi a deciderla, ma è stata già determinata. Spinoza è la negazione del libero arbitrio, della possibilità da parte di ogni essere umano di poter decidere il proprio avvenire. L’ “Homo faber fortunae suae”, pronunciata per prima da  Appio Claudio Cieco e poi ripresa da tutta la corrente rinascimentale, assiste indenne alla sua frammentazione. E’ il determismo, non il finalismo, a regolare le azioni.Un meccanismo di causa ed effetto che non presuppone nessun intervento né umano né divino negli automatismi delle leggi della natura. “Nihil divinum”, scriveva Bernardino Telesio distaccandosi dalle concezioni magico-alchemiche dell’ermetismo rinascimentale. L’uomo dunque è solo illuso di poter scegliere secondo la propria volontà, ma in realtà è inglobato in un progetto divino a cui non può sottrarsi. Non ci si può opporre al destino, ma al massimo accettarlo. E proprio nell’accettazione del destino, l’Amor fati, risiede la libertà di ognuno. Fin troppo evidenti sono le analogie con lo stoicismo, che scorgeva l’essere umano come ineluttabilmente incapace di sottrarsi all’ordine programmato. Un Dio però che non agisce per volontà. E questa è la ragione per la quale non può creare. Se creasse, e conseguentemente agisse per volontà, questo comportamento implicherebbe un capriccio, un arbitrio, una scelta che Dio stesso in quanto tale non può emettere. Ecco anche perché Spinoza dà vita ad una filosofia rigidamente determisnistica, e non finalistica. Non c’è nessun fine nelle cose, benché l’esperienza confermi il contrario. Se Dio agisse per un fine, questo implicherebbe che Egli fosse mancante di qualcosa alla cui mancanza sopperire.Non sarebbe allora perfetto, se bisognasse della benché minima cosa. In questo modo il Nostro si distacca ancora di più dalla religione convenzionale che perorava non solo il creazionismo, ma anche il finalismo.Con queste parole il filosofo esprime con netta chiarezza in quale modo i sensi e l’abitudine quotidiana ci facciano credere che ogni “visa” ha una sua specifica finalità: (Ethica more geometrico demostrata)         
                               
 “…Poiché in sé e fuori di sé gli uomini trovano parecchi mezzi
che contribuiscono al conseguimento del proprio utile, per esempio
gli occhi per vedere, il sole per illuminare, hanno tratto motivo per
considerare tutte le cose naturali come mezzi per il proprio utile.”

L’essere umano, già privato dell’arbitrio decisionale sul proprio destino, è inoltre considerato come un elemento naturale non al di sopra degli altri esseri. Contro l’antropologia dell’epoca, Spinoza sostiene la teoria della naturalità dell’uomo. Questi non è un eccezione, non è “un impero nell’Impero della natura”, ma fa parte di una specie, quella umana, sottoposta come le altre alle leggi dell’universo.
Riguardo le passioni, si è parlato, per quanto concerne l’interpretazione spinoziana, di “geometrismo morale”. Spinoza non aveva atteggiamenti di dura condanna nei confronti delle passioni: le considerava come ostacoli per raggiungere la visione completa per conoscere la realtà. Il comportamento da assumere è presto detto:
                                       
“Non ridere, nec lugere, nec detestari, sed intelligere…”

Ogni cosa tende allora a preservare il suo stato in virtù di uno sforzo autonomo, “conatus”, mediante il quale riuscire ad autoconservarsi. Concetto, questo, di matrice fortemente stoica (oikeiosis).Quando tale sforzo si riferisce alla mente, è detto Voluntas. Quando si riferisce anche al corpo Appetitus, definito l’essenza stessa dell’uomo. Quando leibnizianamente l’Appetitus ha appercezione, è cioè cosciente di sé, si chiama Cupiditas. A questi sentimenti seguono due diverse sensazioni:la Tristizia, legata al passaggio da una perfezione maggiore ad una minore, e la Laetitia, connessa al raggiungimento di una perfezione maggiore.(Leibniz nella sua “monadologia” lo chiamerà Appetizione). Dalla stesura di questi concetti, si configurano anche le definizioni di Bene e Male. Bene è tutto quello che favorisce lo sforzo di autoconservazione, Male tutto ciò che cerca di impedirlo.
Anche in Baruch parliamo, dunque, di intellettualismo etico. L’intellettualismo etico ha avuto diversi interpreti nel corso dell’evoluzione del pensiero filosofico. Il primo, si ricorderà, fu proprio Socrate  in quanto concepì il progresso morale parimenti al progresso conoscitivo. Se già consideriamo alcuni passi del “Trattato sull’emendazione dell’intelletto” possiamo già scorgere una considerazione graduale della conoscenza. Infatti anche Spinoza, come Platone, parla di gradi della conoscenza. Il primo stadio esprime la percezione sensibile o l’immaginazione. Ciò che la mente percepisce a causa della conoscenza di primo genere, sono idee “confuse e frammentarie”.Tale cognizione appare dunque pre-scientifica, in quanto isola e non connette le realtà secondo il loro ordine.Trova rispondenza morale a questo comportamento intellettuale la schiavitù delle passioni a cui l’uomo è sottoposto. Sulle “idee comuni” invece si fonda la conoscenza di secondo genere. Una conoscenza razionale, ordinata, che capta idee “chiare e distinte”. E’ il grado di conoscenza tipico della scienza, capace questa di connettere le realtà secondo il loro ordine. E’ un punto di vista che definiremmo platonicamente “dianoetico”, relativo pertanto ad una interpretazione scientifica del mondo. Una vita virtuosa e fondata sulla razionalità è il corrispondente etico di questo stadio.Il terzo ed ultimo stadio della conoscenza è quello noetico, basato sulla “scienza intuitiva” della realtà.  Questa visione, che potremmo definire imparziale e completa, consiste nella contemplazione della Sostanza stessa, dell’idea direbbe Platone, della costituzione di triade ousiologica: modi e attributi nella Sostanza e la Sostanza in essi. Dio nelle cose e tutte le cose in Dio. Panteismo e panenteismo.
E’ il grado massimo di beatitudine a cui l’uomo può aspirare, il raggiungimento completo di uno stato atarassico non bisognoso di nulla perché libero dalle passioni e dalla servitus humana.E’ l’Amor dei intellectualis,l’amore intellettuale di Dio, che inebria lo spirito umano di ebbrezza e piacere giubilare:

 “Quanto più la mente gode di  quest’amore divino ossia della
beatitudine, tanto più essa conosce, cioè tanto maggiore è la
potenza che ha sugli affetti, e tanto meno essa patisce dagli affetti
che sono cattivi…”

Solo chi si erge da questa altezza può godere della vera e completa visione del Tutto. Secondo la percezione sensibile, e di conseguenza la conoscenza di primo genere, il mondo appare profondamente difforme da quella reale contemplabile noeticamente. I sensi anche adesso ci ingannano, conformemente  a quanto sostenne Platone e il più vicino Cartesio. Ai nostri occhi il mondo sembra multiforme, contingente e temporale. Realmente esso è invece unitario, in quanto la Sostanza è unica, necessario e necessitato ed eterno.
L’intero sistema spinoziano, da come si è visto, elabora concetti di libertà, necessità, libero arbitrio, di divinità e creazione stessa che sono in netta antitesi alle rispettive teorie che animavano il mondo prima di allora. Il Dio che emerge dagli scritti ingialliti e ammuffiti non è la  divinità convenzionale, ma è il Dio dei filosofi, il Dio ragione, in una straordinaria anticipazione del deismo illuministico. Una grande rivoluzione, quella di Spinoza, sia metafisica che teologica. Si…o forse entrambe le questioni insieme, in quanto nella sua filosofia si assiste alla coincidenza perfetta di teologia, metafisica e ousiologia. Dio, e dunque la teologia, è tuttavia la Sostanza, ousiologia,ed entrambe fanno parte di un ambito metafisico, astratto dal mondo dei sensi e dell’immaginazione.
Altrettanto anticipatrici e rivoluzionarie sono le teorie riguardo la tolleranza , il rispetto reciproco, la fratellanza. Nel Trattato teologico.politico viene elaborata, e consigliata, una form adi Stato non oppressivo, non tirannico e dispotico, ma liberale e fraterno. Un uomo che parla di fratellanza e di affetto sebbene sia stato ingiuriato e scacciato da coloro che appartenevano alla sua stessa “famiglia”. Spinoza ai giorni nostri sta a simboleggiare l’emblema della coerenza e della disciplina, di una  virtù non per forza religiosa, ma capace di albergare anche in animi che non conoscono o condividono la Rivelazione o il Dio ebraico, in un intuizione quattrocentesca che già per il bene odierno dell’Occidente ebbero ingegni sommi come gli umanisti delle corti del nostro paese.


A cura di Gianluca Forgione - umbertoforgione@hotmail.com
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L'errore di Cartesio - Antonio Damaso 2


VITA
Nato a Lisbona e laureato in medicina, opera negli USA. Rappresenta una delle figure di maggior spicco a livello mondiale nel campo delle neuroscienze. E' autore di importanti pubblicazioni sulla memoria, sulla fisiologia delle emozioni e sulla malattia di Alzheimer.
I laboratori di ricerca che Damasio e sua moglie Hanna hanno realizzato presso l'Università dello Iowa, sono considerati ormai un punto di riferimento per lo studio dei fenomeni nervosi che sono alla base dei processi cognitivi.
Antonio Damasio è membro di prestigiose associazioni, come l'European Academy of Science and Arts e l'American Neurological Association; fa parte inoltre dei comitati scientifici di importanti periodici dedicati alle neuroscienze e di alcune fondazioni di ricerca.


PENSIERO
Il punto di partenza di Damasio, sostenuto dall'osservazione di diversi casi clinici, è che il cervello non può essere studiato senza tener conto dell'organismo a cui appartiene e dei suoi rapporti con l'ambiente.
Per Damasio, lo studio delle funzioni cognitive, e in particolare della coscienza, ha subito per lungo tempo l'influsso di una tradizione filosofica che può essere fatta risalire a Cartesio. Questi ci propone, infatti, una concezione che separa nettamente la mente dal corpo, attribuendo alla prima, addirittura, un fondamento non materiale.
L'errore di Cartesio è stato quello di non capire che la natura ha costruito l'apparato della razionalità non solo al di sopra di quello della regolazione biologica, ma anche a partire da esso e al suo stesso interno.
Il processo decisionale (ad esempio quello di compiere una scelta tra due o più alternative), per Damasio è condizionato dalle risposte somatiche emotive osservabili, utilizzate dal soggetto come indicatori della bontà o meno di una certa prospettiva: i sentimenti somatici normalmente accompagnano le nostre aspettative del possibile esito delle varie opzioni di una decisione da prendere; in altre parole, i sentimenti fanno parte in qualche modo del contrassegno posto sulle varie opzioni; in tal modo i marcatori somatici ci servono come strumento automatico che facilita il compito di selezionare opzioni vantaggiose dal punto di vista biologico.
Nelle scienze biologiche, l'orientamento cartesiano ha avuto come conseguenza quello di emarginare la mente dal campo della ricerca, ritardando ogni serio tentativo di indagarla mediante un approccio scientifico rigoroso.

La coscienza, nel modello di Damasio, è studiata in funzione di due componenti fondamentali: l'organismo e l'oggetto, insieme alle relazioni che si sviluppano tra loro nel corso delle loro interazioni. In tale prospettiva, la coscienza consiste nella costruzione di conoscenze rispetto a due aspetti:
- l'organismo che entra in relazione con qualche oggetto;
- l'oggetto coinvolto nella relazione che causa un cambiamento nell'organismo.
Comprendere la biologia della coscienza significa quindi capire in che modo il cervello riesce a rappresentare le due componenti - organismo e oggetto - e in che modo si stabilisce la relazione tra questi.
Secondo Damasio, la coscienza inizia come un sentimento, un tipo particolare di sentimento, ma comunque qualcosa di assimilabile a questo, anche se non completamente sovrapponibile alle altre modalità sensoriali rivolte al mondo esterno. In ogni caso, coscienza ed emozione non sono separabili, poiché la prima è indissolubilmente legata al sentimento del corpo.
Da un punto di vista evolutivo, le emozioni sono risposte fisiologiche che mirano ad ottimizzare le azioni intraprese dall'organismo nel mondo che lo circonda. A sostegno di queste tesi, il neurofisiologo portoghese riporta alcune prove neurologiche che mostrano come certi meccanismi cerebrali siano comuni sia alle emozioni che alla coscienza, giungendo alla conclusione che la coscienza rappresenti fondamentalmente un aspetto ausiliario della nostra dotazione biologica di adattameno all'ambiente.
Nella concezione di Damasio, la coscienza non è monolitica, ma può essere distinta in:
- Proto-sé
Fenomeno primordiale di autoidentificazione che l'uomo condivide con gli animali superiori, alle cui base sono le emozioni, eventi strettamente biologici, sui quali si sviluppano poi i sentimenti (paura, fame, sesso, rabbia...) che hanno come motore l'interazione tra l'organismo e il mondo oggettuale. Il "proto-sé" non è consapevole di sé: rappresenta semmai quella parte del sé che impara poco per volta a riconoscersi come parte separata dal mondo esterno.
- Coscienza nucleare
Fenomeno biologico nel quale sono contemporaneamente presenti tre elementi: l'oggetto di cui si è coscienti, la posizione del proprio corpo rispetto a quell'oggetto e la relazione che si stabilisce tra queste due entità. La coscienza nucleare fornisce all'organismo un senso di sé qui e ora; non ci dice nulla riguardo al futuro. L'unico passato che possiede è quello, vago, relativo a ciò che è appena accaduto.
- Coscienza estesa
Si forma sulla base della coscienza nucleare ed è all'origine del "sé autobiografico".
Questo livello di coscienza richiede il linguaggio, poiché solo attraverso di esso possiamo formulare la nostra storia personale, in cui prendono posto i ricordi, le speranze, i rimpianti e così via.
Il modello di coscienza proposto da Damasio è un modello gerarchico, per cui non può darsi il sé nucleare senza il proto-sé e non può darsi quello autobiografico senza il sé nucleare.

A Damasio va senz'altro riconosciuto il merito di aver contribuito a introdurre il corpo nella discussione scientifica sulla coscienza. L'idea che l'organismo partecipi all'esperienza cosciente rompe nettamente con una tradizione che vuole la mente ben distinta dal corpo e restituisce alla coscienza stessa i requisiti biologici indispensabili per farne un oggetto di studio scientifico.


OPERE

-- L'errore di Cartesio. Emozioni, ragione e cervello umano [1994], Adelphi, Milano, 1995
In quest'opera Damasio compie il tentativo di unificare mente, cervello e corpo, sulla base di dati rigorosamente scientifici. Partendo da alcuni casi clinici, come quello di Phineas P. Cage, egli cerca di dimostrare che l'idea dell'esistenza di un pensiero puro, di una razionalità non influenzata da emozioni e sentimenti, non ha riscontro nella realtà.
La nostra mente, secondo Damasio, non è strutturata come un computer, in grado cioè di presentarci un elenco di argomenti razionali a favore o contro una determinata scelta. La mente umana agisce in maniera molto più rapida (anche se meno precisa): prende in considerazione il peso emotivo che deriva dalle nostre precedenti esperienze, fornendoci una risposta sotto forma di sensazione viscerale.
L'errore di Cartesio è stato quello di non capire che l'apparato della razionalità non è indipendente da quello della regolazione biologica, e che le emozioni e i sentimenti spesso sono in grado di condizionare fortemente, e a nostra insaputa, le nostre convinzioni e le nostre scelte.

-- Emozione e coscienza [1999], Adelphi, Milano, 2000
In quest'opera, Damasio prosegue sulla via già intrapresa con "L'errore di Cartesio", affrontando il tema della coscienza dalla duplice prospettiva dell'analisi a livello neurofisiologico e delle relative corrispondenze sul piano psicologico.


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Per gentile concessione de “Il Diogene” - www.ildiogene.it

Uomo e Donna

Da "http://www.homolaicus.com/uomo-donna/index.htm" :

Le Filosofie Antiche e Medievali

Da "http://www.giutor.com/sdf/ant/Iindice.htm" :

Premessa
cap. I - Il problema delle origini della filosofia
cap. II - Cosmologia e antropologia nei primi pensatori greci
cap. III - Comprensione della natura e comprensione dell'uomo nelle filosofie del V secolo
cap. IV - Natura e società nelle dottrine dei sofisti
cap. V - «Il problema» Socrate e le sue soluzioni
cap. VI - Platone: la politica, l'anima e il discorso
cap. VII - Le tecniche del sapere: filosofia, natura e società
cap. VIII - Dalla filosofia alla cultura filosofica
cap. IX - Il progresso delle scienze dopo Aristotele e fino all'era volgare
cap. X - Cristianesimo e filosofia sino al V secolo d.C.
cap. XI - I fondamentali problemi della «filosofia cristiana»
cap. XII - I grandi temi del dibattito filosofico-religioso nell'alto Medioevo
cap. XIII - Il risveglio della cultura filosofica nel mondo mediterraneo
cap. XIV - Filosofia e teologia: la conciliazione
cap. XV - Filosofia e teologia: la separazione