Presentazione

La Logica di Russel, il Coraggio di Camus e la Fede di Chesterton.

martedì 31 dicembre 2013

In ricordo: Malcolm Skey

Da WikiPedia:

Malcolm Skey (West Coker, 12 ottobre 1944 - Torino, 11 settembre 1998) è stato uno scrittore, critico letterario e traduttore italiano.
Dedicò la sua attività principalmente alla conoscenza e alla diffusione del romanzo gotico in Italia.

Vita

Malcolm Skey nacque a West Coker nel Somerset il 12 ottobre 1944 e trascorre poi la sua infanzia a Bristol; successivamente studiò storia al Merton College di Oxford; dopo un soggiorno in Francia, approdò infine a Torino dove iniziò a collaborare con la casa editrice Einaudi.
È considerato uno dei maggiori esperti italiani di "romanzo gotico" cui dedicò l'opera omonima "Il romanzo gotico" (Theoria, 1984, una dettagliata bibliografia ragionata delle opere più indicative di questo genere letterario).
Alla diffusione di questo genere letterario ancora poco conosciuto in Italia egli contribuì anche traducendo moltissime opere di Edgar Allan Poe, Beckford, Mary Shelley, Lovecraft e altri, oltre a curare numerose antologie di racconti di fantasmi.

Morte

La sua morte è circondata dal mistero: venne ritrovato in piazza Repubblica a Torino la notte dell'11 settembre 1998 con una grave ferita alla nuca; non è mai stato chiarito se si sia trattato di incidente o aggressione, anche se gli inquirenti propendettero per la prima ipotesi.

Marcello Marchesi 2

Da WikiQuote:

Marcello Marchesi (1912 - 1978), comico, regista e sceneggiatore italiano.

Citazioni di Marcello Marchesi

  • Essere o benessere?[1] (dall'opera omonima, Rizzoli)
  • Finalmente una buona notizia, la bomba atomica non causa il cancro! (citato in Fernando Palazzi, Dizionario degli aneddoti, Baldini Castoldi Dalai, 2000)
  • Odio bonariamente tutti. (da Il sadico del villaggio)

Senza fonte

  • Il critico è uno che sul libro fa il tassello, come se fosse un'anguria: se è rosso dice che è bello senza assaggiarlo.
  • Se ritardo d'un paio d'ore succede la fine del mondo, se muoio non se ne accorge nessuno.

Frasi celebri... riviste

  • Chi corrompe paga di meno.
  • Chi si inferma è perduto.
  • Chi va piano va sano e... viene tamponato poco lontano.
  • Dimmi con chi vai e ti dirò se vengo anch'io.
  • Due parallele si incontrano all'infinito, quando ormai non gliene frega più niente.
  • Il mondo è fatto a scale, chi è furbo prende l'ascensore.
  • La legge è uguale per tutti. Basta essere raccomandati.
  • La pubblicità è il commercio dell'anima.[2]
  • Lunga la fila, stretta la via, fece un sorpasso e... così sia.
  • Nessuna nuora, buona nuora.
  • Non ho niente da dire, ma lo devo dire.
  • Oggi l'erba-voglio cresce come il fieno nel portafoglio pieno.

Slogan pubblicitari

  • Con quella bocca può dire ciò che vuole.
  • Falqui: basta la parola!
  • Il brandy che crea un'atmosfera.
  • Il signore sì che se ne intende.
  • Non è vero che tutto fa brodo.

100 Neoproverbi

  • L'uomo propone e Dio indispone. (1975: p. 93)
  • Chi non lavora si arrangia. (1975: p. 93)
  • Chi lascia il «Viareggio» per lo «Strega» del «Marzotto» se ne frega. (1975: p. 93)
  • Non c'è lue[3] senza re. (1975: p. 93)
  • Chi tardi arriva male parcheggia. (1975: p. 93)
  • La cultura a dispensa dispensa dalla cultura. (1975: p. 94)
  • Impara l'arte, mettila da parte e fatti raccomandare. (1975: p. 94)
  • Gallina vecchia fa la plastica. (1975: p. 95)
  • Tra il dire e il fare c'è una busta da dare. (1975: p. 95)
  • Raglio d'asino vince il festival. (1975: p. 95)
  • Il diavolo fa le pentole, i preti fanno i coperchi. (1975: p. 95)
  • L'unione fa lo sciopero. (1975: p. 96)
  • L'eccezione conferma la corruzione. (1975: p. 96)
  • L'occasione fa l'uomo ministro. (1975: p. 96)
  • Si vis pacem para bellum, si vis bellum para culum. (1975: p. 97)
  • Mafia tempora currunt. (1975: p. 97)
  • Chi guida dopo mangiato digerisce da ingessato. (1975: p. 97)
  • Mentre voi dormite Freud lavora. (1975: p. 98)
  • La superbia andò a cavallo e tornò in yacht.
  • Ogni rovescio ha la sua medaglia.

Diario futile di un signore di mezza età

  • Burocrazia: bolli, sempre bolli, fortissimamente bolli.[4]
  • Il successo fa scandalo. Lo scandalo fa successo.
  • "La pubblicità è necessaria" dice F.M., pontefice dell'advertising. "La gallina, quando ha fatto l'uovo, canta; l'anatra no. Nei negozi tutti chiedono uova di gallina, ma nessuno chiede uova di anatra. Chiaro?"
  • La voce della coscienza è antipatica come la nostra, ascoltata al registratore.[5]
  • Night. Buone ragazze di cattiva famiglia con cattivi ragazzi di buona famiglia.
  • Un caso pietoso commuove, due anche, tre deprimono, dieci amareggiano, cento scocciano, mille rallegrano gli scampati.
  • Regola per la mezza età
    Non parlare | non vedere | non sentire | e cercare | di far finta | di capire. (1975: p. 59)
  • Abbiamo un nuovo ordine religioso: i cappuccini Hag.
  • Oggi tutto non basta più. (1975: p. 60)
  • È uno scrittore in stato interessante. Aspetta un romanzo. (1975: p. 63)
  • Balera
    Ragazze buone | ragazze belle | con l'odore | di minestrone | sotto le ascelle. (1975: p. 66)
  • Famiglia del Sud. Basta spostare un mobile, che viene fuori un ragazzino. (1975: p. 67)
  • Mangiare è un diritto, digerire è un dovere.

Il malloppo

  • A me capita di odiare non una classe ma solo una persona. Alla volta.
  • Anche i maschietti devono giuocare con le bambole. Così acquistano il senso della famiglia. Ne acquistano tanto che da grandi finiscono, quasi sempre, per averne due.
  • Anche le formiche nel loro piccolo s'incazzano.[6]
  • Anche un cretino può scrivere un saggio e non viceversa.
  • Baldrache, è una nuova profumazione di Guerlaine.
  • Bocciate, bocciate un po' di figli del popolo. Che rimanga qualche idraulico.
  • Caffè Kag! Bevetene quanto volete, e anche di più.
  • Che Dio ci perdoni. E ci perdonerà. È il suo mestiere.
  • Chi apre le inchieste le chiuda.
  • Chi è felice è stupido. Non è vero ma consola.
  • Consigli per una cura dimagrante: basta dare lo smalto rosso alle unghie dello zampone per renderlo meno appetitoso. Con un braccialetto alla caviglia, poi, è repellente.
  • Da giovane avevo una vena umoristica. Adesso ho una vena varicosa.
  • Dal mio fioraio le corone da morto le fa la nonna così si abitua all'idea.
  • Dio, dammi un assegno della tua presenza.
  • Domine subisco [7].
  • Dicono ai gobbi che portano fortuna. Per consolarli.
  • È sbagliato giudicare un uomo dalle persone che frequenta. Giuda, per esempio, aveva degli amici irreprensibili.
  • E se i giovani di oggi fossero fessi? Può capitare, ogni tanto, una generazione di fessi. Poi, la prossima, intelligentissimi.
  • Era avarissimo: quando dava la mano porgeva solo due dita.
  • Esercito al potere sono calci nel sedere.
  • Ho fatto l'amore dappertutto meno che in una cabina elettorale. Là ho preso solo delle fregature.
  • I figli sono un genere voluttuario.
  • I testicoli del toro vanno mangiati sul posto. Se il toro ci sta.
  • Il sesso è sporco? Basta lavarlo.
  • Il girello dei bambini bisogna tenerlo da parte per quando si è vecchi, che si cade sempre.
  • Il premio "La Donna Ideale" è stato conferito quest'anno ad Anita Garibaldi che, come risulta dal monumento al Gianicolo, va a cavallo, allatta il bambino e spara. Tutto contemporaneamente.
  • In caso di pericolo tirate un moccolo.
  • L'amore ha diritto di essere disonesto e bugiardo. Se è sincero.
  • L'importante è che la morte ci trovi vivi.
  • L'Italia è una donna di facili consumi.
  • L'umanità è un personaggio umoristico.
  • L'uomo fa dei movimenti inutili. Per questo è superiore alla macchina.
  • La droga è bella. La droghiera è meglio.
  • La felicità non è ereditaria, la lue[3] sì, il cancro forse.
  • La Giustizia deve avere il suo corso, come Garibaldi.
  • La logica è una forma di pigrizia mentale.
  • La rivoluzione si fa a sinistra, i soldi si fanno a destra.
  • La sagra degli osei è stata vinta da un merlo drogato con larve, semi di canapa e grappa.
  • La voce della coscienza è antipatica come la nostra sentita al registratore.[5]
  • Ma procediamo con disordine. Il disordine dà qualche speranza. L'ordine nessuna. Niente è più ordinato del vuoto.
  • Mangiate merda, milioni di mosche non possono sbagliare.
  • Meglio dallo psicanalista che dal confessore. Per questo è sempre colpa tua, per quello è sempre colpa degli altri.
  • Mi sento sotto la cresta dell'onda.
  • Mi sono accorto di essere troppo gentile per il mio carattere.
  • Ministro senza portafoglio non teme lo scippo.
  • "Muore una madre al matrimonio del figlio". Il modo migliore per rovinare la cerimonia alla nuora.
  • Nell'isola di Wight le mucche si sono messe a fumare l'erba.[8]
  • Nessuno si è mai ammazzato perché non riusciva ad amare il prossimo suo come se stesso.
  • Nessuno è ateo in trincea [9].
  • Non è vero che tutti i vecchi sono rompicoglioni. Io, per esempio, sì.
  • Non esistono innocenti: tutti abbiamo passato un raffreddore a qualcuno.
  • Non fate troppi esami di coscienza. Sono nocivi. I detersivi corrodono le tubature. Meglio i tranquillanti. I tranquillanti, però sono sconsigliati ai fedeli perché sostituiscono la preghiera e danno la serenità dello spirito senza la Grazia Divina.
  • Non ho fame. Non ho sete. Non ho caldo. Non ho freddo. Non ho sonno. Non mi scappa niente. Come sono infelice.
  • Non si vive di Ricordi. Solo Giuseppe Verdi c'è riuscito.[10]
  • Non sprecate il vostro suicidio, ammazzate prima qualcuno che vi è odioso
  • Oggi vanno di moda i preti elastici. Concilianti con i protestanti. Commossi con gli ortodossi. Disinvolti con i capovolti. Felici con le peccatrici. Le sposerebbero!
  • Ognuno ha la sua droga. La droga di Dante è l'Allegoria.
  • Perché denunciare il reddito dopo il bene che vi ha fatto?
  • Prima di accendere una sigaretta alla marijuana chiedete ai presenti se gli dà piacere il fumo.
  • Prima di dire che uno è stronzo bisogna assaggiarlo. Se sa di merda allora sì. Se no, si rischia una querela.
  • Quando la dissacrazione è a portata di stupido, bisogna dissacrare lo stupido.
  • Quando la parola "volgare" non avrà più senso, saremo tutti uguali.
  • Quelli che si alzano presto sono un po' tutti parenti.
  • Solo 4 pomodori su 10 diventano pelati Cirio. Gli altri sono buoni.
  • Testa di sesso è un insulto?
  • Togliamo a Cesare quello che non è di Cesare. Meglio. Diamo a Cesare quello che è di Cesare. Ventitré pugnalate.
  • Tutti gli uomini sono uguali. A chi?
  • Una buona notizia, finalmente: l'atomica non causa il cancro.
  • Una delle cose fondamentali della vita è la dignità. Non bisogna mai perderla. Per non perderla basta non averla.
  • Venderei le mie memorie al miglior offerente, ma non mi ricordo un tubo.
  • Vivi e lascia convivere.
  • Vorrei morire ucciso dagli agi. Vorrei che di me si dicesse: "Come è morto? Gli è scoppiato il portafogli".

Sancta Publicitas. 100 flores sententiarum

2. FANFANI. Brevi nanu
Dal latino: Brevi manu
Alla mano (per vie brevi, non formali)
5. RICHARD NIXON. Cicero pro domo USA
Dal latino: Cicero pro domo sua
Cicerone [che parla] per la propria casa.
12. GIANNI AGNELLI. Fiat dux
Dal biblico Genesi: Fiat lux
Sia fatta la luce.
31. MAFIA. Si vis pacem | lupara bellum | per omnia sicula | siculorum. Amen
Dal latino: Si vis pacem para bellum unito alla formula liturgica latina: per omnia secula seculorum. Amen
Se vuoi la pace, preparati alla guerra. – Per tutti i secoli dei secoli. Amen
45. L'ILLEGITTIMO. Lapsus talami
Dal latino: Lapsus calami
Errore dovuto alla penna
52. LYNDON B. JOHNSON. In dubiis pro rodeo
Dal precetto giuridico: In dubiis pro reo
Nel dubbio [decidere] in favore del [presunto] reo.
57. JANE FONDA. Quo Vadim?[11]
Dalle parole rivolte, secondo una leggenda, da San Pietro a Gesù apparsogli sulla via Appia:«Domine, Quo vadis? » [12]
Signore, dove vai?
59. POMPIDOU. Noli MEC [Mercato Europeo Comune] tangere
Dalla frase di Gesù: Noli me tangere (Vangelo di San Giovanni)
Non mi toccare [trattenere, nel testo biblico].
89. BECKETT «NO» A STOCCOLMA. Nobel esse oblige[13]
Dal detto francese: Noblesse oblige
La nobiltà obbliga
97. CONDOMINIO. Homo condomini lupus
Dal proverbio latino: Homo homini lupus
L'uomo è lupo per l'uomo.
[Marcello Marchesi, Sancta Publicitas. 100 flores sententiarum, in Scrittori italiani di aforismi – Il Novecento]

Il meglio del peggio

  • Un episodio che mi fa amare Raimondo Vianello.
    Bombardamento. Batteria contraerea inceppata. Tutti via per i campi, lunghi stesi fra le zolle a bocca sotto. Mentre l'inferno continua, Raimondo si alza, solleva una zolla meno dura delle altre, la soppesa, si guarda in giro e la getta con forza sull'elmetto di un artigliere, rannicchiato e tremante.
    "Aiuto... sono stato colpito... mamma!"
    Raimondo si distende vicino a lui.
    "Non è niente. Sta' tranquillo, sono stato io. Ti ho tirato un po' di terra, sei contento? Di' la verità: sei contento che sia stato io? Pensa se era una scheggia. Allegro, era uno scherzo." (BUR, 1981, p. 55)

Essere o benessere

  • Quando il benessere bussa alle porte poveri e onesti tenetevi forti. (p. 11)
  • Pianificazione
    Inverno a Montecarlo. | Estate alle Bahamas. | Autunno in Scozia. | Primavera a Capri... | L'anno è sistemato. | La coscienza no. (p. 13)
  • Matti a Mauthausen
    Per errore \ restò chiuso | quella volta | nella nostra camera a gas | uno delle SS. | Morimmo ridendo. (p. 17)
  • Pura
    L'amavo | ma morii pura. | Poi, | per stabilire | una colpevolezza | non mia, | mi tolsero la purezza | durante l'autopsia. (p. 21)
  • Tutto | della vita ho avuto | quel che volevo | e quello che ho temuto. (p. 22)
  • Longanesi
    Mi sentivo qualcuno | quando |mi ascoltava.
  • Qui | non c'è niente di sacro | tranne l'osso| dove si prendono i calci. (p. 24)
  • Stagione alta
    Nella Chiesa \ di Cattolica | atmosfera balneare | fino a un metro dall'altare. | Donne in pantoloni, | uomini in shorts, | Cristo in slip. (p. 24)
  • Orgoglio missionario
    Ci ho messo tutta la vita | ma ora | cento negri al giorno | d'acqua lustrale aspergo. | Tutt'intorno, | nella giungla convertita, | risuona il tam tam... | tum ergo. (p. 26)
  • Disfunzione religiosa
    È un turbamento della psiche | mai capitato finora: | ha gettato la tonaca alle ortiche... | è diventato suora. (p. 30)
  • .. è un signore | di mezza età | l'altra mezza | non si sa... (p. 31)
  • Bollettino
    Ritirata | su tutta la fronte | dei pochi capelli | ribelli | alla dittatura | del generale Tempo. (31)
  • Lo sbaglio
    È sbagliato | raccontar le favole | ai bambini per ingannarli, | bisogna | raccontarle ai grandi | per consolarli. (p. 32)
  • A tavola si invecchia
    Mi colpiscono | di una donna | le stesse parti del pollo: | coscia, petto, collo... (p. 40)
  • Progresso
    Bella | la vita di adesso: | si vive più a lungo | si muore più spesso. (p. 46)
  • Ricetta
    Dissossare | la verità | per cucinarla | meglio. (p. 47)
  • Padre di famiglia
    Diviso | tra il piacere | della casa | e la casa | del piacere. (p. 48)Lapide consolante
    Uomo retto. | Dopo una vita | lineare | morto in curva. (p. 49)
  • Paradiso per industriali | lassù i cavalieri del lavoro | diventano cavalieri del riposo | e giocano a bocce contenti | con le teste dei loro concorrenti

Il sadico del villaggio

  • Catttttivo
    Legge trattati | di chirurgia | immaginando | tutto | senza anestesia. (p. 75)
  • Moralista
    Compra i libri | per strapparne | le pagine oscene. | Gli costa un po' | ma gli fa bene. (p. 79)

Chi sarebbe?

 

Citazioni su Marcello Marchesi

  • Gli umoristi da noi non hanno mai avuto fortuna. Non che non ce ne siano. Ce ne sono, ma si contano sulle dita d'una mano: mosche bianche in uno sciame di mosche nere, e pecore nere in un gregge di pecore bianche.
    Uno dei più fecondi è Marcello Marchesi.
    Del grande umorista ha la sagacia psicologica, l'indulgenza e la malinconia, soprattutto la malinconia. (Roberto Gervaso)
  • Ha l'agilità, l'entusiasmo, la verve d'un ventenne. È sempre pronto a far brigata, spettacolo, bisboccia. Come animatore non ha rivali: surclassa persino Walter Chiari, che gli deve i più bei testi del suo repertorio e i suoi successi più clamorosi. (Roberto Gervaso)
  • Per circa vent'anni, fino alla morte tragica per un banale incidente sulla spiaggia, avvenuta nel 1978, Marcello Marchesi fu il prolifico autore di slogan, ispiratore di marchi e di campagne, sceneggiatore di Caroselli. Il nerboruto eroe o atleta, che scolpiva la parola Plasmon alla fine del Carosello, nacque da un'idea di questo umorista prestato alla publicità. (Gianluigi Falabrino)
 

Note

  1. ↑ Il riferimento è alla celeberrima citazione "Essere o non essere?" dall'Amleto di William Shakespeare.
  2. ↑ Confronta Henry Ford: "La pubblicità è l'anima del commercio".
  3. ↑ a b Altro nome della sifilide.
  4. ↑ Il riferimento è a Vittorio Alfieri: "Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli".
  5. ↑ a b La citazione appare in due forme diverse in Diario futile di un signore di mezza età e Il malloppo.
  6. ↑ Citazione resa celebre dall'omonima raccolta di aforismi umoristici curata da Gino e Michele e Matteo Molinari (Einaudi, 1991).
  7. ↑ http://espresso.repubblica.it/dettaglio/nessuno-e-ateo-in-trincea/2178692/18
  8. ↑ Il riferimento è ai celebri festival di musica rock dell'isola di Wight degli anni 1968-70.
  9. ↑ http://espresso.repubblica.it/dettaglio/nessuno-e-ateo-in-trincea/2178692/18
  10. ↑ Si riferisce alla storica casa editrice musicale milanese Ricordi, che ebbe Verdi sotto contratto.
  11. ↑ Jane Fonda aveva sposato il regista francese Roger Vadim.
  12. ↑ Su questa leggenda Henryk Sienkiewicz scrisse un romanzo che fu portato sullo schermo da Mervin Le Roy con il titolo Quo Vadis?
  13. ↑ Nel 1969 Samuel Beckett fu insignito del Premio Nobel per la letteratura, ma non si presentò a ritirarlo.

lunedì 30 dicembre 2013

La Rivolta, la Libertà e la Passione - Albert Camus

Da "http://letturecritiche.com/2013/11/13/camus-sisifo/" :

Articolo apparso su Critica letteraria il 12/11/2013:
Il mito di Sisifo
di Albert Camus
Ed. Bompiani, 2012
Prima Edizione, 1942
pp. 176
cartaceo € 9

A cento anni dalla nascita, avvenuta il 7 novembre a Mondovi in Algeria, odierna Dréan (nei pressi di Annaba) le commemorazioni di Albert Camus si sprecano in tutto il mondo, coinvolgendo perfino la Uefa, essendo stato in gioventù, nonostante i problemi di salute, portiere del “Racing Universitaire d’Alger all’inizio degli anni ’30” (dirà Camus a proposito “Tutto quello che so sulla moralità e sugli obblighi degli uomini lo devo al calcio”).
Quotidiani e riviste si sono affrettati, sfruttando l’onda di una sempre maggiore fama e consenso attorno all’autore, a pubblicare monografie e numeri speciali (tra le più interessanti quelli di “Le Point” e “Philosophie Magazine”). Google in Francia (Google.fr) gli ha dedicato perfino undoodle ovvero uno dei quotidiani loghi utilizzati per commemorare eventi mondiali particolarmente significativi.
In Italia, “Micromega”, la nota rivista culturale, ha offerto un ebook gratuito dal titolo “Camus filosofo dell’avvenire“, dove è possibile leggere l’intervista della figlia Catherine (“Mio padre, solitarie, solidaire“) e il saggio di Paolo Flores d’Arcais su “Albert Camus filosofo del finito“.
Inoltre, da segnalare in mezzo a diverse iniziative, un’expo documentaria presso la Biblioteca Nazionale di Potenza e diverse rappresentazioni teatrali (ricordiamo che Camus scrisse alcuni importanti testi per il teatro, tra cui Caligola).
Scrittori come André Brink, Yasmina Khadra e perfino il premio Nobel Imre Kertész hanno ammesso di essersi ispirati alla sua opera; filosofi del calibro di Michel Onfray e Alain Finkielkraut hanno voluto omaggiarlo dedicandogli dei saggi.
Albert Camus dunque oggi sempre più osannato da intellettuali o da semplici lettori.
Eppure non è sempre stato così, in vita per esempio è stato osteggiato (“solitario” lo definisce appunto la figlia Catherine, nonostante avesse alcuni amici intellettuali di una certa fama come René Char o Louis Guilloux) dal milieu parigino che probabilmente non l’aveva mai accettato veramente a causa delle sue umili origini.
Le polemiche maggiori sono nate proprio per le commemorazioni, in particolare in Francia e in Algeria.
Per il cinquantenario della sua morte, nel 2010, l’Algeria rifiutò e osteggiò la sua celebrazione, nonostante il sollecito di alcuni intellettuali francesi; in Francia la mostra ad Aix-en-Provence (nelle vicinanze della casa che comprò con i soldi del premio Nobel a Lourmarin), che la figlia Catherine avrebbe voluto dedicargli, fu duramente ostacolata dall’amministrazione locale appartenente alla Destra (Camus per un periodo fu comunista e antinazista ma fu anche antisovietico; politicamente si può considerarlo come socialista anarchico, ammiratore di Bakunin).
Per non dire le altre e più aspre polemiche per il corrente centenario della nascita, tanto che l’ostracismo e le pressioni subite (anche politiche) hanno costretto il filosofo francese Michel Onfray, padrino di quella che doveva essere una (pomposa?) commemorazione nazionale, a rinunciare clamorosamente.
Albert Camus divide ancora oggi, almeno in Algeria e in Francia.
Come mai tanta ambivalenza? Cosa c’è dietro tali atteggiamenti, insoliti nel campo della cultura?
Camus in Algeria è considerato non solo uno “straniero” ma un traditore.
Tutto nasce dalla lotta per l’indipendenza algerina, dal 1954 in poi. Gli algerini riuscirono a liberarsi dal lungo colonialismo francese soltanto nel 1962, quando De Gaulle riconobbe finalmente l’indipendenza. Ipieds-noirs ovvero i francesi che per generazioni erano vissuti in Algeria, furono costretti così a ritornare nella madrepatria colonizzatrice, abbandonando terra, case, possedimenti, averi.
Un milione e mezzo di francesi-algerini abbandonò quanto di più caro aveva accumulato, per ritornarsene in Francia, una patria straniera, che non li accolse affatto con benevolenza, soprattutto la Sinistra politica (amara e famosa l’accoglienza di Marsiglia, dove il sindaco di sinistra, li invitava ad andare altrove) perché erano considerati colonialisti e perfino razzisti, di destra.
Camus rifiutò di sostenere gli insorti a favore dell’indipendenza algerina.
La giustificazione è semplice e fa parte dell’essenza del pensiero di Camus: alla dottrina, all’ideologia deve sempre prevalere l’uomo (concetto che poi sarà la base delle divergenze di idee, fino alla rottura dell’amicizia, con Jean-Paul Sartre, padre dell’esistenzialismo).
In questo caso specifico, Camus aveva avuto parole dure contro la politica repressiva dell’amministrazione coloniale francese da un lato e dall’altro contro l’eccesso terroristico del FNL algerino, così da attirarsi le ire di entrambi i fronti.
Preferiva una soluzione che implicasse la convivenza tra arabi e pieds-noirs, fallendo però politicamente perché la miseria umana e gli odi atavici non lo avrebbero mai permesso.
In generale, Camus di fronte alla visione di un’Algeria in guerra preferiva quella dell’infanzia delle spiagge sabbiose e del “sole invincibile”, sempre presente nelle sue opere.
Il filosofo francese Michel Onfray (non a caso come Camus di umili origini) che ha scritto nel 2012 un libro sul Nostro (“ L’Ordre libertaire. La vie philosophique d’Albert Camus”, Flammarion, da pochissimo tradotto da Ponte delle Grazie (clicca qui) afferma che:
“Camus incarna la tradizione del pensiero libero, indipendente, autonomo, padrone di sé, un uomo che non dipende dalla tribù, che non si costruisce guardandosi nello specchio della storia, che non deve niente a nessuno, che si è costruito da solo, senza i vantaggi degli ascensori tribali parigini” (estratto dall’intervista di Aliocha Wald Lasowki a Michel Onfray pubblicata sul n. 520 di giugno 2012 dal Magazine Littéraire, tradotto da Paolo Mantioni il 18/08/2012 per Critica Letteraria: lo leggi qui).
A parte diversi romanzi di successo ormai mondiale (negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Giappone in primis) come Lo straniero e La peste, Camus è riconosciuto anche come filosofo, seppure non sistematico, per due saggi, Il mito di Sisifo e L’uomo in rivolta.
Il primo – che ebbe un certo successo nell’ambiente intellettuale parigino – (scritto nel 1942) secondo André Comte-Sponville, è paragonabile, se non superiore, alla “Critica della ragione pura” di Emmanuel Kant.
Indipendentemente da questi giudizi soggettivi di difficile se non incomprensibile validità, Il mito di Sisifoè sicuramente un saggio filosofico atipico, con uno stile molto denso, a tratti aforistico e pieno di rimandi o citazioni (rigorosamente senza fonte bibliografica: quando conta la sostanza, la formalità passa in secondo piano).
L’incipit è stilisticamente fulminante: il solo vero problema filosofico è il suicidio, cioè “giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta” (pag.7). Tutto il resto viene dopo.
E’ un gioco mortale, avverte, perché “cominciare a pensare è cominciare ad essere minati” (pag.8); un gioco che “conduce dalla lucidità di fronte all’esistenza all’evasione fuori della luce”.
Tra negare un senso alla vita e dichiarare che non valga la pena di vivere tuttavia non c’è una vera e propria alternativa. Capita spesso infatti che chi si suicida abbia una opinione sicura sul senso della vita.
In questo divorzio tra l’uomo e la vita c’è ciò che Camus chiama il senso dell’assurdo, “il confronto dell’uomo con la propria oscurità”.
Il suicidio è un’ammissione: “uccidersi è confessare: confessare che si è superati dalla vita o che non la si è compresa” (pag. 9).
Se la vita non è un passaggio verso altro, non è un mezzo per raggiungere uno scopo, allora non può che essere ancora più densa e piena (un atteggiamento che lo pone tra gli esistenzialisti atei, in una posizione molto vicina a quella di Jean-Paul Sartre).
Con Aristotele, Montaigne e Spinoza, Camus conclude che l’esistenza in fondo è degna di essere vissuta.
La lucidità - questo concetto che stava a cuore a un altro parigino d’importazione, contemporaneo di Camus, Emil Cioran - è la radice dell’assurdo.
“Dopo il risveglio”, dice Camus, “viene, col tempo, la conseguenza: suicidio o ristabilimento”. Viviamo in una continuità quotidiana ripetitiva e alienante, dove ci alziamo la mattina, prendiamo il tram, ritorniamo la sera, poi all’improvviso, arriva un momento di lucidità e tutto cambia e “comincia in una stanchezza colorata di stupore” (pag.16).
Del resto, del mito di Sisifo – costretto a trasportare un macigno per poi vederlo rotolare giù e riprenderlo nuovamente e infinitamente – a Camus interessa la ridiscesa “verso il tormento”: “se questo mito è tragico è perché il suo eroe è cosciente”.
Nel suo cammino – che è il cammino di tutti gli uomini – vi è un destino personale, fatto di dolore ma anche di gioia perché “non v’è sole senza ombra, e bisogna conoscere la notte”. Il concetto del Sisifo felice (“bisogna immaginare Sisifo felice”) conclusivo del saggio è emblematico e sarà poi sviluppato sia nel romanzo La peste sia nel L’uomo in rivolta.
Una via di fuga diventa il domani ovvero il fare affidamento al divenire, ma non basta perché il mondo ci sfugge e la nausea che ne proviamo è esattamente il senso dell’assurdo.
La solidarietà e la collaborazione tra gli uomini – come quella che elargirà Bernard Rieux, medico della città di Orano, infestata dalla peste – è la rivolta che dà essenza all’uomo (“mi rivolto dunque noi siamo”, scrive parafrasando il celebre motto di Cartesio).
Tutto ci dice che il mondo è assurdo, “la nostra intelligenza e anche il suo contrario, la ragione cieca”. Camus vorrebbe che fosse tutto chiaro ma così non è, non può essere, anzi il senso dell’assurdo è proprio questa contrapposizione tra l’irrazionalità con il desiderio di chiarezza: “Finché lo spirito tace nel mondo immobile delle proprie speranze, tutto si riflette e prende posto nell’unità della sua nostalgia; ma al primo movimento, tale mondo si fende e rovina: infiniti, lucidi lampeggiamenti si offrono alla conoscenza” (pag.21).
Il tema dell’assurdo Camus lo riscontra anche in diversi autori dal pensiero irrazionale e religioso (“come non sentire la profonda parentela di questi spiriti?”) quali Jaspers, Heidegger, Kiekergaard, Chestov, Husserl, Scheler.
Tutti concordano che in fondo “nulla è chiaro, che tutto è caos” e che “l’assurdo nasce dal confronto fra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo” (pag.28) cioè da una lotta tra ciò che siamo e il non-senso del mondo: “il divorzio fra lo spirito che desidera e il mondo che delude”, una nostalgia dell’unità impossibile.
Tuttavia ognuno cerca una fuga o una soluzione da questo assurdo.
Per Chestov, l’assurdo nasce dall’impossibilità della ragione di spiegare tutto: là dove la ragione è vana nasce Dio come possibile soluzione. L’assurdo cioè per Chestov è anche accettazione dello stesso (mentre, dice Camus – che era un ateo – per uno spirito veramente assurdo, dietro la ragione non vi è nulla). Kierkegaard invece non si ferma a questa accettazione dell’assurdo ma “fa il salto”, vuole guarire ovvero salvarsi.
Anche il teatro (e gli attori), l’arte e il romanzo non rappresentano dei rimedi all’assurdo ma sono essi stessi fenomeni dell’assurdo.
Conclude allora Camus: l’assurdo non va superato, ma affrontato attivamente.
L’attenzione è quindi posta verso l’uomo nuovo, solidale e disincantato: non a caso nel saggio c’è attenzione, quasi ammirazione, verso la tesi di uno dei personaggi più controversi delle opere di Dostoevskji, Kirillov, protagonista de I Demoni: “A chi sarà indifferente vivere o non vivere, quello sarà l’uomo nuovo!” che ammette il suicidio logico, lucido:
“Se Dio esiste, tutto dipende da lui […] se non esiste tutto dipende da noi. Per Kirillov, come per Nietzsche, uccidere Dio è divenire dio”.
La libertà e l’arbitrio, non ammettendo dio, risiedono nell’assurdo.
Le conseguenze che Camus trae da ciò sono quindi “la rivolta, la libertà e la passione” e tutto ciò porta a un rifiuto netto ma comunque sofferto o mai scontato del suicidio.
Essere liberi dal domani, non avere speranze o obiettivi non porta per Camus alla disperazione, anzi per lui bisogna bruciare l’esistenza: non è un caso che dedica un intero capitolo a Don Giovanni che fa della seduzione, per il solo fatto dell’esserne cosciente, un assurdo, mettendo in scena “un’etica della quantità”.
L’assurdità, di cui aveva tanto riflettuto e scritto, si tradurrà drammaticamente, per uno straordinario caso del destino, anche nella sua fine: con una Facel-Vega, un’auto sportiva, assieme a Michel Gallimard (nipote del celebre editore), si schianterà contro un albero nel 1960; in tasca aveva (la figlia Catherine ha confermato l’episodio) un biglietto ferroviario, probabilmente un cambiamento inatteso e improvviso che pose tragicamente fine alla sua esistenza.
Albert Camus scriveva sui suoi Taccuini: “Chiedo una cosa sola, ed è una richiesta umile, benché io sappia che è esorbitante: esser letto con attenzione”.
La lettura di Camus, quella dei saggi in particolare, non è una lettura scorrevole.
Non perché siano argomenti di difficile comprensione ma solo perché costringe a riflettere, a fermarsi, a rileggere.
La lettura di Camus è lo specchio di ciò che era il suo pensiero: qualcosa di denso e filosofico.
“Esser letto con attenzione” è quindi il minimo che poteva chiedere, umilmente e disperatamente, al mondo.

Giuseppe Savarino

Il Grido della Creatura

Da "http://lunariaesistenzialismo.blogspot.it/2013/12/il-grido-della-creatura.html" :


Una frase che mi ha stupito leggere, in Hegel, Pensatore noto soprattutto per la complessissima filosofia che in qualche modo ci traghettò fuori dall'essere "ancilla Theologiae" (Pier Damiani dixit). Non credo di subire smentita se affermo che questa frase di Hegel ha un taglio quasi prettamente esistenzialista, e più nello specifico, non stonerebbe in bocca a un Kierkegaard o a un Pareyson. Perchè se qualcuno ha affermato che Dio è l'invenzione più criminale, persino più della bomba atomica, è anche vero che il desiderio del Divino è insito nell'animo umano. Con "Divino" intendo tutto ciò che abbia attinenza con l'animo umano, ovvero tutto ciò che ci distingua da un sasso: emozioni, pensieri, rielaborazioni. Quel "Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza", sicché l'essere umano non è che una scintilla che questo Ente Creatore ha formato a sua immagine e somiglianza. Se Dio è l'Architetto del Cosmo, l'essere umano è - in piccolo - l'architetto del mondo, che trasforma/deturpa a seconda della direzione alla quale vota il suo libero arbitrio.
Eppure Dio è morto. Per chi non crede, Dio non è neppure mai nato. Per chi ha creduto un tempo, Dio si è eclissato. Ma tutti viviamo questa condizione di orfani, - non solo perchè ci capiterà di vedere i cadaveri dei nostri genitori - ma anche perchè ci manca un sostegno perenne, qualcosa che ci sostenga nelle traversie esistenziali amare come fiele.
Come direbbe Cioran, senza il grottesco conforto di una calamità più grande, di un male più insopportabile, la nostra miseria attuale apparirebbe insostenibile: "Soffro, ma potrei soffrire di più, domani, per un altro motivo" e in qualche modo, si viene consolati.

Thomas Wiseman ebbe a scrivere, nel soliloquio della sua eroina Elizabeth, in "Una romantica donna inglese":

"Che cosa è preferibile...una felicità modesta o una splendida sofferenza? Ma la sofferenza di chi? Se potesse essere soltanto nostra. Ma la sofferenza è indivisibile. Nel lungo dipanarsi del pomeriggio, ricordò il lungo dipanarsi di altri pomeriggi privi di eventi. A volte era davvero molto felice quando non accadeva niente, tenuto conto di tutte le cose terribili che sarebbero potute accadere. A volte doveva spaventare se stessa con pensieri tremendi sulle cose tremende che sarebbero potuto accaderle, per potersi persuadere del fatto che tutte le condizioni della felicità erano presenti nella sua esistenza, e che, sotto ogni aspetto importante, ella era appagata. Quanto è perverso da parte mia, diceva a se stessa, anelare a cose che potrebbero soltanto rendermi disperatamente infelice. E allora si contraddiceva brutalmente: sì, sono felice, un cavolo felice."
     
E così il pensiero della precarietà esistenziale, di nessuna certezza ("Che triste storia, dare un nome a un'ombra", Ghiannis Ritsos. Che triste storia, dare un nome - inganno, bugia, ipocrisia, doppio fine, utilizzo sessuale -, a chi diceva di amarci, illudendoci) quel "Così né la dolcezza dell'amicizia, né la bellezza della terra, né quella del cielo potevano liberarmi l'anima dal dolore" shelleyano, rinforzato da "Il sentiero della fine è ancora aperto/niente dura, se non quello che muta!", è qualcosa che accomuna tutti noi, nella nostra diversità inconciliabile: la mancanza perenne, il poter stringere la gioia solo per poco, la condizione di orfano.
Orfano di padre, di madre, di Dio e Dia. Orfano persino di se stessi, per chi si abbandona all'apatia e al disprezzo di sé.
Assumiamo i contorni di fantasmi pallidi e sbiaditi, accasciati.
Niente che riesca a scuoterci, niente che riesca veramente a guarirci dalla prostrazione.

Dio è morto, e il grido delle sue creature riecheggia nell'ossario.
Un cadavere divino, già gonfio e violaceo nella decomposizione.
Oppure no, Dio è immortale. Ma è Muto. E il suo silenzio (Anatema su di te, Dio sdegnato e silenzioso, troppo altero e superbo, per parlare alle tue creature!) lo rende morto in ugual modo.

Non era de Sade a dire che un tale Dio, un Dio silenzioso, merita il nostro disprezzo? Che è diecimila volte meglio offendere questo dio disprezzabile con il vizio e la lussuria, da lui aborriti?

è lo scandalo inaudito, incredibile, della creatura che chiama il Creatore "Mio Dio, mio Dio perchè mi hai creato?", come il Mostro di Frankenstein chiama "il padre" Victor, a cui deve l'esistenza.

Vale la pena riportare qualche frase tratta da "Frankenstein" di Mary Shelley:

"Avevo lavorato duro per quasi due anni, con il solo fine di infondere la vita in un corpo inanimato [...] ma ora che avevo finito, la bellezza del sogno scompariva, e un orrore e un disgusto affannoso mi riempivano il cuore. Incapace di sopportare l'aspetto dell'essere che avevo creato, uscii fuori di corsa dalla stanza."

"Avevo lavorato duro per ere ed ere secolari, plasmando ogni cosa, dai vulcani ribollenti di magma all'umile filo d'erba, dalle nuvole aeree ed impalpabili alle fragili ali delle libellule. Avevo poi plasmato l'essere umano: ma ora che avevo finito, la bellezza del sogno scompariva e un orrore e un disgusto affannoso mi riempivano il cuore. Incapace di sopportare l'aspetto dell'essere che avevo creato, maschio e femmina, uscii fuori dal cosmo, abbandonandoli a loro stessi."

"Mio Dio, mio Dio, perchè mi hai creato?" chiedono l'uomo e la donna, nell'Eden deserto. A rispondere loro, solo il fruscio delle foglie secche, che ondeggiano al vento.

Oscar Wilde, ossia l'importanza di essere un Esteta

Da "http://www.criticaletteraria.org/2012/03/criticalibera-lestetismo-di-oscar-wilde.html" :

di Patrizia Poli

Oscar Wilde fece confusione fra vita e opera, tentando di gestire artisticamente la propria esistenza. Fu un personaggio molto in vista, l’esponente principale del Decadentismo inglese, come Baudelaire lo fu per la Francia e d’Annunzio per l’Italia; anzi, possiamo dire che Wilde fu l’estetismo inglese.

Con Decadentismo intendiamo un genere letterario e un atteggiamento che impregna di sé tutta la fine del secolo. Il termine fu usato per la prima volta da Verlaine, riferito alla pittura impressionista. In Inghilterra il romanticismo è messo in crisi dal compromesso vittoriano che si basa sulla grandezza inglese, sul filantropismo, sulla fiducia nella scienza. Gli ideali di uguaglianza e libertà sono accantonati, impera il romanzo di Dickens e Thackeray, incentrato sullo step up e sempre a lieto fine. La spina dorsale dell’Inghilterra economica è la classe mercantile che fa suo il moralismo calvinista e puritano. Il giudizio della società diventa più importante di quello divino, il sesso è un tabù. È promulgata una legge contro gli omosessuali maschi (non contro le femmine perché nessuno ha il coraggio di spiegare alla regina che esistono anche donne omosessuali) Wilde finirà in galera, a Reading Gaol proprio perché ammetterà di essere omosessuale. Wilde non si cura di nascondere le proprie tendenze, convinto della necessità di abbattere le convenzioni moralistiche in favore delle esperienze. Ostenta l’amicizia con il suo Basil, cioè Lord Alfred Douglas, la grande passione della sua vita. Il processo che deriverà da quest’amicizia, significherà la sua fine come scrittore e come uomo. È una tragedia della cui portata Wilde sarà consapevole fin dall’inizio e che sembra da lui quasi cercata. Al processo non si discolperà in nome della legittimità del suo essere gay. Pagherà di persona le proprie idee e darà l’ultima, definitiva, pennellata ad una vita artistica, non scevra, però, dal senso di colpa, che si ritrova in tutti i poeti decadenti, compreso d’Annunzio.
Poiché, dunque, tutti gli ideali romantici sono in crisi, si tenta di sostituire a essi le sensazioni, nasce così l’estetismo. Le sensazioni non sono più intese come la parte più bassa dell’uomo ma sono rivalutate in una prospettiva gnoseologica come forma di conoscenza. Il decadentismo inglese è una nuova fiammata romantica che brucia di sensazioni. Wilde, nato nel 1854, è culturalmente anglo-irlandese, influenzato dalla cultura dublinese della metà dell’Ottocento, dai movimenti estetizzanti di Oxford e dalla Francia. In lui manca completamente la componente puritana, il suo approccio alla vita è nel senso del godimento.
Wilde fa passare in secondo piano pittori e poeti importanti come i Preraffaelliti, Ruskin, Pater, Swinburne, con i quali l’estetismo ha una vita più sotterranea, mentre lui lo pubblicizza e porta nei salotti, dove fa presa con la sua vita, la conversazione, gli atteggiamenti. Ma tutti gli artisti suoi contemporanei entrano nella sua cerchia e lo influenzano. Morris incarna un estetismo pratico che vorrebbe cambiare la vita e legarla all’arte. Ruskin propugna il ritorno alla bellezza individuale, ai modelli ellenici, al gotico nordico. Pater vuole la liberazione dal cristianesimo, che impedisce all’uomo di godere sensualmente della vita terrena. Egli tende “all’arte per l’arte”, intesa come ricerca estetica e non più spirituale. Dante Gabriel Rossetti auspica il ripristino della pittura preraffaellita, essenziale e non di maniera. In realtà il suo tratto sarà botticelliano, languido, raffinato, di un sensualismo torbido e malinconico che riflette la spossatezza, il disagio, la mancanza d’ideali dell’epoca. L’amore stilnovistico è sensualizzato e la Beatrice di Rossetti ha proprio quel misto d’innocenza e perversità che tanto piace a Wilde. Swinburne è il maggiore poeta del decadentismo inglese, ripropone il ritorno alla paganità, alla pienezza della vita goduta e vissuta in tutte le sue esperienze.
Caratteristica delle prime opere di Wilde è l’ammirazione decadente del rinascimento e di Shakespeare, cui s’ispirano le sue prime poesie.
O listen ere the searching sun
Show to the world my sin and shame
(San Miniato)
To drift with every passion till my soul
Is a stringed lute on which all winds
can play
(Helas!)
Requiescat, scritta in memoria di una sorellina morta a sedici anni, è una tipica espressione preraffaellita, con qualcosa di gotico.
Tread lightly, she is near
Under the snow
Speak gently, she can hear
The daisies grow
All her bright golden hair
Tarnished with rust,
She that was young and fair
Fallen to dust.
Lily-like, white as snow,
She hardly knew
She was a woman, so
Sweetly she grew.
Coffin board, heavy stone,
Lie on her breast,
I vex my heart alone,
She is at rest.
Peace, peace, she cannot hear
Lyre or sonnet,
All my life buried here,
Heap earth upon it.

Il giglio è ambiguo, è un fiore innocente ma dal profumo intenso, diventa qui simbolo di sessualità, come il “gelsomino notturno” del Pascoli. Nella poesia Madonna mia, dove ritroviamo l’immagine del giglio (come anche in Ave Maria Gratia Plena) abbiamo un chiaro esempio di stilnovismo preraffaellita.
And longing eyes half veiled by slumberous tears
Like bluest waters seen through mists of rain [...]
And white Throat, whiter than the silvered dove,
Through whose wan marble creeps one purple vein.
In Ave Maria Gratia Plena l’immagine della Madonna inginocchiata, “a kneeling girl with passionless pale face” ci rimanda a un concetto estetico, grazioso, della religione. Tutta la scena è senza passione, un atto di pura bellezza. Wilde tende a confondere l’etica con l’estetica e la Chiesa cattolica attira l’estetismo inglese perché fa appello ai sensi, fra paramenti, icone, inni e snervanti odori d’incenso.
Si richiama a Shelley, a D’Annunzio e ai quadri di Whistler, il quadretto in giallo In the gold room, con immagini impressioniste e corrispondenza fra suoni e colori.
Her ivory hands on the ivory keys
Strayed in a fitful fantasy,
Like the silver gleam when the poplar trees
Rustle their pale leaves listlessly,
Or the drifting foam of a restless sea
When the waves show their teeth in the flying breeze
Her gold hair fell on the wall of gold
Like the delicate gossamer tangles spun
On the burnished disk of the marigold
Or the sunflower turning to meet the sun
When the gloom of the jealous night is done
And the spear of the lily is aureoled.
And her sweet red lips on these lips of mine
Burned like the ruby fire set
In the swinging lamp of a crimson shrine,
Or the bleeding wounds of the pomegranate,
Or the heart of the lotus drenched and wet
With the spilt out blood of the rose-red wine.
Anche in Le Panneau c’è una descrizione, appunto, da pannello decorativo:
Under the rose tree’s dancing shade
There stands a little ivory girl,
Pulling the leaves of pink and pearl
With pale green nails of polished jade.
Con The harlots house, del 1885, Wilde supera il mero decorativismo dei suoi inizi, convogliando un messaggio di disgusto e stanchezza per la “deboscery”: 
Love passed into the house of lust. 
Lo fa con parole come harlot, cigarette e automatons, che sono nuove per la poesia dell’epoca. La sarabanda di automi ci ricorda Mary Shelley, Poe e Baudelaire. Molto più riuscita e malinconica è To L.L., dedicata alla moglie e al senso di colpa che aleggia nell’animo del poeta dopo la fine della famiglia e dell’amore. Non è più lo stile preraffaellita a saturare la poesia di odori e colori, bensì un’atmosfera triste e crepuscolare, che ci ricorda La pioggia nel pineto di d’Annunzio.
Could we dig up this long-buried treasure,
Were it worth the pleasure,
We never could learn love's song,
We are parted too long.

Could the passionate past that is fled
Call back its dead,
Could we live it all over again,
Were it worth the pain!

I remember we used to meet
By an ivied seat,And you warbled each pretty word
With the air of a bird;

And your voice had a quaver in it,
Just like a linnet,
And shook, as the blackbird's throat
With its last big note;

And your eyes, they were green and grey
Like an April day,
But lit into amethyst
When I stooped and kissed;

And your mouth, it would never smile
For a long, long while,
Then it rippled all over with laughter
Five minutes after.

You were always afraid of a shower,
Just like a flower:
I remember you started and ran
When the rain began.

I remember I never could catch you,
For no one could match you,
You had wonderful, luminous, fleet,
Little wings to your feet.

I remember your hair - did I tie it?
For it always ran riot -
Like a tangled sunbeam of gold:
These things are old.

I remember so well the room,
And the lilac bloom
That beat at the dripping pane
In the warm June rain;

And the colour of your gown,
It was amber-brown,
And two yellow satin bows
From your shoulders rose.

And the handkerchief of French lace
Which you held to your face -
Had a small tear left a stain?
Or was it the rain?

On your hand as it waved adieu
There were veins of blue;
In your voice as it said good-bye
Was a petulant cry,

'You have only wasted your life.'
(Ah, that was the knife!)
When I rushed through the garden gate
It was all too late.

Could we live it over again,
Were it worth the pain,
Could the passionate past that is fled
Call back its dead!

Well, if my heart must break,
Dear love, for your sake,
It will break in music, I know,
Poets' hearts break so.

But strange that I was not told
That the brain can hold
In a tiny ivory cell
God's heaven and hell.
Ed eccoci a The Ballad of Reading Gaol, del 1898, che nasce da un dolore profondo e sentito. Il tema è l’impressione suscitata in carcere dall’arrivo di un condannato a morte, un soldato che ha ucciso la sua donna nel sonno, perché ubriaco. Le immagini e l’atmosfera ricordano il romanticismo di Coleridge. Qui Wilde si distacca dall’egoismo decadente - che considera la vita come un’esperienza di raffinamento personale - in favore di un sentimento di solidarietà.
Yet each man kills the thing he loves
By each let this be heard,
Some do it with a bitter look,
Some with a flattering word.
The coward does it with a kiss.
The brave man with a sword!
Some kill their love when they are young,
And some when they are old;
Some strangle with the hands of Lust,
Some with the hands of gold:
The kindest use a knife, because
The dead so soon grow cold.
Some love too little, some too long,
Some sell, and others buy;
Some do the deed with many tears,
And some with a sigh:
For each man kills the thing he loves
Yet each man does not die.
L’autore oscilla fra il superamento della morale comune e i sensi di colpa collegati anche alla paura della morte.
Wilde ha scritto anche molte fiabe, nate con i suoi figli, negli anni tranquilli del matrimonio, prima del processo e della prigione. Anche qui è dibattuto l’eterno conflitto fra estetica ed etica. The Happy Prince narra l’amore innaturale ma purissimo fra una rondine e una statua.The Nightingale and the Rose è anch’essa basata sul connubio amore-morte, tanto caro ai decadenti - così come agli scapigliati italiani, fra cui il quasi dimenticato Igino Ugo Tarchetti. L’amore, ci dice Wilde, non può esistere senza sacrificio. Ne Il gigante egoista è presente un senso di morbosità che si ricollega ad un interesse eccessivo per i bambini riscontrabile nel periodo vittoriano.
Secondo Wilde, in letteratura c’è bisogno di potenza fantastica, nei suoi saggi egli si oppone al realismo e critica Émile Zola. 
The only real people are the people who never existed.
La vita imita l’arte e non il contrario, è informe, l’ordine le è conferito solo dall’attività artistica dell’uomo. L’arte non esprime altro che se stessa. La critica è più creativa della creazione, la critica più alta è quella che rivela nell’opera d’arte ciò che l’artista non vi ha messo. 
The first duty in life is to be as artificial as possible.
La differenza fra romanticismo e decadentismo è che nel secondo si sono persi gli ideali. Gautier, Pater, Baudelaire, Mallarmè, Morris, Ruskin, Rimbaud, Huysman, con la loro sensibilità avvelenata, fin de siècle nervosa e corrotta, costituiscono la seconda fiammata romantico-decadente, che si oppone alla tristezza di una vita meschina e monotona, basata sul pessimismo di Schopenhauer. L’uomo è mosso da una volontà immanente e cattiva, e vive una brutta realtà che va sostituita con una bella bugia. La natura è il corredo genetico che ci è imposto, l’artificio la nostra libera scelta.
The Portrait of Dorian Gray è un romanzo dell’orrore quasi gotico, forse assorbito dalla frequentazione di Le Fanù e Maturin. Il ritratto rappresenta la vecchiaia e la turpitudine dell’anima. La storia narra di Dorian Gray, giovane innocente, bellissimo e sensibile, che conosce il corruttore Henry Wotton, cinico, debosciato, stanco della vita e dei piaceri. La corruzione operata da Wotton su Gray, dal punto di vista wildiano è un’iniziazione alla vita dei sensi, alla conoscenza del mondo attraverso il piacere. Lo stato d’animo dei protagonisti è reso attraverso le sensazioni: odori spossanti, suoni, atmosfere languide, soffocanti ma non sgradevoli, come ne Il Piacere di D’Annunzio. Nella prefazione Wilde afferma:

All art is at once surface and symbol. Those who go beneath the surface do so at their peril.
Tutto il Dorian Gray è un simbolo pericoloso per chi lo intuisce, un messaggio decadente di edonismo raffinato. Fino a che punto, si chiede l’autore, può arrivare un esteta prima di diventare un mostro come il ritratto? La biblioteca di Henry Wotton è un paradiso stile liberty, Dorian scopre Wagner e ne è travolto. Henry Wotton è colpito dal candore di Dorian, così pronto a essere plasmato, iniziato al “new edonism”, alla gioia di vivere, alla riscoperta del corpo, al rinascimento ellenista. Wotton è stanco dei piaceri fisici e vuole godere attraverso i sensi freschi di Dorian e tramite il plagio dell’anima altrui. 
L’armonia del corpo e dell’anima – quale immenso valore è in essa! Noi nella nostra stoltezza abbiamo separato le due cose e inventato un realismo che è volgare e un idealismo che è vacuo.
Henry si scaglia contro la società perbenista, vittoriana, industrializzata, capisce che è l’ambiente a inibire Dorian, reprimendolo. L’opera di corruzione è anche rivelazione.  Laddove il realismo è privo di anima e il romanticismo troppo ideale, l’edonismo parte dall’esaltazione dei sensi e giunge al superamento del dualismo spirito materia che aliena l’uomo. Il “new edonism” somiglia al neoplatonismo rinascimentale con in più il pessimismo di Schopenhauer. Attraverso l’affinamento dei sensi porta all’ideale. Non esiste bene o male ma solo bello o brutto. Si può curare l’anima con i sensi - ed i sensi con l’anima - il piacere conduce a una conoscenza che nessuna religione e nessuna dottrina filosofica sanno offrire.
Tutto il romanzo è un groviglio di contraddizioni che rappresentano la mente combattuta di Wilde, palestra di conflitti eterni fra immoralità e senso di colpa conseguente. Quando un esteta, un egoista, compie un gesto buono, lo fa per provare una nuova sensazione - e questo rientra nell’edonismo - oppure perché recita la commedia della bontà a completamento della creazione artistica della sua vita.
La trama del romanzo è faustiana. Il Faust di Marlowe siglava il suo patto col diavolo per la sete di sapere, quello di Goethe per amore, quello di Wilde lo fa per il piacere. Ma la consumazione dell’atto amoroso (eros) porta alla colpa e quindi all’espiazione attraverso la morte (thanatos). La vita di Dorian Gray non è felice, c’è sempre un freno che sciupa la degustazione dei piaceri terreni, egli è freddo e gelido. Non diventa un vero esteta perché non ha mai contemporaneamente un corpo e un’anima. Il nuovo edonismo fallisce.
La superficie del romanzo è costituita dalla trama, dall’eleganza dello stile, dall’omosessualità che aleggia non dichiarata. Il simbolo è l’invito a rompere con le convenzioni puritane della società, per godersi il frutto della vita di là dal bene e del male. Questa dottrina edonistica, però, non regge, porta all’abbrutimento, all’infelicità, al mostro che, nel finale, muore alla stregua di tutti i mostri del romanzo gotico. Il linguaggio è stracarico, raffinato, soffocante, suggestivo.
Concludiamo con Il ritratto di Mr W.H., un racconto del 1989. Mr W.H. è colui al quale Shakespeare dedicò le sue opere, probabilmente il ragazzo di cui era innamorato. Wilde lo ricollega alla sua storia d’amore con Lord Alfred Douglas. In comune con Il ritratto di Dorian Gray abbiamo il triangolo di uomini che si muovono in un’atmosfera di amicizia morbosa tendente all’omosessualità, e la figura centrale del bel giovinetto fatale, capace di scatenare un uragano nella vita sentimentale dell’artista.